Una frase di Eduardo Galeano sul valore dell’errore

3 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questa significativa citazione, oggi più che mai, sulla bellezza che può scaturire dall'errore e sul valore che ha sbagliare.

Una frase di Eduardo Galeano sul valore dell'errore

La citazione di Eduardo Galeano tratta da Parole in cammino si presenta come un breve racconto poetico, quasi una favola naturale, ma in realtà racchiude una riflessione profonda sul tempo, sulla speranza e sul valore dell’errore. Come spesso accade nella scrittura di Galeano, l’episodio è minimo, quotidiano, apparentemente marginale; eppure diventa una metafora potente dell’esperienza umana, soprattutto quando essa si svolge in condizioni di attesa, di freddo, di sospensione.

Accadde nell’epoca delle notti lunghe e dei venti gelidi: una mattina fiorì il gelsomino del Cabo, nel giardino di casa mia, e l’aria fredda si impregnò del suo profumo, e quel giorno fiori anche il ciliegio e le tartarughe si svegliarono.

Eduardo Galeano e il gelsomino nato tra la neve

L’inizio colloca subito il lettore in un tempo indefinito e quasi mitico: “l’epoca delle notti lunghe e dei venti gelidi”. Non è una data storica, ma una stagione dell’esistenza, un inverno che può essere climatico ma anche simbolico. Galeano usa spesso la natura per parlare dell’umano, e qui l’inverno diventa il tempo della difficoltà, della prova, della resistenza. È un tempo che sembra non finire mai, in cui la vita appare rallentata, nascosta, quasi sospesa.

In questo contesto ostile accade qualcosa di inatteso: il gelsomino fiorisce, il ciliegio lo segue, le tartarughe si svegliano. È un evento corale, non isolato. Il profumo del gelsomino impregna l’aria fredda, creando un contrasto fortissimo tra sensazione e stagione. Il profumo, elemento impalpabile e invisibile, diventa segno di una presenza della vita che irrompe là dove non dovrebbe esserci. È una fioritura fuori tempo, un risveglio anticipato, una promessa che sembra prendere corpo.

Ma Galeano è troppo onesto per fermarsi a un’immagine consolatoria. Subito dopo scrive:

Fu un errore e durò poco.

Questa frase, breve e netta, rompe l’incanto. Quella primavera improvvisa non era reale, non era il compimento di un ciclo, ma uno sbaglio della natura. L’inverno non era finito davvero. Il freddo tornerà, e con esso la durezza della stagione. Galeano non nega la fragilità di quell’evento, né la sua precarietà. Anzi, la nomina esplicitamente: errore. Una parola che, in molti contesti, ha un valore negativo, quasi colpevole.

Eppure è proprio da qui che nasce il senso più profondo del brano:

Tuttavia, grazie all’errore, il gelsomino, il ciliegio e le tartarughe poterono credere che prima o poi l’inverno sarebbe finito. E anch’io.

L’errore diventa una rivelazione anticipata. Non cambia la realtà immediata, non abbrevia l’inverno, non elimina il freddo. Ma cambia lo sguardo di chi lo attraversa. Per un momento, la vita ha mostrato ciò che sarà possibile: la fioritura, il risveglio, la fine della notte lunga. È un’anticipazione, una prova generale della primavera.

Qui Galeano compie un gesto tipico della sua poetica: restituisce dignità alla speranza fragile, quella che non nasce da una certezza, ma da un segno minimo, forse ingannevole, forse provvisorio. Il gelsomino che fiorisce per errore non è una promessa solida, ma è sufficiente per alimentare l’immaginazione del futuro. La natura, sbagliando, insegna a sperare.

È significativo che Eduardo Galeano includa se stesso nell’ultima frase: “E anch’io.” Non c’è distanza tra l’osservatore umano e gli esseri naturali. Il gelsomino, il ciliegio, le tartarughe e l’uomo condividono la stessa illusione necessaria. Tutti hanno bisogno di credere che l’inverno finirà, anche se il presente dice il contrario. La speranza non è qui una virtù eroica, ma una funzione vitale, simile al profumo nell’aria fredda: invisibile, ma capace di cambiare tutto.

In questo testo si avverte anche una dimensione politica ed esistenziale tipica di Galeano. L’inverno può essere letto come metafora delle oppressioni storiche, delle dittature, delle ingiustizie, dei tempi in cui sembra impossibile immaginare un cambiamento. In questi contesti, spesso, la speranza nasce da eventi piccoli, parziali, persino fallaci. Non sono rivoluzioni compiute, ma segnali, errori del sistema, crepe nel gelo. Eppure bastano a far credere che un altro tempo sia possibile.

Elogio dell’errore

L’errore, dunque, non è una deviazione da correggere subito, ma una fessura nel determinismo. Dimostra che ciò che appare eterno non lo è. Se anche per sbaglio qualcosa può fiorire, allora l’inverno non è una condizione definitiva. Questo è il messaggio più profondo del brano: la realtà non è mai così compatta da non lasciare spazio all’imprevisto.

Lo stile di Eduardo Galeano, come sempre, è essenziale, narrativo, privo di enfasi retorica. La forza del testo nasce dalla semplicità del racconto e dalla chiarezza del pensiero. Non c’è bisogno di spiegare, di argomentare: basta raccontare ciò che è accaduto. Il lettore riconosce subito quella esperienza, perché l’ha vissuta anche lui, in altre forme: un segno improvviso, una gioia breve, un’illusione che però ha dato forza.

In conclusione, questa citazione di Parole in cammino è una meditazione delicata ma potentissima sulla speranza come atto di resistenza. Anche se dura poco, anche se nasce da un errore, anche se non cambia subito le cose, la speranza è ciò che permette di attraversare l’inverno senza perdere la fiducia. Finché qualcuno, umano o non umano, può credere che prima o poi il gelo finirà, allora l’inverno non ha ancora vinto.

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