Zygmunt Bauman svela perché sui social si diventa cattivi senza accorgersene

15 Gennaio 2026

Perché sui social si diventa cattivi senza accorgersene? Zygmunt Bauman lo spiega in Cecità morale: un viaggio nel nuovo volto del male digitale.

Zygmunt Bauman svela perché sui social si diventa cattivi senza accorgersene

Zygmunt Bauman aveva già capito cosa sarebbe successo molto prima che i social diventassero il centro delle nostre vite. Chiunque frequenti i social network e osservi il clima di molti post, reel, video e commenti se ne rende conto immediatamente: cattiveria e rabbia fanno ormai parte di un modo di agire e di interagire diffuso e continuo.

È sempre più comune vedere una persona travolta da una valanga di giudizi, ironie, attacchi e insulti. Tutto nasce da una frase, da una foto, da un’opinione. Nessuno alza un pugno. Nessuno grida. Eppure qualcuno, dall’altra parte dello schermo, ne esce distrutto.

Ciò che colpisce è che quando si fa del male al prossimo o si alimenta la rabbia collettiva, non lo si fa con la consapevolezza di star ferendo davvero qualcuno. Dietro la tastiera non c’è un tiranno o un fanatico, ma una persona comune. Spesso una persona che, nella vita reale, è anche una bravissima persona.

Nel libro Cecità morale. La perdita di sensibilità nella modernità liquida (Laterza), scritto con Leonidas Donskis, Bauman descrive una società in cui il male non si presenta più come violenza esplicita, ma come perdita progressiva della capacità di sentire l’altro.

Il male e la cattiveria sui social, e più in generale nella blogosfera, scorrono nei gesti normali, nei giudizi frettolosi, nei commenti scritti senza pensarci troppo. È lì che si può ferire qualcuno senza nemmeno accorgersene.

Zygmunt Bauman e il male invisibile della modernità liquida

Zygmunt Bauman non usa mezze misure quando descrive il volto del male contemporaneo. Non lo cerca nei grandi eventi della storia, nelle ideologie totalitarie o nei regimi del Novecento. Lo cerca nella vita quotidiana, nei comportamenti ordinari, nei gesti che sembrano innocui.

In Cecità morale Bauman tende a sottolineare:

Il male non è solo guerra o ideologie totalitarie, e oggi si rivela soprattutto nella mancata reazione alle sofferenze altrui, nel rifiuto di capire gli altri, nell’insensibilità e nel gesto di distogliere gli occhi da uno sguardo etico che ci fissa in silenzio.

È una definizione che sembra parlare direttamente del nostro presente digitale. Non del male che fa notizia, ma di quello che scorre sotto traccia. Non della violenza che scandalizza, ma di quella che si normalizza.

Bauman insiste su un punto che spiazza. Oggi il male non si presenta come trasgressione della morale, ma come una sua applicazione distorta. Non nasce dall’odio dichiarato, ma dalla convinzione di agire nel modo giusto.

Quando il dovere morale diventa violenza

È qui che Bauman individua la trasformazione più inquietante della nostra epoca. Il male non viene più percepito come tale perché non si presenta come una trasgressione della morale, ma come una sua applicazione distorta.

Non appare come un atto di crudeltà, ma come l’esecuzione di un dovere. Il giudizio viene vissuto come un obbligo, l’attacco come una forma di giustizia, l’esposizione pubblica dell’altro come un gesto di rettitudine.

In questo scenario, chi colpisce non si sente crudele, ma legittimato. Chi giudica non si percepisce come violento, ma come qualcuno che sta semplicemente facendo la cosa giusta. La violenza smette di essere riconosciuta come tale perché assume il linguaggio della responsabilità, della correttezza, della difesa dei valori.

È in questo slittamento che il male contemporaneo trova la sua forza. Non si oppone alla morale, ma la utilizza. Non la viola, ma la piega. Non la nega, ma la strumentalizza.

Ed è proprio qui che Bauman formula una delle diagnosi più dure sulla modernità liquida:

Distruggere la vita di un estraneo senza minimamente dubitare di aver fatto il proprio dovere e di aver agito moralmente: è questa la nuova forma del male, la malvagità invisibile della modernità liquida.

