Come vincere la vergogna che ci fa sentire sbagliati, secondo Eva Illouz

6 Gennaio 2026

La vergogna non è una fragilità personale, ma un’emozione sociale che ci fa sentire “sbagliati”. Eva Illouz spiega come nasce e come uscirne.

Come vincere la vergogna che ci fa sentire sbagliati, secondo Eva Illouz

La vergogna è l’emozione sociale più pervasiva della modernità, con conseguenze profonde e spesso devastanti per la persona costretta a vivere questo stato di inadeguatezza difficile persino da nominare. È una sensazione che porta l’individuo a sentirsi “sbagliato” rispetto alla collettività, fuori misura, fuori posto. Il malessere diffuso, un sottofondo costante di ansia, fino alla depressione, possono diventare elementi concreti dell’esperienza quotidiana di chi è costretto a convivere con questa emozione silenziosa.

Nel capitolo La vergogna è l’emozione sociale più pervasiva della modernità del libro La modernità esplosiva (Einaudi, 2025), Eva Illouz descrive la vergogna come una forza capace di rimpicciolire l’io fino a generare il desiderio di scomparire. Non come un’emozione marginale o patologica, ma come una condizione diffusa e strutturale, profondamente intrecciata al modo in cui oggi si costruisce l’identità.

La vergogna viene spesso vissuta come un’esperienza privata, quasi indicibile. Eppure, chiarisce Illouz, essa nasce sempre da una dinamica relazionale precisa. È il segnale che l’interiorità è stata invasa dal giudizio altrui. Per questo l’autrice apre il capitolo citando Annie Ernaux:

L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla.

È proprio questa convinzione, osserva Illouz, a renderla così efficace come strumento di controllo.

Come nasce la vergogna che accompagna la vita quotidiana

La vergogna non nasce nel silenzio dell’io. Nasce nel momento in cui lo sguardo degli altri smette di restare esterno e diventa una presenza interna. È il punto in cui una persona inizia a guardarsi come immagina di essere guardata.

Illouz lo chiarisce con precisione. La vergogna è il segnale che “la nostra interiorità è stata invasa dal giudizio altrui”. Per questo appare confusa, paralizzante, difficile da collocare. Sembra provenire dall’interno, ma in realtà è stata appresa all’esterno.

A differenza del senso di colpa, la vergogna non riguarda ciò che si è fatto. Riguarda ciò che si è. Si manifesta quando ci si sente “giudicati in modo negativo, sottovalutati o ignorati” e produce un senso di “diminuzione”. Non serve aver commesso un errore. È sufficiente non corrispondere a uno standard fissato da altri.

Qui la vergogna mostra il suo volto più comune. Non esplode in episodi clamorosi, ma si deposita lentamente. È la sensazione di essere fuori posto in una stanza, in una conversazione, in una fase della vita. È l’impressione di dover dimostrare continuamente qualcosa per meritare di stare dove si è.

Riprendendo Charles Cooley, Illouz ricorda che la vita emotiva oscilla tra due poli, orgoglio e vergogna, “due facce della stessa medaglia”. È sempre lo sguardo degli altri a farla girare. Quando quello sguardo restituisce valore, il corpo reagisce aprendosi. Quando diventa svalutante o assente, il corpo fa l’opposto. “Nella vergogna il corpo si rimpicciolisce, nell’orgoglio aumenta di volume e di peso”.

È una reazione che precede le parole. Nella vergogna si abbassa la voce, si evitano gli occhi, si cerca di occupare meno spazio. Non perché qualcuno lo imponga apertamente, ma perché il corpo ha già imparato cosa è concesso e cosa no.

Chi ci fa sentire sbagliati: gli umiliatori

Nel libro di Eva Illouz, a vergogna non nasce mai nel vuoto. Nel capitolo, Illouz introduce una figura decisiva: gli umiliatori. Non sono necessariamente persone violente o apertamente ostili. Molto più spesso sono individui ordinari, perfettamente integrati, che agiscono per indignazione morale.

Gli umiliatori sono coloro che si sentono legittimati a far rispettare le regole implicite del gruppo. Non puniscono con la forza, ma con lo sguardo, con il giudizio, con la svalutazione. La vergogna richiede sempre un pubblico, reale o immaginario. È l’esperienza di sentirsi visti nel momento sbagliato, dalla persona sbagliata.

In questo passaggio, ciò che viene messo in discussione non è il comportamento, ma il valore stesso della persona. La società si divide così in due gruppi silenziosi. Da una parte chi cresce con un senso implicito di legittimità. Dall’altra chi interiorizza un sentimento costante di cautela, di auto-limitazione, di attenzione a non esporsi troppo.

La vergogna educa senza parlare. Insegna a stare al proprio posto, anche quando quel posto non è mai stato scelto.

