Sei qui: Home » Arte » Perché i dipinti di Edward Hopper ci fanno sentire meno soli
Dipingere la solitudine

Perché i dipinti di Edward Hopper ci fanno sentire meno soli

Bulliet, un critico d'arte di Chicago, in un articolo definì Edward Hopper il "poeta di solitudini appena abbandonate"

Cesare Pavese diceva che “Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri“. Ed è forse questa la ragione per cui i nostri occhi sono letteralmente rapiti dalle opere di Edward Hopper, perché ci permettono di fare i conti con le nostri solitudini. Sì, solitudini al plurale, perché come diceva Henri Bosco, “non esistono due momenti simili di solitudine, perché non si è mai soli nello stesso modo”.

Edward Hopper e la solitudine del mondo

Edward Hopper e la solitudine del mondo

Di lui è stato detto che sapeva ‘dipingere il silenzio’. Ripercorriamo la carriera artistica di Edward Hopper in occasione dell’anniversario della sua scomparsa

Edward Hopper e Alfred Hitchcock

C’è una famosa frase di Alfred Hitchcock che dice il cinema è “la vita con le parti noiose tagliate”. Ma siamo sicuri che sia questo ciò di cui abbiamo bisogno? Certo, per evadere e distrarci non c’è niente di meglio, ma la nostra vita è costituita principalmente da quelle che Hitchcock ha definito proprio “parti noiose”, ovvero tutti quei momenti in cui non succede niente di eclatante e di significativo. Probabilmente abbiamo molto più bisogno di qualcuno che ci racconti proprio questi momenti, come fa bene Hopper, che ci parli di quelle parti noiose e ci aiuti a dar loro significato. 

Una pace irrequieta

Dalla donna sola che, in una tavola calda, osserva la tazzina del caffè (“Automat”) a un’altra donna sola che, seduta sul suo letto, scruta il mondo fuori dalla finestra (“Sole di mattina”), dalla ragazza che siede nuda su una poltrona posta vicino ad una finestra (“Le undici di mattina”) alla donna seduta in una carrozza del treno che legge sommessa (“Compartment C Car”), osservando i dipinti di Hopper probabilmente non ci sentiamo meno soli ma capiamo meglio la nostra solitudine. Il tempo si estende, un secondo diventa infinito e la solitudine di queste donne diventa la nostra solitudine.

Bulliet, un critico d’arte di Chicago in un articolo definì Hopper il “poeta di solitudini appena abbandonate”, “il poeta che dipinge la solitudine”. Certo, i suoi dipinti rientrano nel realismo americano e raccontano la crisi statunitense della prima metà del Novecento, ma ancor di più raccontano la nostra crisi personale, la nostra intrinseca solitudine. Guardare ai suoi quadri ha un effetto quasi catartico E’ come guardarsi riflessi dentro uno specchio che ci mostra per come siamo, offrendoci un’occasione per comprenderci meglio nella nostra condizione esistenziale.

Lo stile di Hopper

Edward Hopper, nato il 22 luglio 1882 e scomparso il 15 maggio 1967, è stato un pittore e illustratore statunitense esponente del realismo americano famoso per i dipinti della solitudine nell’American way. Nacque a Nyack, cittadina sul fiume Hudson nello stato di New York. I suoi genitori, Garret Henry ed Elizabeth Griffiths Smith, erano titolari di un negozio di tessuti e provenivano dalla media borghesia angloamericana. Già dall’età di cinque anni Edward Hopper dimostrava una spiccata abilità nel disegno. I suoi genitori, scoperta questa dote, lo incoraggiarono facendogli leggere riviste e libri sull’arte. Nel 1895 dipinse il suo primo quadro, dove mostrava particolare interesse verso le navi e tutto ciò che è legato ad esse. Nel 1899 si iscrisse a un corso per corrispondenza presso la New York School of Illustrating.

Fortemente influenzato dall’Impressionismo francese, Hopper riuscì a sviluppare un stile molto personale, ripreso nei tempi successivi da cineasti e fotografi. Di recente, il fotografo Richard Tuschman ha realizzato un progetto che si ispira proprio alle opere dell’artista, dal titolo ‘Hopper Meditations’. La pittura di Hopper predilige architetture nel paesaggio, strade di città, interni di case, di uffici, di teatri e di locali. Le immagini hanno colori brillanti ma non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma in essi c’è qualcosa di metafisico alla Giorgio De Chirico che comunica allo spettatore un forte senso di inquietudine. La scena è spesso deserta, immersa nel silenzio; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve ne è più di una, sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti.

© Riproduzione Riservata