Il reportage di Bruno Luverà

“Nero su Bianco”, il ritratto dell’Italia del dopoguerra con gli scatti dei migliori fotografi

Bruno Luverà, curatore della rubrica del Tg1 “Billy, il vizio di leggere”, ci illustra alcuni aneddoti esclusivi legati a questo speciale sulla fotografia

L’avventura della nascita del fotogiornalismo italiano dopo il periodo del fascismo e dell’istituto Luce, con documenti d’epoca e le testimonianze di Uliano Lucas, Lisetta Carmi, Giovanna Calvenzi, i ricordi dei fotografi scomparsi, Mario Dondero, Ugo Mulas e Gabriele Basilico. E’ questo “Nero su Bianco”, lo speciale curato sulla fotografia dal giornalista Bruno Luverà, in onda Domenica alle 23.30 su Rai Uno. Sei mesi di lavoro per un documentario di un’ora, con interviste ai fotografi e ricerca di materiale d’epoca. E’ lo stesso Bruno Luverà, curatore della rubrica del Tg1 “Billy, il vizio di leggere”, a spiegarci alcuni aneddoti esclusivi legati al documentario.

 

L’idea di questo documentario nasce dalla rubrica dei libri. Dopo aver intervistato alcuni dei fotografi come Ferdinando Scianna e Gianni Berengo Cardin, mi è venuta l’idea di approfondire la storia dei grandi fotografi italiani che, dopo la fine del Fascismo negli anni ’50 cominciarono per la prima volta a dare vita al fotogiornalismo in Italia. Un approfondimento possibile anche grazie alla collaborazione dell’agenzia Contrasto, i quali mi hanno accompagnato alla scoperta die fotografi e dei loro studi.

Uno dei momenti più appassionanti è stato l’incontro con Ferdinando Scianna a Milano, il quale ci ha aperto il suo archivio e ci ha fatto vedere delle foto inedite del suo amico Henry Cartier Bresson, con cui Scianna, insieme a Koudelka, faceva delle lunghe passeggiate nei boschi intorno a Parigi per parlare di fotografia e cultura. Bresson non si faceva fotografare da nessuno, mentre da Scianna si. In questo speciale, vedremo foto inedite di Bresson a casa sua, tutte rigorosamente in bianco e nero. Tra gli aneddoti poco conosciuti, Scianna ci ha raccontato che Bresson, alla fine degli anni ’40, era incerto se continuare a fare il fotografo o il regista, influenzato da Renoir. Realizza così un documentario sul ritorno dei soldati francesi e dei prigionieri dei campi di concentramenti in patria. Durante le riprese, avvenne l’episodio dello schiaffo nel corso di un interrogatorio di donne. Bresson, quando vede che la situazione era particolarmente interessante dal punto di vista fotografico, molla la cinepresa, prende la macchina fotografica e realizza 4 scatti. Uno di questi, è la foto storica dello schiaffo alla collaboratrice dei campi di concentramento. Questo è un tipico esempio della differenza tra la narrazione cinematografica e quella fotografica, che in attimo testimonia, racconta, focalizza una storia.

Gianni Berengo Gardin ci ha mostrato il suo studio e ci ha fatto aperto il suo archivio, tirando fuori delle foto degli anni ’50, periodo della sua formazione, in cui decide di fare il fotografo e va a Parigi, capitale della cultura nel dopoguerra, dove comincia a fotografare. Tutti i grandi fotografi italiani andarono a Parigi negli anni ’50, dove esisteva una vera e propria scuola-accademia.

In Italia, l’accademia della fotografia era vicina a Brera, ma non era un istituto universitario, bensì un bar, precisamente il bar Jamaica di Milano. Li abbiamo incontrato Uliano Lucas, il quale ci ha raccontato l’avventura del Jamaica, luogo di ritrovo per artisti, scrittori e poeti a cavallo degli anni ’50 e ’60.

La cosa più interessante di questo lavoro è stato l’incrociare le testimonianze di chi ha vissuto quel periodo con i documenti dell’epoca, tra cui le teche storiche ed il materiale d’archivio della Rai.

In questo documentario c’è stata la scoperta di un altro grande personaggio della fotografia come Lisetta Carmi, che abbiamo incontrato a Genova nel corso della sua mostra a Palazzo Ducale. Con lei, abbiamo ricostruito i suoi percorsi di ricerca fotografica. Lei stessa diceva “Io non fotografo con la testa, con gli occhi o con il cuore, ma fotografo con l’anima: quando scatto una fotografia, entro in contatto con la persona che ho davanti. Abbiamo incontrato a Napoli Mimmo Iodice, il quale si batte affinché la fotografia venga considerata un linguaggio dell’arte, in quanto esiste un messaggio parallelo oltre alla rappresentazione della realtà.

Le foto in bianco e nero sono foto di denuncia, come quelle realizzate dallo stesso Berengo Gardin in manicomio negli anni ’60, poi pubblicate in un libro di Einaudi e sostennero la campagna a favore della chiusura dei manicomi.

Quello che è uscito fuori è una sorta di storia dell’Italia in bianco e nero, la scoperta della fotonotizia, del giornalismo d’inchiesta attraverso la fotografia, dopo il periodo della fotografia di propaganda dell’Istituto Luce.

L’ultima parte del documentario è dedicata a ciò che ne sarà degli archivi e del patrimonio storico dei grandi fotografi. Uliano Lucas denuncia il pericolo della dispersione della memoria. Oggi, se non c’è l’intervento di Ministero della Cultura, di accademie o dei grandi centri di documentazione fotografica, c’è il rischio di disperdere questo enorme patrimonio.

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