Alla Fondazione Beyeler Metamorfosi del paesaggio

Basilea celebra Dubuffet, il padre dell’Art Brut

Fino all’8 maggio 2016 in mostra più di 100 lavori del pittore e scultore francese
Basilea celebra Dubuffet, il padre dell'Art Brut

MILANO – La Fondation Beyeler inaugura l’anno 2016 con la prima retrospettiva dedicata nel XXI secolo in Svizzera all’opera variegata ed estrosa di Jean Dubuffet. La mostra “Jean Dubuffet – Metamorfosi del paesaggio” in corso dal 31 gennaio all’8 maggio 2016 e presenta più di 100 lavori del pittore e scultore francese che, da indiscusso maestro della sperimentazione, attraverso la sua opera plurisfaccettata ha infuso nuova linfa alla scena artistica del secondo dopoguerra, aprendo all’arte prospettive e possibilità inedite quanto decisive.

DUBUFFET – Suggestionato dalle espressioni grafiche di autori outsider, Dubuffet riuscì a lasciarsi alle spalle norme e convenzioni estetiche e a sottoporre l’arte a una radicale revisione in direzione “anticulturale”.Jean Dubuffet (nato a Le Havre nel 1901 e morto a Parigi nel 1985) è annoverato tra gli artisti più incisivi della seconda metà del Novecento. Nel 1942, all’età di quarantun anni, Dubuffetrinunciò alla sua attività di commerciante di vini indipendente per dedicarsi interamente all’arte. Colpito dalle opere di artisti emarginati, come anche dal linguaggio formale e dai modi narrativi infantili, riuscì a liberarsi dalle tradizioni sentite come obsolete e, per così dire, a reinventare l’arte. L’influenza di Dubuffet si avverte tuttora nell’arte contemporanea e nella street art (arte di strada), per esempio in David Hockney, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Ugo Rondinone. Punto di partenza della mostra è la concezione affascinante che Dubuffet ha del paesaggio, suscettibile di trasformarsi anche in corpo, viso, oggetto. Innovativo e a tratti pieno di spirito, egli sembra sovvertire le leggi e i generi della pittura: il ritratto, il nudo femminile o la natura morta divengono paesaggi viventi. Nel suo lavoro l’artista sperimenta nuove tecniche e materiali quali sabbia, ali di farfalla, spugne e scorie, creando un universo figurativo personalissimo e unico nel suo genere. La nuova visione dell’arte concepita da Dubuffet ricevette un impulso decisivo anche in Svizzera. Quando nel 1945, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’artista visitò diversi ospedali psichiatrici a Ginevra e a Berna, ebbe modo di confrontarsi da vicino con i lavori fortemente espressivi di diversi pazienti, lavori per i quali avrebbe coniato il termine “art brut”.

LA MOSTRA – Non da ultimo la mostra intende mettere in risalto la grande attualità dell’opera poliedrica di Dubuffet nel panorama dell’arte contemporanea. Pertanto nel catalogo si trovano a dialogare con le singole opere diverse testimonianze di artisti contemporanei che attingono sia alla concezione artistica di Dubuffet sia a svariati aspetti del suo lavoro. Tra questi non figurano soltanto nomi ormai consolidati, si pensi a David Hockney, Claes Oldenburg, Keith Haring, Mike Kelley o Georg Baselitz, ma per la prima volta anche quelli di Miquel Barceló e Ugo Rondinone, i quali hanno espressamente rilasciato delle dichiarazioni in occasione di questo evento. Accanto a importanti dipinti e sculture di tutte le fasi creative salienti dell’artista, la mostra propone anche la spettacolare opera d’arte totale Coucou Bazar, nella quale pittura, scultura, teatro, danza e musica si incontrano in un’installazione di ampio respiro. La mostra è generosamente sostenuta dalla Fondation Dubuffet di Parigi e si avvale di prestiti concessi da importanti musei internazionali e collezioni private, fra cui il MoMA e il Guggenheim Museum di New York; il Centre Pompidou, la Fondation Louis Vuitton e il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris di Parigi; la National Gallery e lo Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington; il Detroit Institute of Arts; il Moderna Museet di Stoccolma; la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf; la Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe; il Museum Ludwig di Colonia; il Kunsthaus di Zurigo e molti altri. Alcune di queste opere vengono mostrate in anteprima al grande pubblico, mentre altre si possono riammirare per la durata dell’esposizione dopo vari decenni dall’ultima volta. Tra queste è il dipinto Gardes du corps del 1943, un’immagine chiave ritenuta perduta per oltre quarant’anni, che segna in modo impareggiabile il nuovo inizio estetico nell’opera pionieristica di Dubuffet. In virtù della sua stretta collaborazione con Ernst Beyeler, Jean Dubuffet è uno degli artisti maggiormente rappresentati nella collezione della Fondation Beyeler. La mostra è a cura del Dr. Raphaël Bouvier.

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