Intervista al critico d'arte

Philippe Daverio,”Patrimonio artistico? All’italiano medio non interessa nulla”

“Agli italiani basta sapere di avere nel proprio Paese il più grande patrimonio artistico per avere la coscienza a posto”. E’ questa la provocazione di Philippe Daverio.

“Agli italiani basta sapere di avere nel proprio Paese il più grande patrimonio artistico per avere la coscienza a posto”. E’ questa la provocazione di Philippe Daverio. Il celebre critico d’arte, protagonista oggi alle ore 18 al Salone del Libro di Torino dell’incontro “Save Italy! Un patrimonio da conoscere e da salvare. Prima che sia troppo tardi”, ci spiega in questa intervista i fattori  che hanno portato i cittadini italiani ad avere poca attenzione per le bellezze ed i monumenti storici della propria Nazione, trovando anche una possibile soluzione in tal senso: comunicare maggiormente “il bello dell’Italia”, in modo da sensibilizzare tutti sull’argomento.

 

I cittadini e le istituzioni italiane quanto conoscono il reale valore del nostro patrimonio artistico? Cosa si può fare per sensibilizzare la Nazione  in tal senso?

Essenzialmente, agli italiani non importa nulla del patrimonio artistico del proprio Paese. Prima di generare la sensibilizzazione, la prima cosa importante da fare è generare la comunicazione sull’argomento, un’abitudine purtroppo rara attualmente.

 

Perché secondo lei?

Ciò dipende da 3 fattori: il primo è il fatto che gli italiani “hanno la coscienza a posto”. Gli è stato detto una volta che essi avevano il più grande patrimonio culturale del mondo, e ciò gli è bastato. Altro fattore da non trascurare è che i bisogni del singolo non sono indirizzati nella stessa direzione delle necessità pubbliche, quindi il singolo non ha una coscienza della “cosa pubblica”. Esso è contento quando realizza i suoi affari, e del resto non gli importa nulla. L’ultimo motivo è che, per un lungo periodo, l’economia dei comuni si fondava sugli oneri di urbanizzazione, ovvero si faceva cassa demolendo il patrimonio storico.

 

Abbiamo il più grande numero di siti Unesco e monumenti, eppure non riusciamo a valorizzarli. Nazioni con meno bellezze delle nostre, come la Gran Bretagna, riescono ad ottenere maggiori ricavi dal turismo culturale. Perché secondo lei?

Questo perché in Gran Bretagna, ad esempio, esiste una coscienza più articolata. Il concetto stesso di eredità storica per gli inglesi ha da sempre assunto un ruolo più importante, cosa che da noi ancora non è successo.

 

Governo, aziende private, cittadini comuni. Quale ruolo deve avere ciascuno di essi nella valorizzazione del patrimonio artistico?

Il Governo dovrebbe avere un maggior ruolo nel sensibilizzare la gente in modo maggiore di quanto non abbia ancora fatto. L’ultimo intervento pubblico vero di promozione del patrimonio artistico è stato “Intervallo” (sequenze in successione di immagini di scorci paesaggistici e di monumenti delle città grandi e piccole d’Italia commentate dal nome del luogo e del particolare visualizzato), in televisione fino a sette anni fa. Dopo Intervallo, non c’è stato più niente, solo alcune rievocazioni turistiche e gastronomiche, ma non si è andati molto oltre. Privati e cittadini hanno il compito in primo luogo di diventare appassionati  all’argomento. Molto spesso, privati e cittadini hanno fatto molto più rispetto agli enti pubblici. Ci sono alcuni privati cittadini che hanno restaurato le case dove abitano, che hanno ridato un ordine agli ambienti dove vivono. Il privato cittadino, quando vuole, può diventare l’eroe della tutela del patrimonio artistico.

 

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