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i musei del futuro

Come salvare i musei dalla crisi? Le regole per una nuova museologia

Secondo il museologo internazionale Maurizio Vanni i musei del futuro dovranno diventare vere e proprie “piattaforme di benessere esperienziale al servizio della società e del suo sviluppo”.

Come salvare i musei dalla crisi globale? Come trasformare le incertezze del presente pandemico in opportunità future? Quali gli scenari possibili per la cultura e le sue istituzioni? Sono gli interrogativi al centro de La nuova museologia: le opportunità nell’incertezza. Verso uno sviluppo sostenibile, il manuale, scritto dal direttore di Palazzo Reale a Milano Domenico Piraina e dal museologo internazionale Maurizio Vanni, esplora con un approccio interdisciplinare le criticità legate all’emergenza sanitaria e illustra i traguardi possibili nel post-Covid. Abbiamo intervistato uno dei due autori, Maurizio Vanni.

Come nasce questo volume?

Nasce dall’esigenza di rivedere la funzione dei musei, partendo dai loro bisogni. Occorre cercare di rimettere a fuoco quelli che sono i pubblici dei musei, tutte le fasce che hanno diritto di vivere la cultura. Fino a pochi decenni fa il museo era un luogo che conservava, esponeva e proponeva, un luogo statico, ad appannaggio di un élite di persone specialiste e di un turismo di massa che poco fa bene al nostro Paese. Sono partito dall’idea di emancipazione nei confronti del sistema museale che non poteva più contare sui fondi pubblici, che aveva bisogno di costruirsi con una nuova progettualità sostenibile.

Qual è la responsabilità sociale dei musei di cui parli nel libro?

Il nuovo museo deve proporre un servizio pubblico. Esso deve abbattere le barriere sociali, le differenze di genere, etniche o religiose. A tal proposito occorre offrire una proposta culturale che facilitino l’ingresso di tutti i pubblici, anche quelli più fragili. Una responsabilità sociale a cui fa seguito la sostenibilità ambientale. I musei hanno il dovere di migliorare il proprio impatto con l’ambiente e di trasferire una coscienza ecologica attraverso laboratori, workshop.

Il museo può entrare nella quotidianità delle persone attraverso il raggiungimento del benessere mentale, essendo cioè capaci di staccare le persone dallo stress di ogni giorni. Le strutture museali devono inoltre migliorare l’esperienza che possono offrire al pubblico attraverso la tecnologia, capace di favorire esperienze immersive. I musei devono avere un nuovo rapporto con il territorio, con le imprese, una partnership in cui uno fa il gioco dell’altro, che vada oltre alle sponsorizzazioni. Il museo deve diventare una destinazione ambita, non un’alternativa. Ciò lo si ottiene attraverso un turismo lento, sostenibile, non di passaggio. 

Per raggiungere questa nuova museologia, occorrono modifiche anche in ambito legislativo?

In realtà non siamo indietro: a livello legislativo è già stato tutto fatto. Negli anni ’80 parlavamo di un museo che poteva lavorare in sinergia tra pubblico e privato, ci si poteva occupare di imprese e turismo. tutto già esisteva, ma non veniva preso in considerazione. La pigrizia di curatori, direttori museali non hanno voluto cambiare nulla. Occorre cambiare modalità di creare piani economici: un museo deve avere un business model, non per guadagnare, ma per autofinanziarsi senza dipendere dai conti pubblici. Non occorre vergognarsi di fare questi discorsi. Il museo deve essere una “macchina da guerra capace” di mettere al centro le persone, profilandole, approcciando come un’azienda privata che profila, coinvolge e fidelizza le persone con tutti gli strumenti strategici possibili, rivolgendosi al marketing non convenzionale e alla comunicazione digitale. I musei, come le aziende, sono al servizio delle persone. Devono avere una visione molto simile.

Cosa deve cambiare in primis nei musei a livello di comunicazione?

Un museo non deve comunicare la grande mostra, l’artista. Esso deve comunicare il suo stile, la filosofia che segue, a quale pubblico si rivolge. Deve comunicare tutto ciò che è immateriale ma crea tribù, community. In questo modo si sceglie un museo che mi assomiglia, che propone uno stile di vita che io, uscito dalla pandemia, ricerco per ritrovare me stesso.

 

 

 

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