Perché la stanchezza accompagna il rientro e il riposo non basta mai

3 Gennaio 2026

Perché il riposo non basta mai? Il senso di stanchezza perenne ma che si amplifica al rientro spiegata da Byung-Chul Han e Zygmunt Bauman.

Perché la stanchezza accompagna il rientro e il riposo non basta mai

La stanchezza che accompagna il rientro dopo le feste ha qualcosa di straniante. Non appena si riaccendono le mail, si guarda il calendario, tornano riunioni, appuntamenti, lezioni e scadenze, molti avvertono una fatica che arriva troppo in fretta per essere giustificata dal lavoro in sé. Non è ancora iniziata davvero la corsa, eppure ci si sente già in affanno. Come se la pausa non avesse ricaricato nulla, come se la batteria fosse rimasta bassa nonostante il riposo.

Questa sensazione non riguarda la forza di volontà né la capacità di “tenere il ritmo”. È una stanchezza diversa, più silenziosa, che non si risolve con una notte di sonno in più. Somiglia piuttosto a un disagio di fondo, a una difficoltà a rientrare in un ruolo, in un tempo, in una forma di vita che sembra chiedere subito molto, senza lasciare spazio a un vero riassestamento interiore.

Per capire perché oggi il ritorno al lavoro o allo studio pesa più di un tempo, non basta parlare di stress o di carichi eccessivi. Serve guardare più a fondo, al modo in cui la società contemporanea ha trasformato il rapporto tra identità, prestazione e senso. È in questa direzione che aiutano a orientarsi le riflessioni di Byung-Chul Han e Zygmunt Bauman, che hanno descritto con lucidità perché oggi la stanchezza non nasce solo da ciò che si fa, ma da ciò che si è chiamati a essere.

Questa stanchezza, proprio per questo, non può essere letta come un problema individuale né come una semplice difficoltà di adattamento. Non riguarda la motivazione personale o la capacità di organizzarsi meglio, ma attraversa generazioni, professioni e contesti diversi. Emerge ogni volta che si rientra in un sistema che riparte immediatamente, senza concedere tempo per ridefinire il senso di ciò che si fa. È il segnale di una trasformazione più profonda, che riguarda il modo in cui oggi si costruisce l’identità dentro il lavoro, lo studio e la vita quotidiana.

Per comprenderla davvero, occorre quindi spostare lo sguardo. Non chiedersi quanto si stia facendo, ma che tipo di soggetti si è diventati in una società che misura il valore quasi esclusivamente in termini di prestazione, adattamento e visibilità.

Per Byung-Chul Han viviamo nell’era dell’auto-sfruttamento

È da questa trasformazione del soggetto che prende avvio l’analisi di Byung-Chul Han nel saggio La società della stanchezza (Nottetempo). Han osserva come la società contemporanea non sia più organizzata intorno a divieti, ordini e costrizioni esterne, ma attorno a un imperativo apparentemente positivo, fondato sulla possibilità, sull’iniziativa individuale e sulla prestazione. Non si è più chiamati a obbedire a un comando esplicito, ma a dimostrare continuamente di poter fare di più, di essere più efficienti, più disponibili, più reattivi.

In questo quadro, scrive Han, “il soggetto della prestazione si sfrutta da solo“. Non perché qualcuno lo costringa dall’esterno, ma perché interiorizza l’obbligo della riuscita come se fosse una libera scelta. La pressione non viene più percepita come imposizione, ma come responsabilità personale. Il comando, proprio per questo, non è più riconoscibile come tale: coincide con il desiderio stesso di realizzarsi, di non fermarsi, di non restare indietro.

È qui che, secondo Han, si produce una trasformazione decisiva della stanchezza. Non si tratta più della fatica che segue uno sforzo delimitato, né di un esaurimento legato a un lavoro imposto dall’alto. È una stanchezza diversa, che nasce dall’assenza di un limite chiaro, dalla difficoltà di interrompere l’attività senza sentirsi in difetto, dalla continua auto-attivazione che non conosce pause legittime. Il soggetto non può più smettere, perché smettere equivale a fallire.

