“Leggende e storia” delle montagne nelle opere di Bruno Ritter in mostra in Svizzera

Si tratta di una trentina di opere realizzate negli anni 2014 – 2016 con Val Bregaglia e Valtellina insieme per un percorso espositivo di grande ricchezza e fascino
“Leggende e storia” delle montagne nelle opere di Bruno Ritter in mostra in Svizzera

MILANO – Il Museo Ciäsa Granda di Stampa in Bregaglia, paese natale di Alberto Giacometti, dedica a Bruno Ritter la mostra “Leggende e storia”, allestita dal 1 giugno al 20 ottobre 2017 in occasione dei 500 anni della Riforma protestante (la Bregaglia costituisce una realtà unica nel suo genere, quella di un territorio culturalmente italofono a maggioranza protestante). Si tratta di una trentina di opere realizzate negli anni 2014 – 2016, alcune con riferimenti alla Bregaglia, altre in stretto riferimento all’opera di Matthias Grünewald (1480-1528), i cui personaggi drammatici sono inseriti in un contesto religioso. Val Bregaglia e Valtellina dunque insieme per un percorso espositivo di grande ricchezza e fascino.

LA MONTAGNA TRA SVIZZERA E ITALIA – Bruno Ritter conosce bene la montagna e i suoi abitanti: la sua quotidianità si svolge infatti tra la Svizzera, dove è nato, dove si è diplomato in arte e dove l’arte l’ha insegnata oltre che praticata, e l’Italia. Proprio qui, nel Castello di Chiavenna, ha scelto di avere il suo studio. Ogni giorno, partendo da Borgonovo, egli passa per vallate e alti monti cari a Nietzsche, Segantini, Giacometti, per raggiungere gli oleandri, le palme e i cipressi di Chiavenna. Un oscillare che è anche quello tra le radici nella pittura di Dürer e Grünewald, nel Nord tedesco e l’arte italiana, soprattutto quella del Novecento, di Birolli, di Levi, della Scuola Romana, di Carlo Carrà, arrivando sino a Morlotti e Vedova. Ma passando per Otto Dix, Ernst Fuchs e Max Beckmann. Stimoli diversissimi, metabolizzati e resi essenza, per raggiungere un linguaggio del tutto originale.

LA CIFRA ARTISTICA – La pittura di Ritter esprime un universo di solitudini e di melma, di spazi asfittici tradotti in pennellate materiche, quasi di sostanza geologica; formati di vertiginosa verticalità bloccano il movimento delle figure, le sigillano in silenzi inscalfibili, impediscono al gesto, al segno di dispiegarsi in una sua fluidità di ritmo e lo costringono talvolta in uno spezzato ossessivo. I suoi oli sono potenti. Intrisi di colore e di bianco, di luce vivida e di terre. Pacati e violenti, fatti di silenzi, di assenze e di caos vitale, pittura di forti contrasti e continue sorprese. Il tutto condensato, riunito; non necessariamente in modo armonico.

LE OPERE – La mostra, composta da circa 60 opere, attraversa la storia del suo lavoro: autoritratti severi (l’artista è però tutt’altro che figura severa. Concentrato, riflessivo sì), paesaggi, interni, il tema delle rocce sagge (ispirato alla lunga tradizione cinese), la lotta e l’insonnia (due temi forti legati a quell’inquietudine umana che ognuno, prima o poi, sperimenta), quello dei rematori (attualissimo e arcaico al tempo stesso) scelti da Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra con Bruno Ritter nel suo atelier a Chiavenna. L’ultimo ciclo, quello dedicato al tema dei rematori e della Zattera a tutta prima potrebbe apparire paradossale per un uomo di montagna, in realtà montagna e zattera sono i due volti di una stessa strettoia, di una stessa minaccia, di una stessa tragedia; la lotta per sopravvivere può stemperarsi in follia auto distruttrice. L’aspirazione alle vette può diventare fatale desiderio di abbandonarsi all’abisso (e ben lo rammentano i drammatici ritratti di suicidi eseguiti da Ritter qualche anno fa, suicidi che si lasciano annegare nelle acque limacciose di un lago artificiale di montagna, quasi a tornare all’oblio di un grembo).

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