I versi di Alfred Tennyson sul valore della crescita e del viaggio

5 Marzo 2026

Leggiamo questi versi di Alfred Tennyson che, con abile arte poetica, mette in scena un Ulisse stanco di essere un re sconosciuto al suo popolo.

I versi di Alfred Tennyson sul valore della crescita e del viaggio

I celebri versi tratti da “Ulisse” – «Non posso trovare requie dal viaggio: berrò la vita fino al fondo…» – appartengono a una delle poesie più intense della letteratura inglese ottocentesca, scritta da Alfred Tennyson. Questo monologo drammatico, in cui l’eroe omerico riflette sulla propria esistenza e sul proprio destino, è molto più di una semplice rievocazione mitologica: è una meditazione sulla vita, sull’esperienza, sul desiderio di conoscenza e sull’irrequietezza dello spirito umano.

Non posso trovare requie dal viaggio: berrò
la vita fino al fondo: ho sempre tratto piacere
immensamente, e immensamente ho sofferto, con coloro
che mi amano, e da solo; sulla riva, e quando
mosse tra nuvole rapide le piovose Iadi
vessavano il mare nebbioso: sono diventato un nome;

Alfred Tennyson e un Ulisse dantesco

La poesia fu composta nel 1833, in un momento di profonda crisi personale per Tennyson. Il poeta aveva appena appreso la notizia della morte del suo caro amico Arthur Henry Hallam, compagno di studi e figura centrale nella sua vita intellettuale e affettiva. Tuttavia, il testo non venne pubblicato subito: apparve soltanto nel 1842, nella raccolta Poems. Questo dato biografico è fondamentale per comprendere il tono della poesia. “Ulisse” non è soltanto la voce di un eroe antico: è anche l’espressione della lotta interiore di Tennyson di fronte al dolore e alla perdita.

Il monologo immagina Ulisse ormai tornato a Itaca, stanco della vita sedentaria e incapace di adattarsi alla quiete del regno. Nei versi citati emerge subito questa inquietudine: «Non posso trovare requie dal viaggio». Il viaggio non è soltanto uno spostamento fisico; è una metafora della ricerca incessante, del desiderio di conoscere e di vivere intensamente. Ulisse è l’uomo che non può fermarsi, perché la sua identità è inseparabile dall’esplorazione.

L’immagine successiva è tra le più potenti della poesia: «berrò la vita fino al fondo». Qui la vita è rappresentata come una coppa da svuotare completamente. Non si tratta di un semplice invito al piacere; è piuttosto una dichiarazione di volontà: vivere significa sperimentare tutto ciò che è possibile, senza riserve. La metafora suggerisce intensità, passione e anche una certa audacia. Ulisse non vuole accontentarsi di un’esistenza tranquilla; vuole conoscere ogni sfumatura dell’esperienza umana.

Il verso seguente approfondisce questa idea: «ho sempre tratto piacere immensamente, e immensamente ho sofferto». La vita dell’eroe è segnata da una duplice dimensione: gioia e dolore. Non c’è esperienza autentica che non contenga entrambe. Ulisse non rifiuta il dolore, anzi lo riconosce come parte integrante della vita vissuta pienamente. In questo senso, la poesia riflette una visione esistenziale molto moderna: la grandezza dell’esperienza non deriva dalla sua serenità, ma dalla sua intensità.

Il protagonista ricorda poi di aver vissuto «con coloro che mi amano, e da solo». Questa alternanza tra comunità e solitudine è tipica dell’eroe errante. Ulisse è legato agli altri, ma nello stesso tempo è inevitabilmente isolato. L’esperienza del viaggio comporta una distanza, una separazione. L’eroe è colui che attraversa mondi e situazioni che gli altri non conoscono.

Tennyson arricchisce questa riflessione con immagini cosmiche e naturali: «sulla riva, e quando mosse tra nuvole rapide le piovose Iadi vessavano il mare nebbioso». Qui compare un riferimento mitologico e astronomico significativo. Nella mitologia greca, le Iadi erano ninfe dei boschi e delle fonti; nella tradizione astronomica, però, il nome indica un gruppo di stelle della costellazione del Toro. Nella poesia di Tennyson le Iadi rappresentano proprio questo gruppo stellare, la cui apparizione nel cielo primaverile era tradizionalmente associata all’arrivo delle piogge. L’immagine delle “piovose Iadi” che agitano il mare nebbioso evoca la dimensione tempestosa e imprevedibile del viaggio marittimo.

Questa scena suggerisce la grandezza e la durezza della vita dell’eroe. Ulisse non ha vissuto soltanto momenti gloriosi, ma anche tempeste, pericoli e incertezze. Eppure proprio queste prove hanno contribuito a formare la sua identità. Per questo egli afferma: «sono diventato un nome». Non è soltanto un individuo; è diventato simbolo, leggenda, memoria collettiva.

Il monologo di Tennyson si colloca all’incrocio di due grandi tradizioni letterarie. Da un lato, la fonte primaria è l’Odissea, in particolare il libro XI, dove lo spirito di Tiresia rivela a Ulisse che, dopo il ritorno a Itaca, dovrà intraprendere un ultimo viaggio. Questa profezia suggerisce che la vita dell’eroe non può concludersi nella stabilità domestica.

XXVI canto dell’Inferno

Dall’altro lato, Tennyson dialoga con la tradizione medievale rappresentata da Dante Alighieri, soprattutto con il canto XXVI dell’Inferno. Nel celebre episodio dantesco, Ulisse racconta la sua ultima navigazione oltre le colonne d’Ercole, spinto dal desiderio di “divenir del mondo esperto”. Tennyson riprende questa immagine dell’eroe assetato di conoscenza, trasformandola in una riflessione romantica sulla tensione infinita dello spirito umano.

La figura di Ulisse diventa così un simbolo universale. Non rappresenta soltanto il guerriero greco, ma l’uomo moderno che rifiuta la passività e continua a cercare nuovi orizzonti. In questo senso, la poesia riflette anche il clima culturale dell’età vittoriana, segnata da grandi esplorazioni geografiche e scientifiche.

Ma, allo stesso tempo, il testo conserva una dimensione profondamente personale. Dopo la morte di Hallam, Tennyson si trovò di fronte al rischio dell’immobilità e della disperazione. Attraverso la voce di Ulisse, egli afferma invece la necessità di continuare il viaggio. La poesia diventa così una risposta al lutto: non arrendersi, ma proseguire la ricerca.

In definitiva, questi versi rappresentano una delle più potenti celebrazioni della vita intesa come esperienza totale. Ulisse non cerca la pace, ma l’intensità; non desidera la quiete, ma l’avventura della conoscenza. La sua voce attraversa i secoli come un invito a vivere pienamente, ad accettare la gioia e il dolore come parti inseparabili dell’esistenza.

Proprio per questo motivo, la figura di Ulisse continua a parlare ai lettori moderni. In un mondo spesso dominato dalla sicurezza e dall’abitudine, la sua dichiarazione – «berrò la vita fino al fondo» – risuona come un richiamo alla curiosità, al coraggio e alla libertà dello spirito umano.

© Riproduzione Riservata