Il rientro dopo le feste rende questo meccanismo particolarmente visibile. Nel momento in cui le attività riprendono, non si torna semplicemente a lavorare o a studiare: si riattiva immediatamente l’obbligo di funzionare, di essere all’altezza, di rimettersi in moto senza gradualità. La stanchezza emerge così come il primo segnale di una pressione che precede l’azione stessa, perché riguarda il modo in cui il soggetto è chiamato a rapportarsi a sé prima ancora di ciò che è chiamato a fare.

Per Zygmunt Bauman l’instabilità è l’effetto dell’identità liquida

Se Byung-Chul Han descrive il meccanismo attraverso cui il soggetto si auto-sfrutta, Zygmunt Bauman mostra cosa accade all’identità quando questo meccanismo diventa la condizione normale dell’esistenza. Nei suoi studi sulla modernità liquida, Bauman osserva come le strutture che un tempo offrivano continuità e orientamento, il lavoro, i ruoli sociali, le appartenenze, i percorsi di vita, abbiano progressivamente perso stabilità.

In Modernità liquida (Editori Laterza), Bauman descrive una società in cui nulla è pensato per durare. Le forme si sciolgono rapidamente, le certezze diventano provvisorie, le identità non si consolidano mai del tutto. In questo contesto, l’individuo non costruisce più se stesso nel tempo, ma è chiamato a rimanere costantemente flessibile, adattabile, pronto a cambiare. L’identità non è più una conquista, ma un compito incessante.

Questa condizione ha un costo profondo. Quando l’identità è continuamente esposta al rischio di diventare obsoleta, il soggetto vive in uno stato di allerta permanente. Ogni rientro al lavoro o allo studio non rappresenta un ritorno a una forma riconosciuta, ma una nuova verifica della propria utilità, della propria adeguatezza, della propria capacità di restare nel flusso. La stanchezza che ne deriva non nasce solo dal fare, ma dall’instabilità di ciò che si è.

Bauman mostra come, in una modernità liquida, l’individuo sia costretto a sostenere da solo il peso dell’incertezza. Senza punti fermi, senza traiettorie affidabili, ogni ripartenza implica uno sforzo identitario supplementare: rimettersi in forma, rimettersi in gioco, rimettersi in vendita. È in questo sforzo continuo di riadattamento che la stanchezza si accumula, non come episodio, ma come condizione strutturale della vita contemporanea.

Il rientro come momento di esposizione dell’identità

Nella prospettiva di Zygmunt Bauman, l’identità è già liquida prima del rientro. L’instabilità non nasce con la ripresa delle attività, ma accompagna in modo costante la vita contemporanea. Il lavoro, lo studio e le relazioni si svolgono all’interno di un contesto che richiede adattamento continuo, flessibilità permanente, disponibilità a ridefinirsi senza sosta.

Il rientro dopo le feste non introduce questa condizione, ma la riattiva con maggiore intensità. È il momento in cui l’identità, già fragile, viene nuovamente esposta alla verifica. Tornare al lavoro o allo studio significa rientrare in un flusso che non offre appoggi stabili, ma chiede immediatamente di dimostrare adeguatezza, aggiornamento, utilità. Non si torna a una forma consolidata di sé, ma a una posizione che deve essere confermata ancora una volta.

In questo senso, il rientro funziona come un amplificatore della stanchezza. Non perché interrompa il riposo, ma perché rende più evidente il peso di un’identità che non può mai stabilizzarsi. La fatica non nasce dal lavoro che ricomincia, ma dallo sforzo identitario continuo che precede e accompagna ogni ripartenza, in una modernità in cui nulla è pensato per durare.

