La lettera d’amore di Silvio Pellico a Teresa Bartolozzi

La lettera d'amore di Silvio Pellico a Teresa Bartolozzi

MILANO – Silvio Pellico ebbe solo due grandi storie d’amore nella sua vita. La più focosa fu con l’attrice Teresa (Gegia). La relazione, contrastata dalla famiglia di Pellico che non voleva vederlo unito a un’attrice e sofferta perché all’inizio non ricambiata, si concluse bruscamente nell’ottobre del 1820 a causa dell’arresto dello scrittore. Questa è un’appassionata lettera all’amata riportata da Antologia Amorosa.

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“Mia adorata amica. Non chiedo che tu mi risponda; le tue occupazioni non ti lasciano tempo di scrivere: non ti sdegnare dunque s’io ti scrivo; non ti chiedo se non che tu abbia la pazienza di leggere le espressioni del miei sentimenti per te. – Ho bisogno di dirti ch’io t’amo, di ridirtelo, di giurartelo; e in quelle ore ch’io passo in casa tua, non mi è mai dato di star libero, e solo con te un istante. – Sí, io t’amo! O era giusto ch’io non te lo dicessi mai, o è necessaio ch’io te lo ripeta ogni giorno. – Se tu sapessi la febbre che ho nel cuore, se tu sapessi come la tua immagine, i tuoi sorrisi, i tuoi detti, sempre scolpiti nella mia mente, mi fanno continuamente palpitare; se tu sapessi come i miei sonni sono turbati e brevi da che ho – non so se debbo dire la fortuna o la sciagura di conoscerti – tu mi compiangeresti, o Gegia! Io sono in uno stato di pena inesprimibile. Perché m’hai tu vietato di ripartire per Torino? Questo tuo divieto, e le tenerissime parole di amicizia che ti compiacesti di dirmi m’inondarono per un momento il cuore di gioia; – ma a questa gioia succede un turbamento maggiore di prima. Sí; io t’amo piú di prima, io ardo ogni dí piú. Dal punto in cui ti ho svelato il segreto del mio povero cuore, mi sembra che una nuova indissolubile catena mi si sia avvinta intorno all’anima. – Avanti di confessarti l’amor mio, io m’immaginava di non aver perduta interamente la mia libertà, io credea d’essere ancora in qualche modo padrone di me, o se nol credeva, io mi sforzava di sperarlo. – Ora, ho giurato d’amarti, e sono tuo, per tutta la mia vita. – Ieri, allo sfuggirmi del mio segreto, è cominciata una nuova epoca della mia esistenza: ho varcato un passo fatale; nulla può piú ritrarmene. Non vedo che un abisso di dolori dinanzi a me, ma non posso retrocedere, conviene ch’io mi v’inoltri, ch’io vi perisca.

Adorata, unico mio pensiero, Gegia, mia cara Gegia! cento volte al giorno io ripeto fra me: che diverrò? quale orribile avvenire prevedo? Separarmi da lei, non piú vederla! – Eppure questa spaventosa idea non è quella che piú mi strazia il cuore: un’altra piú crudele idea mi fa abborrire la vita. Il tuo gentile animo che oggi non sente amore, non è stato creato per vivere indifferente: tu t’innamorerai di qualche mortale piú felice di me: io ho un presentimento di ciò… tu mi sarai rapita, tu amerai, ma che altri t’ami quanto t’amo io, non crederlo, Gegia, non è possibile. –

Ah! perché il Cielo m’ha dato, un cuore tutto ardente d’amore, e non m’ha ornato di tutti quei pregi esterni che innamorano, che inspirano una vera passione! Perché non ho io la millesima parte delle tue grazie, della tua leggiadria, dell’incanto che è diffuso su tutta la tua celeste persona! – Ridi pure, e rida teco la buona Cugina Carlotta, io ve lo permetto; ma tant’è: a me non era mai importato d’essere brutto, né bello. Ora m’addiro colla Natura che non mi ha fatto il piú bello, il piú amabile, il piú seducente degli uomini. – Quando per lo passato io mi sentiva inclinazione per una donna, io diceva: Se le sono simpatico l’amerò, ma se non prova simpatia fuorché per i bei giovani, saprò non curarmene. – Oh, come sono cangiato! Nulla può consolarmi di non avere in me tutto ciò che la bellezza e la fortuna e l’ingegno hanno di magico onde impadronirmi del tuo cuore. – Vorrei offrirti in me l’uomo il piú degno d’una angelica creatura qual tu sei… ma ciò che ho di te degno non è altro che un’anima immensamente capace d’amore!

Sono infelice; tu m’hai reso infelice, tu m’hai reso amaro tutto ciò che un giorno formava la dolcezza dei miei giorni. Per cagion tua, ogni cosa al mondo m’è divenuta molesta, fuorché te e la tua cugina e gli oggetti che ti circondano. – Ma i miei pensieri sono sconnessi; non so né anche piú ordinare le mie idee. Il mio cervello stanco dalle continue veglie è esausto di forze: lo sento ardere. Credimi; o impazzisco, o muojo d’amore.

Ti voleva dire tante cose, e t’ho scritta la piú insipida lettera del mondo! Ah! Gegia, perdonami; io avrei dovuto ringraziarti dell’avermi assicurato della tua amicizia! – io dovrei esser pago di questo tenero sentimento! – Di che dunque mi lagno? Ti giuro che apprezzo la tua amicizia; sono certo che me la serberai Dio! l’amor tuo, Gegina, l’amor tuo, chi mai lo possederà? – Tu non vedi di che freddo sudore mi si copre la fronte.

Ieri ti dissi ch’io t’avea scritto; tu m’imponesti di darti la mia lettera. Eccola, anima mia. – Ma oh quanto sono meno malinconico oggi che jeri! l’aver passato vicino a te tutta la sera, l’essermi beato udendo i tuoi cari racconti, l’essermi veduto trattare con tanta fratellanza e bontà da te e da Carlotta, i tuoi amabili scherzi, i suoi, i pensieri mesti che abbiamo diviso insieme… tutto questo mi ha riempito il cuore di dolcezza. – Ah! se non puoi amarmi d’amore, Gegia, amami almeno con tale amicizia che molto molto si assomigli all’amore!”

Silvio Pellico 

 

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