Allarme di Umberto Galimberti, non siamo noi a usare lo smartphone, è lui che ci usa

2 Gennaio 2026

Per Umberto Galimberti la tecnica ci trasforma tutti in funzionari. Scopri perché la cultura è l’unica via per non smarrire il senso e difendere la dignità.

Allarme di Umberto Galimberti, non siamo noi a usare lo smartphone, è lui che ci usa

Gli umani sempre più vittime della tecnologia. Non per cattiveria, né per complotto, ma per struttura. È questo il punto centrale dell’allarme lanciato da Umberto Galimberti, che avvisa su come la tecnica ha smesso di essere uno strumento e si è trasformata nell’ambiente in cui viviamo, orientando i nostri gesti, le nostre scelte e perfino il nostro modo di pensare.

Nel libro Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), Galimberti descrive un passaggio storico decisivo. Non siamo più nell’epoca in cui l’uomo decide i fini e utilizza i mezzi per raggiungerli. Siamo entrati in una fase diversa, in cui l’apparato tecnico precede l’uomo e ne condiziona l’agire.

Come scrive il filosofo:

La tecnica non è più un insieme di mezzi a disposizione dell’uomo, ma l’ambiente complessivo entro cui l’uomo vive e pensa.

È dentro questo ambiente che lo smartphone diventa il simbolo più evidente della nostra condizione.

La tecnica non è uno strumento, ma il mondo che abitiamo

Quando Umberto Galimberti parla di “tecnica”, non si riferisce solo ai dispositivi tecnologici. Intende anche la razionalità che governa il loro utilizzo: una logica fondata su efficienza, funzionalità, produttività e velocità.

È una razionalità apparentemente neutra, ma estremamente potente. Non si chiede se ciò che facciamo abbia senso. Si chiede solo se funzioni. Per questo la tecnica non distingue tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma tra ciò che è efficace e ciò che non lo è.

Galimberti lo chiarisce con nettezza:

La razionalità tecnica non si interroga sul senso di ciò che fa, ma solo sulla sua funzionalità ed efficienza.

Lo smartphone incarna perfettamente questa logica. Non è un oggetto che si usa e poi si mette da parte, come un martello. È un ambiente portatile che ci accompagna ovunque, scandisce il tempo, orienta l’attenzione, suggerisce priorità. Non lo abitiamo per scelta consapevole, ma per adattamento continuo.

Non siamo noi a usare lo smartphone: è il sistema che ci usa

Dire che lo smartphone “ci usa” non significa attribuirgli un’intenzione. Significa riconoscere che funziona secondo una razionalità che ci precede. Ogni notifica, algoritmo, suggerimento risponde all’esigenza di mantenere attiva l’interazione, di raccogliere dati, di rendere prevedibili i comportamenti.

In questo senso, il dispositivo non è neutro. Non perché sia malvagio, ma perché è perfettamente coerente con l’apparato tecnico di cui fa parte. L’utente non è il fine ultimo, ma una componente del funzionamento del sistema.

Qui si manifesta con chiarezza ciò che Galimberti definisce il capovolgimento tra mezzi e fini.

Quando i mezzi diventano il fine

Per secoli l’uomo ha scelto i propri scopi e poi ha cercato i mezzi per realizzarli. Nell’età della tecnica accade il contrario. Quando i mezzi tecnici diventano potenzialmente illimitati, sono loro a suggerire quali fini siano perseguibili.

Galimberti lo formula in uno dei passaggi chiave del libro:

Così la tecnica da mezzo diventa fine, non perché la tecnica si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si propongono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica.

Non facciamo più qualcosa perché l’abbiamo deciso in base a un valore. La facciamo perché è possibile farla. E quando è possibile, diventa quasi inevitabile.

L’uomo come funzionario e come materia prima

Questo rovesciamento ha conseguenze profonde sul modo in cui l’uomo viene concepito.
Martin Heidegger parlava dell’uomo come Be-stellt, “im-piegato”, ovvero piegato al funzionamento dell’apparato tecnico. Galimberti riprende questa intuizione e la radicalizza.

L’uomo non decide più i fini, ma esegue procedure. Deve adattarsi ai sistemi, agli algoritmi, ai protocolli. In questa logica, l’essere umano non è più il centro dell’agire, ma una risorsa tra le altre.

Galimberti nel suo libro cita Heidegger senza attenuarne la durezza:

L’uomo si configura sempre più come funzionario dell’apparato tecnico, fino a diventare la materia prima più importante della tecnica stessa.

Dati, comportamenti, emozioni, preferenze diventano materiali da analizzare e ottimizzare. È qui che lo smartphone smette di essere un semplice oggetto e diventa uno strumento di integrazione totale dell’individuo nell’apparato.

