Con questa frase fulminante, tratta da “Matinée: un concerto di poesia” (Garzanti), Alberto Arbasino (1930-2020) – scrittore, saggista, critico letterario tra i più acuti e caustici della cultura italiana – condensa in poche parole una critica feroce alla classe politica italiana. L’aforisma, che riscrive ironicamente la celebre incisione di Goya, rappresenta un esempio perfetto dello stile arbasiniano: colto, allusivo, devastante nella sua sinteticità. Analizzare questa citazione significa addentrarsi non solo nella poetica di uno degli intellettuali più importanti del secondo Novecento italiano, ma anche riflettere sul rapporto tra cultura e potere, tra intelligenza e politica, tra ragione critica e gestione della cosa pubblica.
“Il sonno della ragione produce ministri.”
La citazione di Goya: il modello illustre
Per comprendere appieno la portata dell’aforisma arbasiniano, bisogna partire dal suo modello: la celebre incisione “El sueño de la razón produce monstruos” (Il sonno della ragione produce mostri), numero 43 della serie “Los Caprichos” di Francisco Goya (1799). Nell’opera grafica, Goya rappresenta un uomo addormentato sulla scrivania, circondato da creature notturne minacciose: gufi, pipistrelli, fantasmi.
Il titolo-didascalia dell’incisione ha generato secoli di dibattito interpretativo. La frase spagnola “el sueño” può significare sia “il sonno” che “il sogno”, creando un’ambiguità produttiva: quando la ragione dorme (si addormenta, abdica), produce mostri; oppure, quando la ragione sogna (immagina senza controllo), produce mostri. In entrambi i casi, l’assenza o la sospensione della ragione critica genera orrori.
Goya stava criticando la superstizione, l’oscurantismo, i pregiudizi che infestavano la Spagna del suo tempo. L’Illuminismo aveva proclamato il trionfo della ragione, ma Goya – artista di confine tra Illuminismo e Romanticismo – mostrava quanto fosse fragile questo trionfo, quanti mostri si annidassero ancora nell’inconscio collettivo.
La riscrittura di Alberto Arbasino: dai mostri ai ministri
Arbasino riprende la struttura della frase di Goya ma sostituisce la parola chiave finale: non più “mostri” ma “ministri”. È una sostituzione geniale nella sua semplicità, che opera su più livelli.
Primo livello – l’equivalenza sarcastica: i ministri sono i mostri contemporanei. Non abbiamo più bisogno di fantasmi e creature dell’incubo: i veri mostri sono coloro che governano, i membri dell’esecutivo, la classe politica al potere.
Secondo livello – la diagnosi politica: i ministri sono il prodotto del “sonno della ragione”. Non arrivano al potere perché sono i migliori, i più competenti, i più intelligenti. Al contrario, emergono proprio quando la ragione critica si addormenta, quando la società rinuncia a selezionare la classe dirigente secondo criteri razionali di merito, competenza, onestà intellettuale.
Terzo livello – la responsabilità collettiva: se il sonno della ragione produce ministri, significa che siamo noi – cittadini, elettori, società – a produrli addormentandoci. I ministri mediocri, incompetenti, ridicoli non sono un accidente della storia ma la conseguenza necessaria della nostra inerzia intellettuale.
Sebbene l’aforisma abbia una valenza potenzialmente universale, è evidente che Arbasino ha in mente specificamente la classe politica italiana. Tutta l’opera di Arbasino – dai romanzi come “Fratelli d’Italia” (1963) e “La bella di Lodi” (1972) ai saggi polemici e alle cronache mondane – è attraversata da una critica feroce, spesso al vetriolo, della mediocrità della politica italiana.
Arbasino ha assistito e documentato, con disgusto misto a fascino morboso, decenni di politica italiana: dalla Prima Repubblica con i suoi riti democristiani e le sue corruzioni, attraverso Tangentopoli e il crollo del vecchio sistema, fino alla Seconda Repubblica con i suoi personaggi spesso grotteschi. In questo lungo percorso, ha visto alternarsi ministri di ogni tipo, molti dei quali incarnavano perfettamente il prodotto del “sonno della ragione”.
Il termine “ministri” non indica genericamente i politici, ma specificamente chi detiene il potere esecutivo, chi governa concretamente. È una critica che colpisce al cuore: non i parlamentari di retrovia, non i consiglieri comunali, ma proprio chi ha responsabilità di governo.
Lo stile di Arbasino: erudizione e causticità
L’aforisma è tipicamente arbasiniano nello stile. Arbasino è stato maestro di una prosa coltissima, ipercolta, saturo di citazioni, allusioni, riferimenti alla cultura alta (letteratura, arte, musica) e bassa (gossip, mondanità, televisione). La sua scrittura procede per accumulo, per giustapposizione, per collage.
Ma in questo caso sceglie la sintesi estrema: otto parole che condensano un intero discorso critico. È la forma dell’aforisma, genere che Arbasino ha praticato con maestria. L’aforisma è l’opposto della sua prosa barocca e accumulativa: è fulminante, definitivo, chirurgico.
