I versi di Dylan Thomas sull’amore che nasce e che muore

10 Marzo 2026

Leggiamo assieme questi appassionati versi di Dylan Thomas tratti dalla poesia "Dalla prima febbre d'amore alla sua peste":

I versi di Dylan Thomas sull'amore che nasce e che muore

I versi tratti dalla poesia “Dalla prima febbre d’amore alla sua peste” di Dylan Thomas rappresentano uno degli esempi più intensi e visionari della sua poetica. In questo brano il poeta gallese costruisce un paesaggio simbolico che unisce nascita, innocenza originaria, tempo e trasformazione. Le immagini che emergono dai versi sono dense, quasi cosmiche, e conducono il lettore in una dimensione primordiale in cui la vita, il corpo e l’universo sembrano ancora indistinti.

Dalla prima febbre d’amore alla sua peste, dal soffice secondo
E al vuoto minuto del grembo, dall’amnio
Che non si schiude all’amnio sforbiciato,
E il tempo come seno, età verde grembiale,
Quando nessuna bocca attizzava la fame sospesa,
Tutto il mondo era uno, era un ventoso nulla,
Mio mondo battezzato in un fiume di latte.
E terra e cielo un’ariosa collina,
E sole e luna emanavano una luce bianca.

Dylan Thomas e la febbre d’amore

La poesia di Thomas è nota per la sua straordinaria ricchezza immaginativa e per il modo in cui il linguaggio poetico diventa una sorta di flusso organico, capace di evocare immagini biologiche, cosmiche e spirituali nello stesso momento. Nei versi citati, il poeta sembra compiere un viaggio all’indietro verso l’origine della vita, verso quel momento in cui l’individuo non è ancora separato dal mondo.

L’incipit della poesia — «Dalla prima febbre d’amore alla sua peste» — introduce subito una tensione fondamentale: l’amore appare come una forza vitale ma anche come una forza potenzialmente distruttiva. La “febbre” suggerisce passione, ardore, energia creativa; la “peste” invece richiama il contagio, la malattia, la dissoluzione. Thomas accosta questi due estremi per indicare che l’amore, nella sua forma più profonda, contiene entrambe le dimensioni: generazione e dissoluzione, creazione e crisi.

Questa ambivalenza è una delle caratteristiche più tipiche della poesia di Thomas. Per lui la vita non è mai pura armonia né pura distruzione, ma un continuo intreccio di opposti. L’amore genera la vita ma allo stesso tempo introduce l’individuo nel ciclo inevitabile della trasformazione e della mortalità.

Subito dopo, il poeta introduce una serie di immagini legate alla gestazione e alla nascita. Le parole grembo, amnio, latte evocano il mondo prenatale, lo spazio originario in cui la vita si forma prima di entrare nella storia. Il verso «E al vuoto minuto del grembo» suggerisce un’immagine paradossale: il grembo è allo stesso tempo pieno e vuoto, uno spazio potenziale in cui tutto può nascere.

L’amnio, cioè la membrana che protegge il feto nel grembo materno, diventa qui un simbolo potente di protezione e di unità. Quando Thomas scrive «Che non si schiude all’amnio sforbiciato», sembra evocare il momento della separazione: la nascita come rottura dell’unità originaria. Prima di quel momento esiste una condizione quasi cosmica in cui l’essere umano non è ancora distinto dal mondo.

È proprio questa dimensione di unità che emerge nei versi successivi: «Tutto il mondo era uno, era un ventoso nulla». L’immagine è profondamente suggestiva. Il mondo appare come una totalità indistinta, una sorta di spazio primordiale in cui non esistono ancora confini tra soggetto e universo. Il “ventoso nulla” richiama un’energia diffusa, una materia in movimento che non ha ancora preso forma definitiva.

In questa fase originaria, l’individuo vive in una condizione di innocenza assoluta. Non esistono ancora desideri, mancanze o separazioni. Thomas lo esprime con l’immagine straordinaria della fame sospesa: «Quando nessuna bocca attizzava la fame sospesa». La fame è il simbolo del desiderio, del bisogno che nasce quando l’essere umano si scopre separato dal mondo. Prima della nascita, invece, questo desiderio non esiste ancora.

Il paradiso perduto

La poesia evoca quindi una sorta di età edenica, un momento primordiale in cui l’essere umano vive immerso in una realtà totale e armoniosa. L’immagine «Mio mondo battezzato in un fiume di latte» rafforza questa visione. Il latte richiama la maternità, la nutrizione, ma anche una dimensione quasi sacrale. Il verbo “battezzato” introduce una sfumatura religiosa: la nascita diventa un rito di passaggio, un ingresso nel mondo della vita.

Il latte, nella simbologia universale, è spesso associato alla purezza e alla generazione. Nel contesto della poesia, il “fiume di latte” rappresenta la fonte stessa della vita, una corrente primordiale che alimenta l’esistenza. L’immagine è allo stesso tempo intima e cosmica: il nutrimento materno diventa una metafora dell’origine dell’universo.

Nei versi finali del brano, Thomas amplia ulteriormente la prospettiva. La distinzione tra terra e cielo sembra dissolversi: «E terra e cielo un’ariosa collina». Il mondo appare come un paesaggio unico e continuo, senza separazioni. La collina “ariosa” suggerisce leggerezza, apertura, movimento.

Anche gli astri partecipano a questa unità originaria: «E sole e luna emanavano una luce bianca». In molte tradizioni simboliche, il sole e la luna rappresentano opposti complementari: giorno e notte, maschile e femminile, energia e quiete. Nella visione di Thomas, tuttavia, questi opposti non sono ancora separati. La loro luce è “bianca”, cioè indistinta, totale.

La luce bianca è infatti il colore che contiene tutti gli altri colori. È il simbolo perfetto dell’unità primordiale che precede la differenziazione. Prima che il mondo si divida in molteplici forme, esiste una luce originaria che racchiude tutte le possibilità.

Questa immagine conclusiva riassume il senso profondo dei versi: la poesia cerca di recuperare, almeno simbolicamente, il ricordo di uno stato originario di armonia tra l’essere umano e l’universo. La nascita, con la sua rottura dell’amnio e l’ingresso nel tempo, segna la fine di quell’unità.

La forza della poesia di Thomas sta proprio nella capacità di trasformare il linguaggio in un’esperienza quasi sensoriale. Le immagini biologiche, cosmiche e spirituali si intrecciano creando un paesaggio visionario in cui il corpo umano e l’universo sembrano riflettersi l’uno nell’altro.

In definitiva, questi versi rappresentano una meditazione poetica sull’origine della vita e sulla perdita dell’innocenza primordiale. Attraverso immagini potenti e simboliche, Dylan Thomas ci conduce verso una dimensione in cui nascita, amore e universo si fondono in un unico grande ciclo vitale. La poesia diventa così un tentativo di ricordare — e forse di ricreare — quell’antica unità in cui il mondo e l’essere umano erano ancora una sola cosa.

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