La citazione di Alberto Moravia tratta dalla “Breve autobiografia letteraria” condensa in poche parole una visione lucida e disincantata dell’esistenza e della formazione dell’individuo. In questa frase si riconosce immediatamente la cifra morale e intellettuale di Moravia: uno sguardo privo di consolazioni facili, attento ai meccanismi profondi che plasmano l’uomo, spesso contro la sua volontà e al di là dei suoi progetti.
«Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare»
Alberto Moravia e l’arbitrarietà della vita
Il primo elemento che colpisce è la contrapposizione netta tra due tipi di esperienze: da una parte quelle che scegliamo, dall’altra quelle che subiamo. Moravia suggerisce che le seconde abbiano un peso formativo e rivelatore maggiore rispetto alle prime. Non perché siano migliori o desiderabili, ma proprio perché irrompono nella vita senza chiedere permesso, mettendo in crisi le certezze, le aspettative e l’immagine che abbiamo di noi stessi. In questa prospettiva, l’esperienza non è mai neutra: è un evento che incide, che segna, che lascia tracce profonde.
Le esperienze che decidiamo di fare sono spesso guidate da un progetto, da un desiderio o da un’illusione di controllo. Pensiamo di sapere cosa vogliamo, immaginiamo le conseguenze delle nostre scelte, crediamo di poter governare il senso di ciò che vivremo. Ma proprio questa intenzionalità, secondo Moravia, ne limita la portata. Quando scegliamo, ci muoviamo entro confini già tracciati, entro un orizzonte che ci è familiare. L’esperienza volontaria, pur importante, tende a confermare ciò che già sappiamo o crediamo di sapere.
Al contrario, le esperienze che non avremmo mai voluto fare ci colgono impreparati. Sono eventi spesso dolorosi, scomodi, talvolta traumatici: una malattia, una perdita, una delusione, un fallimento, un incontro che smaschera una verità sgradita. Proprio perché non le abbiamo cercate, queste esperienze ci costringono a guardare la realtà senza filtri, a fare i conti con limiti che avremmo preferito ignorare. In esse si manifesta una dimensione dell’esistenza che non si lascia addomesticare.
Questa idea è profondamente coerente con l’opera narrativa di Moravia. Nei suoi romanzi e racconti, i personaggi raramente maturano attraverso scelte eroiche o decisioni consapevoli. Al contrario, sono spesso travolti da situazioni che li mettono a nudo: l’inettitudine, la noia, l’alienazione, l’ipocrisia borghese. In Gli indifferenti, per esempio, la crisi morale dei protagonisti non nasce da un atto deliberato, ma dalla constatazione dolorosa della propria incapacità di reagire. È un’esperienza subita, non scelta, a rivelare la verità dei personaggi.
La citazione di Moravia suggerisce anche una riflessione più ampia sul rapporto tra individuo e destino. Senza ricorrere a una visione fatalistica, lo scrittore riconosce che l’esistenza è fatta di elementi imprevedibili, che sfuggono al controllo razionale. In questo senso, le esperienze decisive sono spesso quelle che incrinano l’illusione dell’autosufficienza. Esse ci ricordano che non siamo i soli autori della nostra storia, che la vita non si lascia ridurre a un progetto lineare.
C’è in questa affermazione anche una critica implicita a una concezione edulcorata dell’esperienza, molto diffusa nella cultura contemporanea, che tende a valorizzare solo ciò che è scelto, pianificato, “positivo”. Moravia ribalta questa prospettiva: non sono le esperienze cercate a definire davvero chi siamo, ma quelle che ci costringono a rivedere la nostra idea di noi stessi. L’esperienza autentica non è quella che conferma, ma quella che smentisce.
La vita si può scegliere?
Dal punto di vista formativo, la frase di Moravia invita a ripensare il significato stesso dell’apprendimento. Imparare non coincide necessariamente con l’accumulare esperienze piacevoli o gratificanti. Spesso si impara di più quando si è costretti a fare i conti con ciò che resiste, che ferisce, che mette in discussione. È in queste fratture che si sviluppa una consapevolezza più profonda, anche se faticosa.
Non va però interpretata questa citazione come un elogio del dolore in sé. Moravia non sostiene che si debba cercare la sofferenza, né che le esperienze non desiderate siano automaticamente “migliori”. Il loro valore non sta nel dolore, ma nella verità che portano alla luce. Esse rivelano ciò che le esperienze volontarie spesso nascondono: la fragilità, la dipendenza, la contraddizione che attraversano l’essere umano.
In questo senso, la citazione assume anche una valenza etica. Accettare che le esperienze decisive non siano sempre quelle scelte significa riconoscere una dimensione di umiltà nell’esistenza. Significa ammettere che non tutto è sotto il nostro controllo, e che proprio questa mancanza di controllo può diventare occasione di crescita. È una lezione scomoda, ma profondamente onesta.
Infine, la frase di Moravia parla anche al lettore contemporaneo, spesso immerso in una cultura che esalta l’autodeterminazione, la pianificazione, l’idea che “volere è potere”. Moravia ci ricorda che il senso della vita non nasce solo dalla volontà, ma anche dalla resistenza della realtà. E che, paradossalmente, sono proprio le esperienze che avremmo voluto evitare a lasciare l’impronta più duratura, perché ci costringono a cambiare, a comprendere, a diventare altro da ciò che credevamo di essere.