La cultura come resistenza alla “Verità come Efficacia”

Questa trasformazione investe anche il concetto di verità. Nell’età della tecnica, la verità non coincide più con la ricerca del senso, ma con l’efficacia. È vero ciò che funziona, ciò che produce risultati, ciò che è misurabile.

La conoscenza non guarda più il mondo per comprenderlo, ma per modificarlo. È per questo che Galimberti parla di tecno-scienza: una forma di sapere che nasce già orientata all’intervento e al controllo.

Sempre facendo riferimento a Le disavventure della verità, Galimberti evidenzia come Heidegger definiva questo ridursi del pensiero a puro calcolo rechnendes Denken, pensiero calcolante:

La verità come efficacia riduce il pensiero a calcolo e lo rende indifferente al sorprendente, all’imprevisto, all’emozionante.

Tutto ciò che sfugge alla previsione diventa un problema.

Memoria tecnica e perdita della storia

La frattura più profonda riguarda la memoria. La memoria tecnica, nella sua forma informatica, accumula informazioni e le rende disponibili. Ma non racconta nulla. Non trasforma i dati in esperienza.

La memoria culturale, invece, è narrativa. Riattualizza il passato e apre il futuro come progetto. È ciò che consente all’uomo di orientarsi nella storia.

Galimberti lo afferma senza ambiguità:

I dati e le informazioni non spiegano il mondo. Senza una memoria narrativa, l’uomo perde l’orizzonte di senso.

In una società iper-connessa, possiamo essere perfettamente informati e allo stesso tempo profondamente disorientati.

Intelligenza artificiale e “pensiero senza corpo”

Jean-François Lyotard parlava del sogno di un “pensiero senza corpo”: l’idea che si possa pensare e governare la realtà prescindendo dall’esperienza incarnata, dal limite, dalla vulnerabilità.

L’intelligenza artificiale rappresenta il punto più avanzato di questo sogno. Una memoria potentissima, ma senza esperienza. Non ricorda, elabora. Non comprende, correla.

Il rischio, per Galimberti, non è che le macchine diventino umane, ma che gli uomini imparino a pensare come le macchine, adattandosi a una logica che non conosce il limite.

Che cosa la tecnica può fare di noi

L’analisi di Galimberti si chiude con una domanda che non è teorica, ma esistenziale. Abbiamo scatenato Prometeo, ma il nostro potere di fare è ormai immensamente superiore alla nostra capacità di prevedere e valutare gli effetti del nostro fare.

Nel suo libro Galimberti riprende ancora Günther Anders, per il monito definitivo:

La domanda decisiva del nostro tempo non è più che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi.

È qui che l’allarme di Umberto Galimberti trova la sua affermazione. Non siamo noi a usare lo smartphone. È lo smartphone, come parte dell’apparato tecnico, a usare noi. La cultura resta l’unico spazio in cui questa domanda può ancora essere pensata, senza ridurre l’uomo a funzione, dato o materia prima.

La cultura come ultimo spazio di libertà

Se la diagnosi di Umberto Galimberti è corretta, allora la schiavitù non è un evento che ci attende, ma una condizione che stiamo già vivendo. Una schiavitù senza catene, senza padroni visibili, senza violenza manifesta. Proprio per questo, più difficile da riconoscere e da contrastare. Non ci viene imposto di obbedire: ci adattiamo. Non ci viene tolta la libertà: la scambiamo con l’efficienza.

In questo scenario, la cultura non è un lusso né una nostalgia umanistica. È l’unico strumento che consente all’uomo di non coincidere interamente con la funzione che svolge. La cultura non serve a “sapere di più”, ma a non ridursi a ciò che si fa. Restituisce profondità al tempo, spessore all’esperienza, opacità al pensiero. Introduce ciò che la tecnica non tollera: il limite, l’ambiguità, la lentezza, l’inutile.

Leggere, studiare, ricordare non sono gesti innocui. Sono atti di resistenza silenziosa. Significano sottrarre una parte di sé alla logica della prestazione continua, del calcolo, della previsione. Significano riaffermare che non tutto ciò che funziona vale, e che non tutto ciò che vale può essere misurato.

Se la tecnica tende a usare l’uomo come mezzo, la cultura è ciò che gli permette ancora di restare fine. Non offre salvezze garantite, né soluzioni rapide. Offre qualcosa di più fragile e più umano: la possibilità di continuare a interrogarsi. Ed è forse solo finché l’uomo saprà porsi domande che non servono a nulla, se non a capire chi è, che questa schiavitù potrà non diventare definitiva.

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