I versi di Amelia Rosselli sull’amore verso noi stessi

5 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questi versi di Amelia Rosselli che ci ricordano di non mettere mai la nostra felicità e serenità in secondo piano.

I versi di Amelia Rosselli sull'amore verso noi stessi

I versi di Amelia Rosselli tratti dalla raccolta Le poesie concentrano in poche righe molte delle tensioni fondamentali della sua scrittura: la fedeltà che diventa tradimento, l’equilibrio che si trasforma in distanza, l’amore come luogo di scissione interiore più che di pacificazione. Si tratta di versi densissimi, in cui l’esperienza affettiva è subito traslata in un linguaggio simbolico e naturale, ma senza mai perdere la sua carica psicologica, quasi dolorosamente concreta.

Convinta d’esserti fedele tradivo in me la gioia e
il dolore: equinozio equidistante che mi teneva lontana
dal mare, dall’odore dei boschi che sono la tua calma
la mia marea di sogni.

Analizziamo i versi di Amelia Rosselli

Il testo si apre con un’apparente contraddizione: “Convinta d’esserti fedele tradivo in me la gioia e il dolore”. La fedeltà, valore generalmente positivo e rassicurante, è qui messa sotto accusa. Rosselli suggerisce che l’idea stessa di fedeltà, quando diventa assoluta, può trasformarsi in una forma di auto-negazione. Essere fedeli all’altro significa, in questo caso, tradire se stessi, rinunciare tanto alla gioia quanto al dolore, cioè alle due polarità fondamentali dell’esperienza emotiva. È come se l’io poetico si fosse imposto una neutralizzazione dei sentimenti per restare all’altezza di un vincolo amoroso percepito come totalizzante.

La gioia e il dolore, accostati senza gerarchie, rappresentano qui non tanto emozioni specifiche quanto la pienezza del sentire. Tradirle equivale a impoverirsi interiormente, a sospendere la propria vitalità. In questo senso, la fedeltà non è più relazione ma sacrificio silenzioso, rinuncia all’intensità della vita interiore. Rosselli, che nella sua poesia indaga spesso il conflitto tra identità e legame, sembra suggerire che l’amore, quando non lascia spazio all’alterità dell’io, diventa una forma di ascesi forzata.

Il verso successivo introduce una delle immagini più potenti del testo: “equinozio equidistante che mi teneva lontana”. L’equinozio è il momento dell’anno in cui giorno e notte hanno la stessa durata, simbolo di equilibrio perfetto. Ma qui questo equilibrio non è armonia: è immobilità. L’aggettivo equidistante rafforza l’idea di una posizione sospesa, centrale, ma proprio per questo distante da tutto. L’io poetico non è immerso né nella luce né nel buio, né nella gioia né nel dolore: è bloccato in una zona di mezzo che lo separa dal mondo.

L’equilibrio, anziché essere una conquista, diventa una condizione di estraneità. Rosselli capovolge così un simbolo tradizionalmente positivo: l’equinozio non è il segno di una sintesi riuscita, ma di una neutralizzazione forzata, di una distanza emotiva che impedisce il contatto autentico con la realtà e con l’altro.

Questa distanza si concretizza immediatamente in immagini sensoriali: “dal mare, dall’odore dei boschi”. Il mare e il bosco sono due spazi archetipici, profondamente legati all’esperienza corporea e istintiva. Il mare evoca il movimento, la marea, il ritmo profondo della vita emotiva; il bosco richiama l’intimità, la protezione, un contatto primario con la natura. Essere lontani da questi luoghi significa essere separati da una dimensione vitale e sensoriale dell’esistenza.

Amelia Rosselli non descrive un’assenza astratta, ma una privazione concreta: l’odore dei boschi, in particolare, richiama un’esperienza fisica, quasi animale, che contrasta con l’astrattezza dell’equinozio. L’io poetico è bloccato in una condizione mentale che lo separa dal corpo, dai sensi, dalla possibilità di sentire pienamente.

Questi elementi naturali vengono poi ricondotti all’altro: “che sono la tua calma”. Il mare e il bosco non appartengono solo al mondo esterno, ma diventano metafore dell’interiorità della persona amata. La calma dell’altro è associata a spazi vasti, profondi, naturali, in cui l’io potrebbe forse trovare ristoro. Tuttavia, proprio perché intrappolato nella sua fedeltà equidistante, l’io resta lontano anche da questa calma, incapace di raggiungerla davvero.

L’ultimo verso introduce un ulteriore scarto: “la mia marea di sogni”. Qui il mare ritorna, ma non come realtà esterna: è diventato interno, onirico, desiderante. La marea, movimento ciclico e irregolare, rappresenta ciò che l’io non riesce a vivere nella realtà ma che continua a pulsare dentro di sé. I sogni diventano l’unico spazio in cui l’intensità emotiva può ancora manifestarsi, sebbene in forma indiretta, notturna, forse irrealizzabile.

Mai scordarsi di sé stessi

C’è in questi versi una tensione costante tra contenimento e eccesso, tra immobilità e movimento. La fedeltà imposta produce immobilità; il sogno, invece, conserva la marea, il flusso. Rosselli sembra dirci che ciò che non può essere vissuto nella vita cosciente trova rifugio nell’inconscio, nel desiderio, nella poesia stessa.

In conclusione, questi versi offrono una riflessione profonda e inquieta sull’amore, sull’identità e sul prezzo dell’equilibrio. Amelia Rosselli mostra come la rinuncia a una parte di sé, anche se motivata da fedeltà o dedizione, possa generare una distanza dolorosa dal mondo e dagli altri. La sua poesia non cerca soluzioni concilianti: mette in scena il conflitto, lo lascia vibrare tra immagini naturali e tensioni interiori, restituendo al lettore la complessità di un’esperienza emotiva che non può essere ridotta a formule rassicuranti. In questa fedeltà che tradisce e in questa marea che sopravvive nei sogni, si riconosce una delle voci più radicali e lucide della poesia del Novecento.

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