La celebre lettera attribuita a Capriolo Zoppo, indirizzata al presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce nel 1854, rappresenta uno dei testi più intensi e poetici sul rapporto tra l’uomo e la natura. Le parole citate – “Le mie parole sono come le stelle e non tramontano” – aprono una riflessione che trascende il tempo storico in cui furono pronunciate, assumendo un valore universale e profondamente attuale.
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il calore della terra? Noi non siamo proprietari della freschezza dell’acqua o del suo scintillo: come potete comprarli da noi? Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua, ma è il sangue dei nostri antenati. Il mormorio dell’acqua è la voce di mio padre.
L’appello di Capriolo Zoppo
Fin dalle prime righe, emerge una concezione radicalmente diversa della realtà rispetto a quella occidentale moderna. Quando Capriolo Zoppo si chiede: “Ma come potete comprare o vendere il cielo, il calore della terra?”, egli mette in discussione uno dei pilastri della civiltà europea: l’idea di proprietà. Nella visione dei popoli nativi, la terra non è un bene da possedere, ma una presenza vivente con cui entrare in relazione. Non si tratta di un oggetto, ma di un soggetto, degno di rispetto e di ascolto.
Questa prospettiva ribalta completamente la logica economica che si stava imponendo nell’America del XIX secolo, caratterizzata dall’espansione territoriale e dalla mercificazione delle risorse naturali. Per i coloni europei, la terra rappresentava una risorsa da sfruttare; per i nativi, invece, era una madre, una fonte di vita e memoria. La domanda retorica posta da Capriolo Zoppo non richiede una risposta: è già, di per sé, una denuncia dell’assurdità di un sistema che pretende di trasformare l’infinito in proprietà privata.
Uno degli aspetti più suggestivi del testo è la sacralizzazione di ogni elemento naturale. “Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo” afferma l’autore, per poi elencare con straordinaria precisione dettagli apparentemente insignificanti: “ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada”. Questa attenzione al dettaglio rivela una sensibilità profonda, capace di cogliere la bellezza e il valore anche nelle manifestazioni più minute della natura.
La sacralità, in questo contesto, non è un concetto astratto o religioso nel senso occidentale, ma una qualità intrinseca della realtà. Tutto è sacro perché tutto è connesso. La linfa degli alberi, ad esempio, “porta le memorie dell’uomo rosso”: una metafora potente che esprime l’idea di una continuità tra uomo e natura, tra passato e presente. La memoria non è confinata nella mente umana, ma è diffusa nel mondo, inscritta negli elementi naturali.
Questo legame indissolubile è sintetizzato in una delle frasi più celebri del testo: “Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.” Qui si coglie il cuore della filosofia nativa: l’identità non è individuale, ma relazionale. L’essere umano non esiste in isolamento, ma come parte di un tutto più ampio. Questa visione contrasta fortemente con l’individualismo tipico della modernità occidentale, che tende a separare l’uomo dalla natura, considerandolo superiore e distinto.
Un altro elemento centrale è il concetto di fratellanza universale. Capriolo Zoppo afferma: “I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli.” Questa idea amplia il concetto di famiglia oltre i confini della specie umana, includendo animali, piante e persino elementi inanimati come le rocce e i fiumi. Tutto appartiene alla stessa famiglia, e quindi merita rispetto e cura.
In questo senso, la natura non è solo un ambiente, ma una comunità. Gli esseri viventi non sono risorse, ma parenti. Questa prospettiva implica una responsabilità etica: prendersi cura della natura significa prendersi cura della propria famiglia. Distruggere l’ambiente equivale a distruggere una parte di sé.
Particolarmente intensa è l’immagine dell’acqua, descritta come “il sangue dei nostri antenati”. L’acqua non è semplicemente una sostanza fisica, ma un elemento carico di significato simbolico e affettivo. Essa rappresenta la continuità tra le generazioni, il legame tra i vivi e i morti. Il “mormorio dell’acqua” diventa “la voce di mio padre”, trasformando un fenomeno naturale in un’esperienza profondamente umana e spirituale.
Un messaggio attuale più che mai
Questa visione spirituale della natura ha una forza straordinaria proprio perché si oppone a una visione utilitaristica. Dove la modernità vede risorse, Capriolo Zoppo vede relazioni; dove vede oggetti, egli vede soggetti; dove vede profitto, egli vede memoria e sacralità.
È importante sottolineare come queste parole, pur radicate in un contesto storico specifico – quello della colonizzazione americana – parlino anche al presente. Oggi, in un’epoca segnata da crisi ambientali, cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, il messaggio contenuto in questa lettera appare più attuale che mai. La necessità di ristabilire un rapporto equilibrato con la natura è diventata una questione urgente, e le tradizioni indigene offrono spunti preziosi per ripensare il nostro modo di vivere.
La frase iniziale, “Le mie parole sono come le stelle e non tramontano”, assume così un significato profetico. Le parole di Capriolo Zoppo continuano a brillare, come stelle nel cielo, illuminando una possibile via alternativa. Non si tratta di idealizzare il passato, ma di riconoscere il valore di una saggezza che è stata troppo a lungo ignorata o marginalizzata.
In conclusione, questa straordinaria citazione di Capriolo Zoppo ci invita a riconsiderare profondamente il nostro rapporto con la terra e con la vita. Essa ci ricorda che non siamo padroni del mondo, ma parte di esso; che la natura non è una merce, ma una comunità; che ogni elemento, per quanto piccolo, è portatore di valore e significato. In un tempo in cui l’equilibrio del pianeta è sempre più fragile, queste parole risuonano come un richiamo alla responsabilità, alla consapevolezza e, soprattutto, al rispetto.
