Questa dichiarazione di Alberto Sordi (1920-2003), tratta dal libro “Cinema e Tagliatelle”, racchiude una confessione personale che va oltre l’aneddoto biografico per toccare questioni universali: il rapporto tra vita e lavoro, la solitudine come condizione esistenziale, il mestiere come rifugio e insieme come prigione. Dietro l’apparente serenità della frase si intravede la malinconia di un uomo che ha sacrificato molto sull’altare della professione, trovando nel lavoro insieme salvezza e sostituto affettivo. Analizzare queste parole significa addentrarsi nella vita e nell’anima di uno dei più grandi attori italiani, ma anche riflettere su scelte esistenziali che riguardano molti.
“Alla mia età ho fatto il callo alla solitudine. Una solitudine, però, molto relativa, perché il lavoro riesce a riempire completamente la mia esistenza.”
Alberto Sordi: l’uomo dietro la maschera
Per comprendere la profondità di questa affermazione, bisogna conoscere qualcosa dell’uomo Alberto Sordi, non solo dell’attore. Sordi non si sposò mai, non ebbe figli, visse gran parte della sua vita adulta in una villa romana insieme alla sorella Aurelia. Le sue relazioni sentimentali, pur esistenti, rimasero sempre ai margini della sua vita pubblica e forse anche di quella privata.
Fu un uomo profondamente dedito al lavoro: attore, regista, doppiatore, produttore, lavorò incessantemente per oltre sessant’anni. Il cinema non fu solo la sua professione ma la sua ragion d’essere, il centro gravitazionale intorno a cui ruotava tutta la sua esistenza. Questa totalizzante dedizione al mestiere fu insieme scelta consapevole e, forse, necessità emotiva.
La frase in questione arriva da un Sordi maturo, probabilmente già anziano (il libro è del 1996, quando aveva 76 anni). È lo sguardo retrospettivo di chi fa i conti con le proprie scelte di vita, con ciò che ha avuto e ciò che ha rinunciato ad avere.
“Fare il callo”: l’assuefazione al dolore
L’espressione “fare il callo” è potentissima nella sua immediatezza popolare. Il callo è l’ispessimento della pelle che si forma per proteggere le zone sottoposte a continue pressioni o sfregamenti. È una difesa del corpo contro un’irritazione ripetuta. Fare il callo a qualcosa significa abituarsi, sviluppare una resistenza, non sentire più il dolore che all’inizio quella cosa causava.
Dire “ho fatto il callo alla solitudine” implica quindi che:
- La solitudine inizialmente faceva male: non è stata una scelta gioiosa ma qualcosa a cui ci si è dovuti adattare.
- È una condizione ripetuta e prolungata: come il callo si forma solo con sfregamenti continui, così ci si abitua alla solitudine solo vivendola costantemente.
- Non è scomparsa ma è diventata sopportabile: il callo non elimina la pressione, semplicemente permette di non soffrirne più acutamente.
C’è quindi, in questa immagine apparentemente semplice, il riconoscimento di un dolore originario, di una ferita che si è cicatrizzata ma non cancellata. Sordi non sta celebrando la solitudine come scelta liberatoria ma ammettendo di essersi abituato a una condizione che probabilmente, almeno in parte, avrebbe preferito evitare.
“Solitudine molto relativa”: il paradosso dell’artista
Ma subito dopo l’ammissione della solitudine, arriva la qualificazione: “una solitudine, però, molto relativa”. Questo “però” è fondamentale. Introduce una correzione, un’attenuazione, forse anche una difesa contro la pietà o l’autocommiserazione.
Cosa significa “solitudine relativa”? Sordi spiega: “perché il lavoro riesce a riempire completamente la mia esistenza”. Il lavoro come antidoto alla solitudine, come compagnia, come presenza che occupa lo spazio che altrimenti sarebbe vuoto.
Qui emerge il paradosso dell’artista, specialmente dell’attore: Sordi era circondato continuamente da persone (troupe, colleghi, pubblico), era al centro dell’attenzione, era amato da milioni di italiani. Come poteva essere solo? Eppure lo era, in modo profondo. Perché quelle presenze erano tutte legate al lavoro, alla funzione professionale, alla maschera pubblica. Finite le riprese, spente le luci, Sordi tornava alla sua villa, alla sua vita privata essenziale.
È la solitudine particolare di chi vive nell’ipervisibilità pubblica ma nell’isolamento affettivo privato. Una solitudine “relativa” perché attenuata dal lavoro continuo, ma pur sempre solitudine perché quel lavoro non sostituisce completamente le relazioni affettive profonde.
Il lavoro come “riempimento” dell’esistenza
L’espressione più inquietante della frase è forse “il lavoro riesce a riempire completamente la mia esistenza”. Quel “riempire” evoca un vuoto preesistente che deve essere colmato. L’esistenza di Sordi, senza il lavoro, sarebbe stata vuota? È questo che sembra suggerire.
E quel “completamente” è assoluto, totale. Non “in gran parte” ma “completamente”. Il lavoro occupa tutto lo spazio disponibile, non lascia residui, non lascia buchi. È insieme benedizione (perché previene il confronto con il vuoto) e condanna (perché non permette null’altro).
