Charles Simic (1938-2023), poeta serbo-americano vincitore del Pulitzer, ha dedicato gran parte della sua opera all’esplorazione dei territori oscuri dell’esistenza umana: la violenza, la morte, l’assurdo, la solitudine. I versi tratti dalla poesia “Scolari ingrigiti”, contenuta nella raccolta “Club Midnight”, rappresentano uno degli esempi più potenti e inquietanti di questa poetica. Attraverso la metafora della scuola e dell’aula, Simic trasforma la vecchiaia in una lezione estrema, quella che prepara all’esame finale della morte. Questi versi meritano un’analisi approfondita perché toccano con crudezza e insieme con delicatezza una delle esperienze umane più universali e insieme più rimosse: l’invecchiare come processo di avvicinamento graduale al non-essere.
Gli “scolari ingrigiti” di Charles Simic
Già il titolo della poesia contiene un ossimoro potente: “scolari ingrigiti”. Gli scolari sono per definizione giovani, con capelli scuri o biondi, non ingrigiti. L’aggettivo “ingrigiti” evoca immediatamente la vecchiaia, i capelli bianchi, il grigiore che avvolge gli anziani non solo fisicamente ma anche esistenzialmente.
L’accostamento di questi due termini contraddittori crea un’immagine perturbante: i vecchi come scolari, come alunni di una scuola particolare. Quale scuola? La scuola della morte, l’ultima classe che tutti dobbiamo frequentare. Questa metafora ribalta il senso della vita: non andiamo a scuola da giovani per poi vivere da adulti ciò che abbiamo appreso; al contrario, tutta la vita è stata preparazione per questa scuola finale, dove si impara l’unica lezione davvero importante: come morire.
Gli anziani sono “scolari” perché stanno ancora imparando, perché non sanno, perché sono in attesa di qualcosa che non conoscono ancora pienamente. L’infanzia e la vecchiaia si toccano in questa immagine: entrambe sono fasi di dipendenza, di incertezza, di apprendimento.
I brutti sogni: l’inconscio che prepara
“I vecchi fanno brutti sogni, per questo dormono poco.” Il verso di apertura stabilisce immediatamente un’atmosfera di inquietudine. I brutti sogni non sono incidenti occasionali ma una costante dell’esperienza degli anziani. Cosa sognano? Simic non lo dice esplicitamente, ma possiamo immaginare: forse sognano la morte, i morti che hanno conosciuto, il disfacimento del corpo, la perdita, la solitudine.
La conseguenza è l’insonnia: “per questo dormono poco”. Il sonno, che dovrebbe essere riposo e oblio, diventa per gli anziani un territorio pericoloso dove l’inconscio elabora l’avvicinarsi della fine. È più sicuro restare svegli, anche se stanchi, piuttosto che affrontare gli incubi notturni.
C’è qui un’eco del rapporto freudiano tra sogno e morte: i brutti sogni potrebbero essere il modo in cui l’inconscio prepara la coscienza all’evento finale, un lavoro psichico di elaborazione che però risulta così doloroso da rendere preferibile l’insonnia.
“Camminano a piedi nudi senza accendere la luce / o stanno appoggiati al lugubre mobilio / ascoltando il loro battito cardiaco.” Questi versi descrivono una scena di veglia notturna che ha qualcosa di rituale, quasi di cerimoniale.
Camminare “a piedi nudi” evoca vulnerabilità, nudità esistenziale. Non indossare le scarpe significa essere esposti, fragili. Il buio (“senza accendere la luce”) non è solo circostanza fisica ma condizione metafisica: i vecchi si muovono nell’oscurità dell’incertezza, senza illuminazione, brancolando.
L’immagine di vecchi “appoggiati al lugubre mobilio” è di una tristezza pesante. Il mobilio è “lugubre” – aggettivo funereo – e loro vi si appoggiano perché non hanno più la forza di stare in piedi da soli. Il mobile diventa sostegno fisico ed esistenziale, compagno silenzioso delle veglie notturne.
Ma l’immagine più potente è quella finale: “ascoltando il loro battito cardiaco”. Ascoltare il proprio cuore significa monitorare la vita residua, contare i battiti, verificare che la macchina biologica stia ancora funzionando. È un’attenzione ossessiva al corpo che sta cedendo, un controllo ansioso dei segnali vitali. Ogni battito potrebbe essere l’ultimo, o il penultimo. Il cuore diventa un metronomo della morte.
“L’unica finestra in fondo alla stanza / è nera come una lavagna.” Qui Simic introduce esplicitamente la metafora scolastica. La finestra, che dovrebbe aprirsi sul mondo esterno, sulla luce, sulla vita, è invece “nera come una lavagna”.
La lavagna è l’oggetto centrale dell’aula scolastica, dove il maestro scrive le lezioni che gli alunni devono apprendere. Ma questa lavagna-finestra è nera, vuota, non c’è nulla scritto. Oppure ciò che è scritto è invisibile nel buio della notte. La lezione che i vecchi devono imparare non può essere scritta, non può essere comunicata attraverso parole e segni sulla lavagna.
