I versi di Camillo Sbarbaro tratti dalla poesia “Padre, se anche tu non fossi il mio”, inclusa nella raccolta Pianissimo (1914), sono tra i più intensi e rivelatori dell’intera lirica novecentesca italiana. In sole tre righe, apparentemente semplici e spoglie, Sbarbaro concentra una riflessione profonda sull’amore, sull’identità, sul legame filiale e, più in generale, sulla possibilità di riconoscere l’altro al di là dei ruoli, delle definizioni e delle appartenenze formali. È una poesia che, nel suo tono sommesso e privo di retorica, incarna perfettamente lo spirito di Pianissimo, una delle opere più radicali e coerenti del primo Novecento.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi un uomo estraneo
per te stesso egualmente t’amerei.
Camillo Sbarbaro e il padre
La raccolta nasce in un clima culturale segnato dalla crisi dei valori ottocenteschi, dalla dissoluzione delle certezze positivistiche e dalla perdita di un orizzonte stabile di senso. A differenza di altri poeti suoi contemporanei, Sbarbaro non reagisce a questa crisi con il grido, con l’invettiva o con l’esibizione del disagio, ma sceglie una poetica dell’abbassamento, della voce tenue, dell’osservazione dimessa. Pianissimo è, già nel titolo, una dichiarazione di poetica: parlare sottovoce, quasi temendo di disturbare, come se ogni parola fosse già di troppo.
All’interno di questo orizzonte, il rapporto con il padre assume un valore centrale. Non si tratta però di un padre idealizzato o mitizzato, né di una figura autoritaria contro cui ribellarsi. Il padre di Sbarbaro è una presenza silenziosa, segnata dalla fatica della vita, dalla solitudine, da una sorta di estraneità al mondo e a se stesso. È un padre fragile, umano, lontano da ogni modello eroico. Ed è proprio questa fragilità a rendere possibile l’amore che il poeta esprime.
Il primo verso — “Padre, se anche tu non fossi il mio” — introduce immediatamente una condizione ipotetica destabilizzante. L’identità del padre viene messa tra parentesi: non è il legame di sangue a fondare l’amore. Sbarbaro compie un gesto radicale, separando l’affetto dalla genealogia. L’amore filiale non è dato una volta per tutte dalla nascita, ma nasce da un riconoscimento più profondo, più essenziale. È un amore che potrebbe esistere anche senza il vincolo biologico.
Il secondo verso rafforza questa idea: “padre, se anche fossi un uomo estraneo”. Qui l’ipotesi si spinge ancora oltre. Non solo il padre potrebbe non essere “il mio”, ma potrebbe addirittura essere uno sconosciuto. L’estraneità diventa totale, non solo giuridica o familiare, ma esistenziale. Eppure, proprio in questa estraneità, il poeta intravede la possibilità di un legame. È un rovesciamento profondo della logica comune: ciò che di solito separa, qui diventa ciò che rende l’amore più puro, perché privo di obblighi e aspettative.
Il terzo verso — “per te stesso egualmente t’amerei” — è il cuore morale e poetico del testo. L’amore dichiarato non è rivolto al padre in quanto padre, ma all’uomo “per se stesso”. Sbarbaro afferma un principio di amore disinteressato, che non dipende dai ruoli sociali, dalle funzioni, dai doveri. È un amore che riconosce l’altro nella sua nudità ontologica, nella sua semplice esistenza. In questo senso, la poesia assume una dimensione etica universale: amare qualcuno “per se stesso” è forse la forma più alta e più rara di amore.
Lo stile di Sbarbaro
Dal punto di vista stilistico, i versi sono coerenti con la poetica di Sbarbaro: lessico semplice, sintassi lineare, assenza di figure retoriche vistose. Non c’è enfasi, non c’è pathos dichiarato. L’emozione nasce proprio dalla sobrietà, dalla rinuncia a ogni forma di abbellimento. È una poesia che sembra quasi vergognarsi di dire ciò che dice, e proprio per questo risulta profondamente autentica. Il sentimento non esplode, ma affiora lentamente, come un pensiero trattenuto a lungo.
Questa concezione dell’amore è strettamente legata alla visione di Sbarbaro. In Pianissimo, il poeta si sente spesso estraneo al mondo, incapace di partecipare pienamente alla vita sociale, afflitto da una sorta di stanchezza ontologica. Tuttavia, proprio da questa condizione di marginalità nasce una particolare forma di attenzione verso l’altro. Chi si sente estraneo riconosce l’estraneità altrui; chi è fragile vede la fragilità degli altri. L’amore per il padre, in questo senso, è anche un riconoscimento di una comune vulnerabilità.
Non va dimenticato, inoltre, il contesto biografico. Sbarbaro ebbe un rapporto complesso con il padre, segnato da incomprensioni, silenzi, difficoltà comunicative. La poesia non cancella queste ombre, ma le attraversa. L’amore dichiarato non è ingenuo né pacificato: è un amore che nasce nonostante tutto, nonostante la distanza, l’estraneità, forse anche il dolore. Proprio per questo risulta credibile e profondamente umano.