E la “cattiveria” dell’aforisma è anch’essa caratteristica. Arbasino è stato uno scrittore feroce, senza pietà per la mediocrità, il conformismo, la stupidità. La sua critica letteraria poteva essere devastante, le sue cronache politiche caustiche fino al sarcasmo. Equiparare i ministri ai mostri di Goya è un gesto di violenza verbale deliberata, calibrata per ferire.
La tradizione della satira politica italiana
L’aforisma si inserisce in una lunga tradizione di satira politica italiana, da Machiavelli a Parini, da Porta a Gadda. La peculiarità italiana è stata spesso quella di una satira che non cambia nulla: si ride dei potenti, se ne evidenzia l’ignoranza e la corruzione, ma tutto continua come prima.
Arbasino è perfettamente consapevole di questa impotenza della satira. I suoi strali non hanno mai modificato un voto, non hanno mai fatto cadere un ministro. Eppure continua a scrivere, mosso forse da un imperativo etico: testimoniare, registrare, non lasciar passare in silenzio la stupidità al potere.
L’aforisma sui ministri è insieme denuncia e resa: denuncia della mediocrità politica, ma anche ammissione che questa mediocrità è strutturale, prodotta dal sistema (il sonno della ragione collettiva), non correggibile con l’intelligenza critica di pochi intellettuali.
Il sonno della ragione: diagnosi della contemporaneità
Ma cosa significa esattamente “il sonno della ragione” nel contesto contemporaneo? Arbasino non lo specifica, ma possiamo articolare l’espressione:
Sonno della ragione critica: quando i cittadini smettono di esercitare il giudizio critico, di informarsi seriamente, di valutare razionalmente programmi e persone. Quando votano per slogan, per apparenza, per simpatia televisiva invece che per competenza.
Sonno della cultura: quando la società privilegia l’ignoranza sulla conoscenza, il populismo sull’expertise, l’istinto sulla riflessione. Quando essere “intellettuale” diventa un’accusa invece che un merito.
Sonno della memoria: quando si dimenticano le lezioni del passato, quando si ripetono gli stessi errori senza imparare, quando la storia diventa un peso da scrollarsi di dosso invece che una maestra.
Sonno dell’indignazione: quando ci si abitua alla mediocrità, quando non ci si scandalizza più per l’incompetenza, la corruzione, la volgarità al potere. Quando tutto diventa normale, accettabile, inevitabile.
L’attualità della frase
A distanza di anni dalla sua formulazione, l’aforisma di Arbasino mantiene, anzi forse incrementa, la sua pertinenza. Chiunque guardi alla politica italiana (e non solo italiana) degli ultimi decenni può riconoscere la validità della diagnosi: il proliferare di ministri incompetenti, inadeguati, ridicoli sembra davvero il prodotto di un sonno collettivo della ragione.
Ma la frase è anche un monito, un appello: se vogliamo ministri (e più in generale una classe politica) migliori, dobbiamo svegliarci, riattivare la ragione critica, smettere di dormire. Il problema non sono “loro” (i politici), ma “noi” (i cittadini) che li produciamo col nostro sonno.
Sebbene radicata nella realtà italiana, l’osservazione di Arbasino ha evidentemente valore universale. In molte democrazie occidentali si assiste allo stesso fenomeno: l’emergere al potere di figure inadeguate, l’appiattimento verso il basso del livello della classe dirigente, la celebrazione dell’ignoranza come virtù populista.
Il “sonno della ragione” è forse una condizione strutturale delle democrazie di massa mediali, dove la competenza conta meno della comunicazione, dove l’apparenza televisiva vale più del programma politico, dove la complessità è un difetto e la semplificazione demagogica una virtù.
La responsabilità degli intellettuali
C’è anche un’autoriflessione implicita nell’aforisma. Arbasino, intellettuale raffinato e colto, fa parte di quella élite culturale che dovrebbe tenere sveglia la ragione collettiva. Ma se la ragione dorme e produce ministri mostruosi, significa forse che anche gli intellettuali hanno fallito il loro compito?
La frase può quindi leggersi anche come autocritica: noi intellettuali abbiamo lasciato dormire la ragione, non siamo riusciti a mantenere viva la cultura critica, e il risultato sono i ministri che meritiamo.
“Il sonno della ragione produce ministri” funziona quasi come epitaffio della democrazia italiana (e forse occidentale). È una frase che registra un fallimento: il fallimento dell’Illuminismo, della speranza che la ragione potesse guidare la politica; il fallimento della democrazia, che dovrebbe selezionare i migliori ma spesso premia i peggiori; il fallimento della cultura, incapace di educare una cittadinanza vigile e critica.
Ma è anche, paradossalmente, un atto di resistenza. Scrivere questa frase, pubblicarla, diffonderla significa rifiutarsi di dormire, mantenere accesa una piccola luce di ragione critica nell’oscurità generale. Arbasino, con la sua cattiveria aforistica, compie un gesto insieme disperato e necessario: dice la verità, anche sapendo che dirla probabilmente non cambierà nulla.
I mostri di Goya erano creature della superstizione e della paura. I ministri prodotti dal sonno della ragione contemporanea sono forse ancora più inquietanti, perché reali, perché al potere, perché – e questa è la vera angoscia – siamo noi stessi ad averli prodotti addormentandoci.