Quando non si ha nessuna colpa

Uno dei passaggi più destabilizzanti dell’analisi di Illouz riguarda la vergogna che nasce senza colpa. Non serve aver fatto qualcosa di sbagliato. È sufficiente non essere un certo tipo di persona.

Il “sentirsi sbagliati” può colpire il corpo, la condizione economica, la provenienza sociale, l’identità. Può colpire persino chi è vittima di violenza. In questi casi, scrive Illouz, la vergogna è “il prodotto emozionale del dominio”. Non nasce dall’interno, ma dall’esperienza di essere stati ridotti, esposti, resi vulnerabili.

Qui la vergogna diventa particolarmente violenta. Non offre una via di riparazione. Se non c’è colpa, non c’è nemmeno perdono. Resta solo la sensazione di essere sbagliati, di dover nascondere una parte di sé, di non poter occupare lo spazio che altri occupano senza pensarci.

Quando la vergogna diventa una merce

Nella modernità, la vergogna non si limita a regolare i comportamenti. Viene prodotta e sfruttata. Illouz parla di un vero e proprio “complesso industriale della vergogna”.

Il corpo, il successo, la performance diventano campi di valutazione continua. La vergogna si trasforma in una emodity, una merce emozionale. Il mercato prospera sul senso di insufficienza, promettendo correzioni e miglioramenti continui. Il messaggio resta implicito ma costante: così come si è, non si va bene.

Poiché gli standard cambiano senza sosta, l’inadeguatezza non trova mai una soluzione definitiva. Diventa una condizione permanente.

La gogna: quando la vergogna diventa pubblica

Con la rete, la vergogna cambia scala. L’umiliazione pubblica non è un residuo del passato, ma una pratica pienamente contemporanea. Cambiano gli strumenti, non la logica.

La gogna nasce quando una persona viene ridotta a un’immagine, a una frase, a un errore. Da quel momento, l’identità viene fissata. La rete elimina il tempo e l’oblio. Ciò che è stato mostrato può tornare, riemergere, riattivarsi.

La gogna è orizzontale. Chiunque può diventare umiliatore, spesso convinto di stare dalla parte giusta. L’effetto più profondo non è la distruzione dell’immagine pubblica, ma l’interiorizzazione dello sguardo altrui. Anche quando il rumore si spegne, la vergogna resta.

Quando smettiamo di crederle

Il potere più grande del “sentirsi sbagliati” non sta nell’umiliazione in sé, ma nel silenzio che produce. Chi si vergogna tende a ritrarsi, a ridurre la propria presenza, a convincersi che ciò che prova sia un’anomalia personale. È esattamente questo isolamento a rendere la sensazione di “sentirsi sbagliati” così efficace.

Nel capitolo, Eva Illouz lo afferma con chiarezza. La vergogna perde forza quando viene resa condivisibile. Quando smette di restare chiusa nella sfera privata e diventa parola, racconto, esperienza riconoscibile anche negli altri. Non perché venga cancellata, ma perché non può più fingere di essere una verità intima e individuale.

Rendere pubblico questo stato d’ineguatezza non significa esibirla. Significa sottrarle il monopolio sul giudizio. Significa smettere di guardarsi solo attraverso gli occhi di chi umilia. È in questo passaggio che ciò che sembrava un difetto personale appare per quello che è: il prodotto di norme, aspettative e rapporti di potere.

Illouz mostra come molti movimenti sociali abbiano agito proprio su questo punto. Portando alla luce esperienze vissute in clandestinità, hanno spezzato la spirale del silenzio. La vergogna, condivisa, ha smesso di essere una condanna individuale ed è diventata una questione collettiva.

Ma l’autrice avverte anche di un rischio. L’uscita dalla vergogna non coincide automaticamente con l’orgoglio urlato. Quando l’orgoglio diventa identità rigida, quando si irrigidisce in appartenenza o in contrapposizione, rischia di restare prigioniero della ferita da cui nasce. Eva Illouz parla di una possibile deriva verso un “narcisismo collettivo”, in cui la rivendicazione non libera, ma irrigidisce.

La via d’uscita è più sobria, più lenta, meno spettacolare. Passa dal riconoscere che molte delle vergogne che abitano le persone non dicono la verità su di loro. Sono emozioni apprese, interiorizzate, spesso indotte. Uscire dalla vergogna significa smettere di attribuirle un valore morale.

Non si tratta di diventare invulnerabili. Si tratta di non assumere più la vergogna come misura del proprio valore. In questo scarto, piccolo ma decisivo, la persona torna a occupare spazio senza chiedere continuamente il permesso.

Forse non è possibile eliminare del tutto la vergogna dalla vita sociale. Ma è possibile ridurne il potere. E il primo passo, suggerisce Illouz, è smettere di crederle quando pretende di dire chi siamo davvero.

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