Il “nuovo Satana” che tenta sui social

Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis non si fermano alla descrizione del nuovo volto del male. Cercano di capire in quale tipo di società questo male diventa possibile, in quale sistema trova il suo terreno ideale, in quale logica si consolida fino a diventare normale.

Nel libro Cecità morale la modernità liquida ha costruito un mondo in cui le persone vengono progressivamente trasformate in grandezze astratte. Vite ridotte a numeri. Storie ridotte a dati. Esistenze ridotte a prestazioni.

In questo scenario le statistiche finiscono per contare più della vita reale delle persone. La potenza economica e politica pesa più della dignità di un singolo individuo. Anche quando quell’individuo parla a nome dell’umanità. È una società che non si interroga più sul valore delle persone, ma sulla loro utilità, sulla loro efficienza, sulla loro capacità di produrre risultati.

È qui che prende forma quella formula tanto diffusa quanto spietata che Bauman individua come il vero demone del nostro tempo: “nulla di personale, gli affari sono affari”. Un’espressione che sembra neutra e pragmatica, ma che in realtà racchiude un’intera visione del mondo. Una visione in cui l’efficienza vale più dell’etica, il risultato più della responsabilità, il profitto più della persona.

Bauman chiama questa mentalità il “nuovo Satana” della modernità liquida. Non un demone metafisico, ma un modo di pensare che attraversa le istituzioni, l’economia, la politica e la cultura. Un sistema che non ha bisogno di odio per funzionare, perché gli basta la competizione. Non ha bisogno di ideologie, perché gli basta la logica del mercato. Non ha bisogno di violenza esplicita, perché gli basta la riduzione dell’altro a funzione.

Il male non s’incarna più in Hitler o in Stalin, ma assume le forme anonime dell’indifferenza e del non riconoscimento.

È proprio per questo più pericoloso, perché non fa più paura e non suscita più scandalo.Nel mondo digitale le persone diventano profili e metriche, che diventano obiettivi da raggiungere per aumentare i propri numeri. Visualizzazioni, click, engagement, ranking. Ciò che conta è ciò che performa, ciò che genera traffico, ciò che polarizza.

Quando l’altro viene ridotto a una cifra, la coscienza si alleggerisce. Non sente più il peso delle conseguenze. Non avverte più il dolore che provoca. Non percepisce più la responsabilità che comporta.

Le persone non sono qualcosa di più che mere unità statistiche.

È così che il male diventa amministrabile, la crudeltà diventa procedura, l’indifferenza diventa sistema. Ed è dentro questo universo che la cattiveria finisce per diventare normale.

L’adiaforizzazione: quando la coscienza viene messa in pausa

Per spiegare perché oggi si possa fare del male senza avvertire il peso morale delle proprie azioni, Bauman introduce uno dei concetti centrali del suo pensiero: l’adiaforizzazione.

Il termine viene dal greco adiàphoron e indica ciò che è considerato moralmente irrilevante. Bauman lo usa per descrivere quel processo attraverso il quale determinate azioni e omissioni vengono collocate fuori dall’universo degli obblighi morali. In altre parole, l’adiaforizzazione è la capacità di agire come se ciò che accade non riguardasse delle persone, ma cose, oggetti, entità astratte.

Nel libro spiega bene la definizione:

Un adiàphoron è una temporanea fuoriuscita dalla propria area di sensibilità: la capacità di non reagire, o di reagire come se ciò che accade non riguardasse delle persone ma degli oggetti fisici naturali, delle cose o degli esseri non umani.

È una definizione che spiega con precisione ciò che accade ogni giorno nello spazio digitale. La sofferenza dell’altro viene percepita come lontana, mediata, irreale. Non è qualcosa che riguarda “me”, ma qualcosa che succede “agli altri”.

Bauman insiste sul fatto che il male non si annida principalmente nei comportamenti patologici o eccezionali, ma nella normalità quotidiana:

Il male si annida in quella che generalmente ci appare come la normalità, la vita prosaica e banale di tutti i giorni, più che nei casi anomali, patologici o aberranti.

