Gli Uffizi e l’arte di scolpire la cera: perché la ceroplastica è una disciplina dimenticata?

20 Dicembre 2025

Già dal titolo, l’esposizione “Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica” si pone l’obiettivo di far rivivere un ambito creativo perduto, dalla storia antichissima: quello della produzione di immagini in cera.

Gli Uffizi e l'arte di scolpire la cera perché la ceroplastica è una disciplina dimenticata

Far rivivere un ambito creativo perduto, dalla storia antichissima: quello della produzione di immagini in cera, in gran parte scomparse a causa della deperibilità del materiale. Nasce così la mostra “Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica”, da poco inaugurata agli Uffizi e in programma fino al 12 aprile 2026, è la prima esposizione dedicata alla scultura in cera fiorentina tra XVI e XVII secolo. Allestita nei nuovi spazi al piano terreno della Galleria, intende riportare alla luce un’arte a lungo dimenticata, valorizzandone l’alto livello tecnico e artistico e il ruolo centrale dei Medici come collezionisti e mecenati.

La mostra ricostruisce lo sviluppo della ceroplastica nel contesto rinascimentale e barocco, superando interpretazioni che la legavano a origini magico-rituali o funerarie, e dimostrando invece il suo legame con la tecnica della fusione a cera persa e con la scultura in bronzo. L’obiettivo scientifico è restituire piena dignità storica a questa pratica, spesso esclusa dalle “arti maggiori”.

La ceroplastica, una disciplina dimenticata

Morbida e neutra, se modellata dalle mani abilissime degli scultori rinascimentali, la cera poteva dare forma a volti e corpi trasformandoli in immagini destinate a durare. Con la cultura barocca, profondamente segnata dall’ossessione per la caducità dell’esistenza, questa materia organica prodotta dalle api – capace come nessun’altra di imitare le qualità della pelle – venne esaltata nella rappresentazione del corpo vivo e del suo progressivo dissolversi.

La ceroplastica conobbe allora una diffusione straordinaria, ma gran parte delle opere è andata perduta, non solo per la naturale deperibilità del materiale, bensì soprattutto per la resistenza della critica a riconoscerle come appartenenti alle cosiddette “arti maggiori”, un atteggiamento che ne ha favorito la dispersione.

Perché visitare la mostra agli Uffizi

“Cera una volta” si propone dunque di riportare alla luce la ceroplastica, ancora oggi spesso dimenticata, concentrandosi sul momento del suo massimo splendore, quando raggiunse livelli elevatissimi di virtuosismo ed era avidamente ricercata per le collezioni principesche.

La mostra intende inoltre evidenziare come, anche in questo ambito, i Medici si siano rivelati collezionisti all’avanguardia, capaci di comprendere appieno il valore di queste opere, proteggendo e impiegando i loro artefici. Tale stagione si concluse nel 1783, quando una vendita all’asta voluta dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena determinò la dispersione della quasi totalità di queste opere.

Le novità scientifiche sull’origine della ceroplastica

Dal punto di vista scientifico, l’esposizione mira a restituire piena dignità artistica alla ceroplastica, proponendo il superamento di alcuni luoghi comuni radicati sulle sue origini e sulla sua natura culturale: il ritratto rinascimentale e i busti di tradizione romana deriverebbero dai calchi in cera dei volti dei defunti, configurandosi come una forma espressiva “ancestrale”, legata a valori religiosi e mistici.

Le fonti documentarie dimostrano, invece, che nel Rinascimento i calchi venivano realizzati in creta e non in cera, e che dunque non esiste una continuità diretta con la ceroplastica antica o con le immagini funerarie romane. A Firenze, la diffusione della scultura in cera si affermò solo agli inizi del XV secolo, in concomitanza con lo sviluppo della fusione in bronzo e con l’introduzione della tecnica della “cera persa” da parte di Lorenzo Ghiberti nel cantiere delle porte del Battistero.

I modelli in cera, indispensabili per la fusione, iniziarono allora a essere prodotti in serie e a circolare come oggetti di commercio, affiancando busti e statue a opere di piccolo formato ispirate alla medaglistica. La mostra ricostruisce con precisione queste vicende, attenendosi rigorosamente alle fonti storiche e superando suggestive letture legate al magico e all’occulto, per restituire alla ceroplastica il suo giusto ruolo nella storia della scultura.

Le novità espositive

All’interno di questa storia a lungo dimenticata e oggi riscoperta, l’allestimento presenta anche alcune opere – in tutto in mostra ci sono circa 90 opere – un tempo esposte nella Tribuna degli Uffizi e a Palazzo Pitti, che dopo secoli torneranno per la prima volta negli spazi museali. Un ruolo centrale è riservato a Gaetano Giulio Zumbo, massimo ceroplasta del tardo Seicento, di cui sono riunite opere fondamentali, tra cui “La peste”, “Il morbo gallico” e la recente acquisizione “La corruzione dei corpi”.

L’allestimento, concepito come un labirinto, accompagna il visitatore attraverso temi come il ritratto, la bellezza, la morte e i “Novissimi”, offrendo anche una riflessione critica sulla storia dell’arte. Importanti restauri hanno inoltre permesso nuove scoperte sulle tecniche esecutive e la riunione, per la prima volta, di oltre metà della produzione di Zumbo.

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