Paul Hasen, ”Contenuto, presenza e rispetto sono le regole chiave per un buon reportage”

Contenuto, presenza e rispetto. Sono queste le tre regole auree per realizzare un buon reportage secondo Paul Hnasen, vincitore del premio Foto dell’anno 2012 al World Press Photo di quest'anno...
Il fotografo vincitore del premio Foto dell’anno 2012 al World Press Photo parla del lavoro che gli è valso l’importante riconoscimento e delinea i tratti del mestiere di fotoreporter
 
MILANO –  Contenuto, presenza e rispetto. Sono queste le tre regole auree per realizzare un buon reportage secondo Paul Hansen, vincitore del primo premio al World Press Photo di quest’anno. In questa intervista, il fotografo svedese ci parla dello scatto premiato, del lavoro di reporter, e fornisce alcuni preziosi consigli a tutti gli appassionati di fotografia che desiderino avvicinarsi al mondo del fotoreportage. 
 
Ci può parlare di “Gaza Burial ”, lo scatto premiato al World Press Photo come miglior foto dell’anno 2013? In quali circostanze è stata scattata? Fa parte di un più ampio progetto di reportage?
La foto è stata scattata durante un nostro normale reportage degli eventi a Gaza. Fa parte di un servizio d’informazioni quotidiano. La decisione di immortalare alcuni funerali è stata presa la notte prima e rafforzata quando abbiamo sentito quante persone erano state uccise. Tuttavia quel giorno sono state documentate anche altre storie. 
 
Quali sono le più importanti caratteristiche del suo stile fotografico?
Non saprei. Forse gli altri sono più adatti a rispondere a questo genere di domanda. Non so se possiedo davvero uno “stile”…
 
Se dovesse descrivere le caratteristiche di un buon reportage, quali dovrebbero essere?
Contenuti, presenza e rispetto. 
 
Quale macchina fotografica e obiettivo preferisce utilizzare durante i suoi reportage?
Canon 5D Mark III e obiettivi da 16-35 mm e  50 mm
 
Può dare alcuni consigli tecnici a quei fotografi che desiderano intraprendere la carriera di reporter?
Nient’altro che conoscere la loro macchina fotografica in modo profondo, fotografare molto e cercare di essere presenti sul luogo innanzitutto come persone, e solo dopo come fotografi. 
 
Quali sono le difficoltà di questo lavoro?
La difficoltà maggiore è quella di riuscire a riassumente visivamente  e in uno spazio unidimensionale alcune scene piuttosto complesse e dinamiche.
 
Quali sono i rischi connessi al lavoro di fotoreporter in zone di guerra? Perché ha deciso di fare reportage sui conflitti anche se questo comportava rischi?
Non mi prendo mai rischi gratuiti. Non sono stato io a scegliere la guerra o le avversità, sono loro ad aver scelto me. Essendo un fotogiornalista, questo è il mio lavoro. Un lavoro molto importante. Attraverso i nostri reportage sentiamo l’esigenza di mostrare le conseguenze di un fallimento politico e non permettere alle persone influenti di dire: “noi non lo sapevamo”. 
 
31 maggio 2013
 
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