È proprio questa normalità a renderlo così pervasivo. L’adiaforizzazione trasforma individui perfettamente “sani e normali” in persone capaci, per un certo tempo, di sospendere la propria sensibilità morale. Non perché siano diventate crudeli, ma perché sono immerse in un contesto che dissolve le responsabilità individuali nella folla.

Bauman ricorda che per secoli le esecuzioni pubbliche furono vissute come spettacoli popolari. La persona torturata e uccisa non veniva percepita come un essere umano reale, ma come un criminale, un nemico, una figura astratta. Questo permetteva alla compassione di essere messa a tacere.

La dissoluzione e la dispersione delle personalità individuali nella folla distruggevano qualsiasi relazione reale con la persona torturata e uccisa.

Oggi lo stesso meccanismo agisce nello spazio digitale. Le umiliazioni pubbliche, le campagne di odio, il dileggio collettivo diventano parte del paesaggio quotidiano. Scorrono nei feed, nei commenti, nei trend. E proprio perché sono ovunque, smettono di sorprenderci.

Bauman osserva che la società contemporanea, saturata di immagini, scandali, violenze e tragedie raccontate in tempo reale, produce un effetto paradossale: più siamo esposti al dolore, meno lo sentiamo. La ripetizione anestetizza. L’eccesso di stimoli affievolisce la sensibilità.

La società di massa e la cultura di massa tendono inevitabilmente all’adiaforizzazione.

È così che nasce quella che Bauman chiama “stanchezza da empatia”. Ci si mobilita per un evento straordinario, per una catastrofe improvvisa, per un caso che scuote l’opinione pubblica. Ma si fatica a reagire di fronte alle ingiustizie quotidiane, alle umiliazioni sistematiche, alla sofferenza che cresce lentamente e senza clamore.

Nel mondo digitale questo processo è ancora più evidente. La violenza verbale, l’esposizione pubblica, il linguaggio sadico e distruttivo diventano una forma di intrattenimento. La crudeltà si trasforma in contenuto. Il dolore dell’altro in spettacolo.

Ed è qui che l’adiaforizzazione mostra il suo volto più pericoloso. Ciò accade quando la sofferenza smette di interrogarci quando la persona scompare dietro il profilo, quando la coscienza viene messa in pausa.

La sfida di restare umani nell’era dei social

Il pensiero di Zygmunt Bauman non si limita a una riflessione teorica. È una diagnosi del presente e, insieme, un avvertimento. Una lettura lucida del modo in cui la modernità liquida ha trasformato le relazioni, la comunicazione e la percezione dell’altro.

La società iperconnessa che si è sviluppata attorno ai social network è allo stesso tempo una società profondamente distante. Le persone si incontrano continuamente senza davvero vedersi, si parlano senza davvero ascoltarsi, si giudicano senza mai guardarsi negli occhi. È in questo spazio che la cecità morale trova il suo terreno più fertile.

Nel mondo digitale il volto dell’altro scompare dietro uno schermo. La sofferenza diventa un contenuto. La storia personale si trasforma in una notizia da commentare. La dignità diventa un dettaglio sacrificabile nel flusso incessante dell’informazione. È così che il male può scorrere senza rumore, senza scandalo, senza resistenza.

Bauman mostra come il pericolo più grande della nostra epoca non sia l’odio dichiarato, ma l’indifferenza. Non la violenza esplicita, ma la normalizzazione della crudeltà. Non il fanatismo, ma la convinzione di essere nel giusto mentre si ferisce qualcuno.

La vera posta in gioco non è la libertà di espressione, ma la capacità di riconoscere l’altro come essere umano. Di sentire ancora il peso morale delle parole. Di non trasformare la giustizia in linciaggio, la critica in umiliazione, il dissenso in distruzione.

In una società che spinge a consumare tutto, notizie, emozioni, persone, la vera forma di resistenza è la sensibilità. Continuare a vedere i volti. Continuare a sentire il dolore. Continuare a riconoscere che dietro ogni profilo c’è una vita reale.

È questa, forse, la lezione più attuale di Zygmunt Bauman: nell’epoca dei social, la vera rivoluzione è tornare ad essere umani.

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