La finestra-lavagna è anche il confine tra interno ed esterno, tra la stanza (la vita residua) e ciò che sta oltre (la morte). Guardare fuori dalla finestra significa guardare verso la morte, ma non si vede nulla: solo nero.
L’aula della solitudine
“Ogni vecchio è solo in quest’aula.” Nonostante il titolo plurale (“scolari”), ogni vecchio è “solo”. Non è una classe collettiva, non c’è solidarietà di compagni, non c’è insegnante. Ognuno affronta da solo questa lezione finale.
La solitudine della morte è assoluta. Possiamo morire circondati da persone care, ma l’esperienza stessa del morire è radicalmente solitaria, non condivisibile, non trasferibile. L’aula è individuale: ogni vecchio ha la sua, identica a tutte le altre ma vissuta in totale isolamento.
Questa solitudine è forse l’aspetto più terribile della condizione descritta: non solo si muore, ma si muore soli, senza compagnia, senza consolazione.
La linea di gesso: il confine ontologico
L’immagine finale è di una potenza straordinaria: “guardando di traverso la linea sottile di gesso / che divide l’essere-qui dal non-essere-più-qui.”
La “linea sottile di gesso” richiama ancora la lavagna scolastica, dove il gesso traccia segni. Ma questa linea particolare è un confine ontologico, metafisico: separa l’essere dal non-essere, la vita dalla morte.
È una linea “sottile”: non c’è un abisso, non c’è una frattura drammatica, ma un confine quasi invisibile, delicato come un tratto di gesso. Eppure questa sottigliezza rende il confine ancora più inquietante: quanto è facile attraversarlo? Quanto poco ci separa dal non-essere?
“L’essere-qui” e “il non-essere-più-qui” sono formule che evitano la parola “morte” ma la evocano con precisione filosofica. Non si tratta di un “essere altrove” (come prometterebbero le religioni), ma di un “non-essere-più-qui”: la morte come cessazione, come fine, come scomparsa dall’unico luogo che conosciamo.
I vecchi guardano questa linea “di traverso”: non frontalmente, non con coraggio, ma obliquamente, con lo sguardo laterale di chi ha paura di guardare direttamente. È uno sguardo furtivo, quasi colpevole, come quello dello scolaro che guarda la finestra invece di prestare attenzione alla lezione.
La crudeltà senza consolazione
Ciò che rende questi versi particolarmente potenti è l’assenza totale di consolazione. Simic non offre nessuna promessa religiosa di aldilà, nessuna retorica sulla saggezza della vecchiaia, nessuna celebrazione dell’esperienza accumulata. I vecchi dei suoi versi non sono saggi, non sono sereni: sono spaventati, insonni, soli, in ascolto ossessivo del proprio corpo che sta cedendo.
Non c’è nemmeno pietà sentimentale o autocommiserazione. La descrizione è fredda, quasi clinica, oggettiva. Simic registra la condizione con lo sguardo impietoso di chi dice la verità senza addolcirla.
Questa crudeltà poetica è anche onestà radicale: Simic ci mostra la vecchiaia e la morte come sono, senza i veli consolatori della cultura, della religione, della retorica.
Sebbene i versi parlino specificamente dei vecchi, c’è un’implicazione universale: tutti diventeremo questi “scolari ingrigiti”. La poesia non è solo descrizione degli anziani ma profezia per tutti noi. Prima o poi (se saremo fortunati da arrivarci) ci troveremo in quell’aula solitaria, davanti a quella finestra-lavagna nera, a guardare di traverso la linea sottile di gesso.
Questa consapevolezza dovrebbe modificare il nostro modo di vivere, il nostro rapporto con il tempo, con gli anziani, con la morte stessa. Ma Simic non trae morali esplicite: si limita a mostrarci, con precisione terribile, ciò che ci aspetta.
I versi di Charles Simic funzionano come un memento mori contemporaneo, secolarizzato, privo di riferimenti religiosi ma non meno efficace. Ci ricordano che dovremo morire, che la vecchiaia non è la serena saggezza dei film ma spesso solitudine, paura, veglie notturne, ascolto ossessivo del cuore che batte.
La metafora degli “scolari ingrigiti” trasforma la morte in una lezione finale che tutti dobbiamo imparare, un esame che tutti dobbiamo sostenere, da soli, in un’aula buia, davanti a una lavagna su cui non è scritto nulla perché non ci sono parole per ciò che dobbiamo apprendere.
Leggere questi versi è un’esperienza scomoda, disturbante, ma anche necessaria. In una cultura che tende a rimuovere sistematicamente la vecchiaia e la morte, nascondendole in case di riposo e ospedali, questi versi ci costringono a guardare ciò che preferiremmo ignorare. E forse, proprio in questa crudeltà, c’è una forma paradossale di compassione: quella di chi non ci lascia nell’illusione ma ci prepara, con onestà brutale, a ciò che inevitabilmente verrà.
