“Cime tempestose” non è una semplice storia d’amore. È un uragano emotivo che travolge le convenzioni sociali e psicologiche, mostrandoci un sentimento che scavalca i confini del corpo per farsi identità.
Rileggere oggi questo libro significa confrontarsi con la parte più selvaggia e autentica del nostro cuore. Emily Brontë ci ricorda che amare non è un atto rassicurante, ma una forza della natura che richiede coraggio, accettazione del dolore e, soprattutto, la capacità di vedere noi stessi negli occhi di un altro.
Cime tempestose
Scritto fra l’ottobre 1845 e il giugno 1846, venne pubblicato per la prima volta nel 1847, sotto lo pseudonimo di Ellis Bell. Nonostante ora sia considerato un classico della letteratura inglese, Cime tempestose non venne accolto in maniera entusiastica dalla critica; la sua struttura innovativa rese infatti i critici perplessi quando apparve per la prima volta. Fin dall’inizio fu considerato controverso e ricevette recensioni contrastanti in quanto la sua raffigurazione della crudeltà fisica e mentale descritta era insolitamente forte.
Cime tempestose ha ispirato molti adattamenti, compresi diversi film, sceneggiati radiofonici e televisivi, un musical diretto da Bernard J. Taylor, un balletto e tre opere liriche di Bernard Herrmann, Carlisle Floyd e Frédéric Chaslin. Proprio in questi giorni esce nelle sale una nuova versione cinematografica di quella che è stata l’unica opera di Emily Brontë.
I temi del libro
Il tema centrale di “Cime tempestose” è che l’amore non è un semplice sentimento, ma una fusione di anime. La frase iconica “lui è più me di me stessa” suggerisce che l’altro non è un oggetto del desiderio, ma una parte essenziale del proprio essere.
Il romanzo pone l’accento sul conflitto tra natura e civiltà, “messo in scena” attraverso il confronto tra due tipi di amore: quello per Edgar Linton, paragonato al “fogliame”, mutevole e superficiale, rappresentante della convenzione sociale e della gentilezza, e quello verso Heathcliff, paragonato alle “rocce eterne”, immutabile, selvaggio e necessario, specchio della brughiera desolata in cui i protagonisti crescono.
In quest’opera il lettore non trova un romanticismo “dolce”. Il linguaggio è violento e tormentato: si parla di “stritolare il cuore”, “assassini”, “lacrime di sangue” e “odio”. quello raccontato dall’autrice è un amore che sconfina nella crudeltà e che non cerca la felicità, ma l’appartenenza assoluta, anche oltre la morte.
Non solo i protagonisti Heathcliff e Catherine: anche Ellen, la governante e narratrice della storia, ha un ruolo centrale nella storia: lei è la testimone terrena e razionale di passioni che rasentano la follia, agendo come il ponte tra il lettore e l’abisso emotivo di Catherine e Heathcliff.
Frasi tratte da “Cime tempestose” sull’amore autentico
Attraverso le parole di Catherine e Heathcliff, Emily Brontë ci consegna una riflessione profonda sulla natura umana e su quanto l’altro possa diventare lo specchio necessario della nostra esistenza.
1. Ho sognato nella mia vita, sogni che son rimasti sempre con me, e che hanno cambiato le mie idee; son passati attraverso il tempo e attraverso di me, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente.
Questa frase ci insegna come le esperienze profonde (e i grandi amori) non siano eventi passeggeri, ma sostanze che si mescolano alla nostra anima. Come il vino colora l’acqua, così un legame autentico altera permanentemente la nostra percezione del mondo.
2. Gli ho dato il cuore e lui lo ha preso soltanto per stritolarlo a morte e scagliarmelo sulla faccia… poiché lui il mio lo ha distrutto, non posso più provare alcun sentimento nei suoi riguardi.
In questo passo la Brontë ci parla della vulnerabilità. Quando consegniamo il “centro” del nostro sentire a qualcuno che non sa custodirlo, il rischio non è solo il dolore, ma l’apatia: la fine della capacità di provare sentimenti.
3. Qui riesco quasi a concepire come un amore possa durare tutta una vita: mentre finora ero assolutamente convinto che nessun amore potesse resistere un anno.
Questa riflessione di Lockwood (il narratore esterno) ci ricorda come l’isolamento e l’intensità della natura (la brughiera) possano nutrire sentimenti che la vita sociale e cittadina tendono a consumare rapidamente.
4. Io amo la mia assassina; ma il tuo assassino, come potrei perdonarlo?
Uno dei passaggi più feroci della letteratura. Qui Heathcliff distingue tra la persona amata e l’azione che ha compiuto. Si può amare chi ci fa del male, ma è quasi impossibile perdonare la sofferenza che quella persona infligge a se stessa (e di riflesso a noi).
5. Ho condotto una ben dura esistenza, dal giorno che ho cessato di udir la tua voce. Ma tu devi perdonarmi: perché ho lottato solo per te.
Qui l’autrice ci dimostra come la motivazione che spinge a superare le asperità della vita spesso non risieda nell’egoismo, ma nel desiderio di essere degni o di tornare da chi amiamo.
6. Talvolta ci facciamo prendere dalla compassione per creature incapaci di provare sentimenti sia per se stessi che per altri.
Qui abbiamo una lezione di empatia moderna: esistono persone che hanno il cuore “chiuso” o inaridito; la Brontë ci suggerisce che, paradossalmente, sono proprio loro ad aver più bisogno della nostra compassione, anche se non sanno ricambiarla.
7. Credi che la tua gentilezza mi ha indotto ad amarti più profondamente di quanto farei se meritassi il tuo amore… me ne rammarico e me ne pento.
Secondo la Bronte l’amore non è un calcolo di meriti: spesso infatti amiamo di più chi ci accoglie nonostante le nostre colpe o la nostra natura difficile, provando un misto di gratitudine e rimorso.
8. Non gli dirò quanto lo amo, e non perché sia attraente, ma perché è per me più di quanto lo sia io stessa.” “Io lo amo più di me stessa, Ellen… preferirei essere infelice io, piuttosto che saperlo infelice.
Qui troviamo la definizione “brontiana” di amore: preferire il bene dell’altro al proprio. Non è un sacrificio passivo, ma una consapevolezza: l’esistenza dell’altro è diventata più preziosa della propria.
9. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà… Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario.
Esistono amori “stagionali” (sociali, estetici, basati sul benessere) e amori “ontologici” (necessari come le rocce). I primi sono belli ma mutano; i secondi sono duri e talvolta dolorosi, ma sono le fondamenta su cui poggia la nostra vita.
10. Lui è più me di me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili.
Ci troviamo di fronte alla frase manifesto del romanzo; ci insegna che l’amore supremo è un’affinità elettiva totale. Non si tratta di “completarsi”, ma di riconoscere nell’altro la propria stessa sostanza vitale.
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