I versi di Cristina Rossi tratti dalla raccolta “Ti amo mio spigolo” offrono un esempio di poesia intimista, essenziale e profondamente sensoriale, in cui l’esperienza amorosa viene condensata in immagini minute ma densissime di significato. Si tratta di un amore che non ha bisogno di dichiarazioni enfatiche né di grandi narrazioni: bastano un sorriso, delle labbra, una soglia appena accennata per dischiudere uno spazio emotivo che è insieme fisico e interiore.
«Amo la freschezza del tuo sorriso
Luogo incantato di silenzio e pace
Amo le tue labbra
Morbido uscio dietro il quale ci sei tu»
L’amore nel sorriso, nei versi di Cristina Rossi
Fin dal primo verso, «Amo la freschezza del tuo sorriso», l’atto d’amore è dichiarato con una semplicità disarmante. Il verbo “amare” non è circondato da aggettivazioni complesse o da metafore barocche: è un amore che si appoggia su una qualità sensoriale primaria, la freschezza. La freschezza è una sensazione tattile, quasi termica, che richiama l’idea di qualcosa di vivo, di non corrotto, di sempre rinnovato. Un sorriso fresco non è stanco, non è convenzionale, non è maschera sociale: è un sorriso che nasce da una sorgente autentica, e che per questo rigenera chi lo riceve. In questo senso, il sorriso diventa già una forma di rifugio, un punto di contatto che lenisce e rasserena.
Il secondo verso amplia e approfondisce questa percezione: «Luogo incantato di silenzio e pace». Qui il sorriso smette di essere soltanto un gesto del volto e si trasforma in spazio, in luogo. È una metafora potentissima, perché assegna a un elemento corporeo una dimensione abitabile. Il sorriso non è più qualcosa che si guarda, ma qualcosa in cui si entra.
È un luogo incantato, dunque sottratto alla logica ordinaria del mondo, e soprattutto un luogo di silenzio e pace. In un’epoca segnata dal rumore, dall’eccesso di parole e di stimoli, l’amore viene descritto come ciò che restituisce silenzio, non come vuoto ma come pienezza quieta. La pace evocata non è l’assenza di conflitto, ma una condizione interiore: il sorriso dell’altro diventa il luogo in cui il soggetto poetico può finalmente sospendere la tensione dell’esistere.
Con il terzo verso, «Amo le tue labbra», la poesia torna a una dichiarazione diretta, quasi elementare, che ripete la struttura del primo verso. Questa ripetizione non è casuale: crea un ritmo affettivo, una litania amorosa che insiste sugli elementi del volto come se fossero stazioni di un percorso intimo. Le labbra sono una soglia privilegiata nell’immaginario amoroso: sono il punto di passaggio tra il dire e il tacere, tra l’interno e l’esterno, tra il pensiero e il corpo. Amare le labbra significa amare la possibilità della parola, del bacio, del respiro condiviso.
È però l’ultimo verso a concentrare il nucleo simbolico più profondo della poesia: «Morbido uscio dietro il quale ci sei tu». Qui le labbra diventano un uscio, una porta, una soglia che separa e insieme unisce. L’aggettivo “morbido” attenua qualsiasi idea di barriera o di chiusura: non è una porta rigida, non è un confine invalicabile, ma un passaggio delicato, accogliente, sensuale. Dietro questo uscio non c’è un luogo astratto, ma tu: l’essenza dell’altro, la sua presenza intera, la sua verità più profonda.
In questi versi si coglie una concezione dell’amore come avvicinamento rispettoso, come attraversamento di soglie che non possono essere forzate. L’amore non è conquista, ma attesa; non è invasione, ma accesso concesso. Le labbra come uscio suggeriscono che l’altro non è mai completamente disponibile o possedibile: c’è sempre un “dietro”, un interno che resta misterioso e che proprio per questo continua ad attrarre.
Cristina rossi e la sua poetica
La poetica di Cristina Rossi, in questa breve composizione, si fonda su un lessico semplice ma altamente evocativo. Le parole sono comuni — sorriso, labbra, pace, uscio — eppure, accostate con misura, generano una tensione lirica intensa. Non c’è ridondanza, non c’è spiegazione: la poesia affida tutto alla forza delle immagini e alla loro capacità di risuonare nell’esperienza del lettore. È una poesia che non impone significati, ma li suggerisce, lasciando spazio all’identificazione emotiva.
Il titolo della raccolta, “Ti amo mio spigolo”, sembra trovare in questi versi una sorta di controcanto: allo spigolo, che richiama l’idea dell’angolo, della durezza, dell’irregolarità, si contrappongono qui la freschezza, la morbidezza, la pace. L’amore, allora, non cancella lo spigolo dell’altro, ma lo accarezza, lo rende abitabile. Anche il sorriso e le labbra, pur essendo elementi delicati, custodiscono una soglia, un limite: l’amore autentico non elimina i confini, ma li riconosce e li onora.
In conclusione, questi versi di Cristina Rossi mostrano come la poesia d’amore possa ancora oggi parlare con voce nuova senza ricorrere all’enfasi. Attraverso immagini quotidiane e corporee, la poetessa costruisce una visione dell’amore come luogo di silenzio, come soglia morbida, come spazio di pace in cui l’altro non è mai ridotto a oggetto, ma resta presenza viva, misteriosa, irriducibile. È una poesia che invita a rallentare, a sostare, a riconoscere nell’amore non il clamore, ma l’intima quiete dell’incontro.