Questa concezione del lavoro come totalità esistenziale è tipica di certe generazioni e di certi caratteri. Sordi apparteneva a quella generazione (nata negli anni ’20, formata nel dopoguerra) per cui il lavoro era identità, missione, quasi sacerdozio. Non lavorava per vivere ma viveva per lavorare. Il mestiere non era mezzo ma fine.
C’è qui anche la dimensione dell’artista come ossessionato dalla propria arte. Sordi non “andava a lavorare” come un impiegato che poi stacca e ha la sua vita. Il suo lavoro era creazione continua, richiesta incessante di sé. Era insieme gratificante (la soddisfazione artistica, il successo, l’amore del pubblico) e divorante (non lasciava spazio per altro).
La scelta o la necessità?
Una domanda che sorge spontanea è: questa condizione fu scelta o necessità? Sordi scelse consapevolmente di sacrificare la vita affettiva per dedicarsi totalmente al lavoro, o fu il lavoro che, per sua natura totalizzante, finì per escludere altre possibilità?
Probabilmente, come spesso accade, fu entrambe le cose. Certamente ci furono scelte: rinunce a relazioni che richiedevano troppo tempo o compromessi, priorità date sempre al lavoro su tutto il resto. Ma ci fu anche una dinamica quasi inerziale: il successo richiede dedizione, la dedizione porta altro successo, il successo richiede ancora più dedizione, in una spirale che alla fine lascia poco spazio per altro.
E forse c’era anche una componente caratteriale: alcuni temperamenti trovano più facile, più sicuro, più gratificante il rapporto con il lavoro che quello con le persone. Il lavoro è controllabile, prevedibile (relativamente), meritocratico. Le relazioni affettive sono caotiche, imprevedibili, richiedono vulnerabilità.
La malinconia dietro la rassegnazione
Nonostante il tono apparentemente sereno, quasi rassegnato della dichiarazione, vi si intravede una vena di malinconia. Quel “fare il callo” tradisce un rimpianto, per quanto attenuato dal tempo e dall’abitudine. Se non ci fosse stato dolore, non ci sarebbe stato bisogno di fare il callo.
Sordi sta facendo i conti, a settant’anni passati, con le proprie scelte. E mentre da un lato rivendica la validità di quelle scelte (il lavoro ha “riempito completamente” la sua vita, quindi non è stata vuota), dall’altro ammette implicitamente che c’è stato un prezzo: la solitudine. Che sia “relativa” non la cancella.
C’è qui l’onestà di chi non si illude né cerca di illudere. Non dice “sono felice così, non mi manca nulla”. Dice “mi sono abituato, il lavoro compensa, ma sì, sono solo”. È una forma di realismo malinconico, di accettazione senza autoinganni.
L’universalità della condizione
Sebbene Sordi parli di sé, la sua condizione ha una risonanza universale, specialmente nella società contemporanea dove il lavoro tende a occupare spazi sempre più ampi dell’esistenza. Molti oggi potrebbero dire le stesse parole: “Il lavoro riempie completamente la mia esistenza”, e non sempre con soddisfazione.
La differenza è che Sordi faceva un lavoro che amava appassionatamente, che gli dava riconoscimento e significato. Ma anche così, ammette la solitudine. Cosa dire allora di chi lavora molto senza nemmeno la gratificazione artistica o il successo pubblico?
La frase di Sordi diventa un monito: il lavoro, anche quello amato e gratificante, non può sostituire tutto. Può riempire il tempo, occupare la mente, dare scopo, ma non elimina completamente il bisogno di connessione umana, di affetti, di intimità. Il callo permette di non soffrire acutamente, ma non crea vero calore.
Il modello italiano dell’attore-istituzione
C’è anche una dimensione culturalmente italiana in questa confessione. Sordi, come altri grandi attori della sua generazione (Totò, Gassman, Mastroianni), incarnò un modello di dedizione totale al mestiere che aveva qualcosa di sacerdotale. L’attore non come celebrity superficiale ma come artigiano-artista che consacra la vita all’arte.
Questo modello aveva i suoi pregi (serietà professionale, dedizione, risultati artistici di altissimo livello) ma anche i suoi costi umani. Sordi ne sta testimoniando i costi: la solitudine, la vita affettiva sacrificata, l’esistenza ridotta al lavoro.
Conclusione: la saggezza della cicatrice
“Alla mia età ho fatto il callo alla solitudine” – in questa frase c’è tutta la saggezza di chi ha vissuto, ha scelto, ha rinunciato, e ora guarda indietro senza illusioni ma anche senza disperazione. Il callo è brutto esteticamente ma funzionale: protegge. La solitudine è dolorosa ma, se riempita dal lavoro amato, sopportabile.
Sordi non offre lezioni morali, non dice “fate come me” né “non fate i miei errori”. Semplicemente testimonia: questa è stata la mia vita, queste le mie scelte, questo il risultato. C’è onestà in questa testimonianza, una forma di coraggio nel dire la verità anche quando non è completamente consolante.
E forse proprio questa onestà è il vero lascito di queste parole: il riconoscimento che le scelte di vita comportano sempre rinunce, che si può trovare compensazione ma non sostituzione completa, che il callo protegge ma la cicatrice resta.
Per chi ama il proprio lavoro fino a farlo diventare vita, le parole di Sordi sono insieme incoraggiamento e avvertimento: sì, il lavoro può riempire l’esistenza, ma preparati alla solitudine. E abituati, perché ne avrai bisogno.
