Il Museo del cappello di Ghiffa: storia di un’eccellenza italiana

17 Gennaio 2026

Il percorso racconta, attraverso documenti e immagini d’epoca, la storia e l’attività del cappellificio Panizza, esponendo antichi attrezzi per la lavorazione artigianale dei cappelli in feltro e numerosi macchinari storici, campionari di cappelli, manifesti pubblicitari e marchi di fabbrica.

Il Museo del cappello di Ghiffa storia di un'eccellenza italiana

Ghiffa è un piccolo comune che si estende dalle rive del lago Maggiore fino alla cima del monte Cargiago con tredici frazioni, numerose chiesette e cappelle votive. E proprio sul lungolago si trova il Museo del cappello di Ghiffa, un insolito polo museale dedicato alla storia dell’arte della lavorazione del cappello, una delle tante eccellenze italiane.

La nascita del Museo del cappello di Ghiffa

Proprio a Ghiffa Giovanni Panizza, di origini biellesi, nel 1879 inaugurava l’omonimo cappellificio la cui fama crebbe fino a imporsi anche a livello internazionale: il Museo del Cappello di Ghiffa ricorda questa straordinaria avventura imprenditoriale. Per interessamento di alcuni ex dipendenti nel 1993 in parte del cappellificio nacque il museo con lo scopo di salvaguardare la memoria storica della fabbrica ma anche della lavorazione del cappello di feltro un’arte tramandata da generazioni. Il Museo è allestito in ambienti dell’ex cappellificio Panizza fondato nel 1881 e attivo fino al 1981 nella produzione di cappelli in feltro di pelo fine.

Il percorso racconta, attraverso documenti e immagini d’epoca, la storia e l’attività del cappellificio, esponendo antichi attrezzi per la lavorazione artigianale dei cappelli in feltro e numerosi macchinari storici, campionari di cappelli, manifesti pubblicitari e marchi di fabbrica.

I cappelli della produzione Panizza sono affiancati da spiegazioni relative ai segreti della feltrazione, da una selezione di cappelli di varie epoche e dalla collezione di copricapo etnici “Vittorio Fesce”.

Come si fa un cappello?

Un breve video conduce il visitatore attraverso i segreti dell’arte del cappello: la produzione di cappelli di feltro era tradizionale delle zone dell’alto Verbano sulle rive del lago Maggiore fin dal Settecento in particolare nel borgo di Intra. La massima espansione fu raggiunta negli anni ’50 toccandola la produzione di 240.000 cappelli annui con circa 300 dipendenti Si impara così che esistono due tipi di feltro a pelo fine e di lana, antichissima tradizione tipica della Lombardia e della Toscana, ma è sul primo modello a pelo fine, ricavato da pelli di castoro o di lepre o di coniglio selvatico che si accentra l’attenzione.

Il primo cappello documentato è quello del ritratto di Carlo VII di Francia dipinto da Jean Foquet nel 1450 ma è più tardi nella seconda metà dell’Ottocento che il cappello floscio diventa un simbolo della borghesia emergente e segna una svolta nell’abbigliamento maschile. Per ottenere un singolo cappello occorrono in media cinque pelli ed inizialmente era il maestro cappellaio con uno strumento simile ad un archetto chiamato arsone a suscitare manualmente la feltrazione fino a formare un cono di dimensioni sempre più ridotte per ottenere la foggia desiderata del cappello.

La svolta meccanica avviene negli anni ’50 con macchinari come leasoffiatrice che consentiva di selezionare dalle pelli iniziali i peli più adatti per formare il feltro, un tessuto non tessuto in quanto la superficie tessile non presenta trama e ordito. Dai coni di feltro ricavati inizialmente di grandi dimensioni attraverso le operazioni di rassodatura e di essicazione si passa poi a creare il cappello nelle forme e nei colori più svariati. L’ultima operazione è quella che mette il nome del rivenditore all’interno del cappello. Una produzione a ciclo completo che nel Museo di Ghiffa viene raccontata passo passo assieme alla storia della fabbrica Panizza.

La fabbrica Panizza: un’eccellenza italiana

Il laboratorio Panizza apre a fine ‘800 con una lavorazione artigianale, indirizzata intenzionalmente alla produzione di un cappello pregiato. Il primo logo di Panizza era composto da un’aquila imperiale una stella nella quale confidare, due emisferi da conquistare, e l’ancora, simbolo del lago su cui s’affacciava lo stabilimento.

L’azienda di Giovanni Panizza punta, con una produzione molto variegata, alla conquista di mercati elitari sia in Italia che, più ancora, all’estero, divenendo famosa accanto alla Borsalino di Alessandria per la qualità dei suoi prodotti Nel settore del cappello, i tempi lunghi occorrenti per la produzione manuale dei feltri finiranno per rendere troppo costosa la lavorazione artigianale; ben presto i piccoli laboratori sono cancellati dalla concorrenza delle fabbriche industrializzate. Ecco però che le macchine inizialmente eliminano la mano d’opera ma, in seguito, portando ad una riduzione dei costi, favoriscono un aumento dei consumi e, di conseguenza, della produzione.

Il problema maggiore con cui il cappellificio ha sempre dovuto fare i conti, è stato sempre la mancanza di spazio per le sue strutture. Stretto fra lago e montagna, lo stabilimento non ha mai potuto assumere grosse dimensioni nemmeno nel periodo più florido. Nel 1933 fu comunque costruito un nuovo edificio adibito all’imbastitura e alla soffiatura e dopo la morte di Panizza, avvenuta nell’ottobre del 1954, la famiglia Gamba, associata all’azienda, abbandona l’attività.

Solo nel 1972 Antonio Gamba torna come amministratore delegato al comando della fabbrica, che tuttavia chiude nel 1981. Nel 1976 una mostra organizzata dai tecnici del cappellificio offrì il primo spunto per la creazione di un’esposizione permanente e finalmente nel 1994 il sogno degli ex cappellai di trasformare la fabbrica di Panizza in un museo si realizza. Grazie alla donazione dell’ultimo proprietario Antonio Gamba, si aprono al pubblico le porte di una bellissima storia italiana.

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