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Roma dedica una mostra a Mario Giacomelli, il fotografo che ha conquistato anche il MoMA

Mario Giacomelli sfugge ad ogni scuola o definizione, la sua è un'arte fotografica senza precedenti, in cui le immagini sottolineano l'aspetto emotivo della realtà. Per tutta la vita ha continuato a definirsi un tipografo eppure è considerato il più grande fotografo italiano del Novecento...
Fino al 20 gennaio 2013 il Museo di Roma in Trastevere ospiterà “Mario Giacomelli. Fotografie dall’archivio di Luigi Crocenzi”, una mostra dedicata al più grande fotografo italiano del Novecento

MILANO – Mario Giacomelli sfugge ad ogni scuola o definizione, la sua è un’arte fotografica senza precedenti, in cui le immagini sottolineano l’aspetto emotivo della realtà. Per tutta la vita ha continuato a definirsi un tipografo eppure è considerato il più grande fotografo italiano del Novecento fin da quando, nel 1963, il curatore del MoMA di New York acquisì per il Museo la serie “Scanno”, inserendo anche una fotografia nel prestigioso catalogo “Looking at Photographs”. A lui il Museo di Roma in Trastevere dedica una mostra a cura di Walter Liva dal titolo “Mario Giacomelli. Fotografie dall’archivio di Luigi Crocenzi”, in esposizione fino al 20 gennaio 2013.

L’ARCHIVIO CROCENZI – Le immagini e i documenti in mostra sono stati selezionati tra i materiali che il CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia ha acquisito nel 1995 con l’archivio di Luigi Crocenzi costituito da lettere, libri e fotografie che l’uomo di cultura aveva raccolto nel corso degli anni. Tra questi materiali spicca per il suo enorme valore il corpus di oltre 250 vintages realizzati da Mario Giacomelli dagli anni ’50 alla fine degli anni ’70. Giacomelli e Crocenzi furono legati da un profondo rapporto di amicizia che si tradusse anche nella collaborazione alla sceneggiatura di “Un uomo una donna un amore” nel 1961 e di “A Silvia” nel 1963.

LA MEMORIA DELL’ESISTENZA – “Ciò che Giacomelli cercava attraverso i suoi scatti non era tanto il paesaggio, l’orizzonte o il personaggio che raffigurava, ciò che gli premeva era lo stato d’animo che da quel soggetto scaturiva, in una sorta di autoanalisi della propria intelligenza emotiva che, comunicando per immagini, fosse in grado di sollecitare ulteriori, anche diverse, sensazioni nell’osservatore. Ma soprattutto, di nuovo, in se stesso”, così descrive la tecnica fotografica di Giacomelli Dino Gasperini, Assessore del comune di Roma alle Politiche Culturali e Centro storico. E prosegue: “È l’intimità di sguardo e riflessione, infatti, la protagonista dei suoi lavori in bianco e nero, negli anni e nelle differenti serie. Giacomelli si meraviglia del mondo nelle sue infinite manifestazioni, cerca di carpire segreti e sfumature, va a caccia perfino di sogni, sicuramente di poesia, che con il suo obiettivo imprigiona, immortalandola e regalandola ai più come evidenza su cui ragionare”. Di sé Giacomelli diceva: “Io non ritraggo paesaggi, ma i segni e la memoria dell’esistenza”.

IL FOTOGRAFO DI SENIGALLIA – Mario Giacomelli era il maggiore di tre fratelli e all’età di 9 anni perse il padre. Fu in quel periodo che incominciò a dipingere e a scrivere poesie e la madre da parte sua trovò lavoro come lavandaia presso la casa di riposo della città di Senigallia, mentre lui a tredici anni iniziò a lavorare alla Tipografia Marchigiana, rimanendo affascinato dalle tante possibilità di comporre parole e immagini offerte dalla stampa. Per tutta la vita lavorò nella stessa Tipografia Marchigiana divenendone il proprietario e si dedicò alla fotografia soltanto nel tempo libero e tutti i giorni dopo cena, prima fotografando i dintorni di Senigallia, quindi stampando provini nei quali individuava il punto interessante e lo andava ad ingrandire e quindi stampava. Nel 1955 venne premiato a Castelfranco Veneto e a Spilimbergo e dopo che John Szarkowsky, il curatore del MoMA di New York acquisì per il Museo nel 1963 la serie “Scanno”, Giacomelli acquisì un’enorme fama in Italia e all’estero.

1 novembre 2012

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