“Maestà sofferente” di Gaetano Pesce, l’installazione criticata dal movimento femminista

L'opera realizzata per la Desing Week di Milano, dedicata alla violenza sulle donne, accende le critiche del movimento femminista

MILANO – La “Maestà sofferente” di Gaetano Pesce apre la Design Week milanese. La poltrona, a differenza del 1969, diventa gigantesca e ambasciatrice del messaggio e della denuncia contro la violenza sulle donne.

La “Maestà soffrente” di Gaetano Pesce

Finalmente è iniziata la Design Week che ha già fatto il botto colpendo gli occhi dei passanti di Piazza del Duomo di Milano con una scultura veramente insolita che ha fatto discutere tanto di sé: è la “Maestà sofferente” di Gaetano Pesce, architetto e designer, simbolo e portavoce del design italiano nel mondo. Questa scultura, che alla vista colpisce immediatamente per il suo aspetto “pungente”, non è altro che la famosa poltrona Up5&6 realizzata da Gatenao Pesce nel 1969 e riproposta ora in forma gigante e con un significato molto profondo che si fa emblema di una delle tematiche più attuali del nostro tempo: la “Maestà sofferente” infatti è alta ben 8 metri e rappresenta, come metafora, la denuncia contro la violenza sulle donne. Infatti sebbene la prima cosa che salta all’occhio dei passanti di Piazza del Duomo sia l’enorme poltrona rosa a forma di corpo di donna trafitto da 400 frecce (a ricordare i numerosi abusi che la donna subisce quotidianamente), l’opera ha bisogno di essere guardata nel suo insieme; altri elementi la caratterizzano: questa mastodontica “poltrona umana” infatti non vive da sola nel suo spazio, ma è circondata da sei teste di belve feroci (leoni, tigri, serpenti velenosi ecc) e legata con una catena ad una grande palla di ferro. Una denuncia plateale ad un tema scottante della nostra società.

Un’estetica “esagerata”; sempre la vittima, mai il carnefice

Quest’opera appena è stata inaugurata ha generato tantissime critiche: c’è chi si schiera favorevole ad essa e chi invece si oppone. Sebbene il suo significato sia profondo e vada a toccare una delle tematiche più attuali del nostro tempo, i contrari ad essa giustificano il loro disappunto non tanto per il suo messaggio, quanto più per la sua “bruttezza”, per il suo aspetto rozzo, per la sua estetica “esagerata”. Insomma una questione di gusti per molti, ma una questione di orgoglio per il movimento femminista che ha criticato l’installazione e l’ha considerata l’ennesima volta che un corpo femminile viene rappresentato “vittima” e non “vincente”; l’ennesima volta in cui la donna viene messa in scena come oppressa, senza rappresentare mai l’oppressore, il carnefice della violenza; inoltre, il movimento, trova l’opera non come una rappresentazione di un copro umano, quanto un oggetto che dal concetto di umanità esula totalmente poiché alla poltrona vi mancano testa, mani e tutto ciò che caratterizza un corpo umano.

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