La risposta necessaria secondo Han e Bauman

Se la stanchezza contemporanea è il risultato dell’auto-sfruttamento e dell’instabilità identitaria, la risposta non può essere cercata in un aumento dell’efficienza o in un’ulteriore ottimizzazione del sé. È questa, anzi, la dinamica che Byung-Chul Han individua come parte del problema. Nei suoi testi più recenti, il filosofo insiste sulla necessità di interrompere l’imperativo della prestazione attraverso un cambiamento radicale del rapporto con il tempo e con l’azione.

In La società della stanchezza e in saggi successivi, Han propone il recupero di una dimensione contemplativa, intesa non come inattività, ma come capacità di sottrarsi alla pressione costante del fare. La contemplazione, per Han, non è evasione: è una forma di resistenza alla riduzione dell’esistenza a pura funzionalità. Solo dove l’azione non è immediatamente finalizzata alla performance diventa possibile ristabilire un limite, e dunque interrompere l’auto-sfruttamento.

Anche Zygmunt Bauman, da una prospettiva diversa, individua una direzione analoga. Di fronte alla liquidità delle forme sociali e all’instabilità dell’identità, Bauman non propone un ritorno nostalgico a strutture rigide, ma sottolinea la necessità di ricostruire legami, continuità, narrazioni condivise. In una modernità in cui tutto tende a dissolversi rapidamente, ciò che conta non è la flessibilità illimitata, ma la possibilità di dare durata all’esperienza.

Nei suoi lavori sulla modernità liquida, Bauman mostra come l’individuo contemporaneo sia lasciato solo a gestire l’incertezza. La risposta, per lui, non è l’isolamento né l’auto-adattamento infinito, ma il recupero di forme di appartenenza e di senso che riducano il peso dell’instabilità individuale. Senza queste strutture, ogni rientro, ogni ripartenza, ogni cambiamento diventa una prova identitaria totale.

Letti insieme, Han e Bauman indicano una stessa esigenza di fondo: ricostruire spazi di non-prestazione e di continuità simbolica, in cui il soggetto non sia costretto a dimostrare continuamente il proprio valore e a ridefinire senza sosta la propria identità.

Ritrovare energia e identità attraverso la cultura

Alla luce delle riflessioni di Byung-Chul Han e Zygmunt Bauman, la cultura non può essere intesa come un semplice arricchimento personale o come un passatempo. Si configura piuttosto come una risposta strutturata a una stanchezza che non è episodica, ma continua, perché radicata nel modo stesso in cui oggi si vive, si lavora e si costruisce l’identità. Non si tratta di “recuperare energie” in senso funzionale, ma di modificare il rapporto con il tempo, con il senso e con se stessi.

La cultura agisce innanzitutto sul tempo. Leggere un libro, visitare un museo, entrare in una mostra, assistere a un film al cinema o a uno spettacolo teatrale significa sottrarsi alla frammentazione costante che caratterizza la società della prestazione. In questi spazi non è richiesto di essere efficienti, reattivi, immediatamente produttivi. È possibile fermarsi, osservare, ascoltare, seguire un percorso senza doverlo trasformare in risultato. È in questa sospensione che prende forma quella dimensione contemplativa che Han individua come necessaria per interrompere l’auto-sfruttamento.

La lettura occupa un posto centrale in questo processo. Il libro, più di ogni altro oggetto culturale, educa alla durata. Richiede attenzione prolungata, continuità, presenza. A differenza dei flussi digitali, non frammenta l’esperienza, ma la organizza. Leggere significa entrare in una narrazione che ha un inizio, uno sviluppo, una profondità. In una modernità liquida, il libro offre una forma che tiene, un’esperienza che non si dissolve immediatamente e che consente al soggetto di riconoscersi dentro una storia più ampia del presente istantaneo.

In questo senso, la lettura non è evasione, ma una pratica di ricostruzione identitaria. Permette di rallentare il giudizio, di dare un nome al disagio, di collocare la propria esperienza all’interno di orizzonti di senso condivisi.

Le librerie diventano così luoghi cruciali: non semplici spazi di consumo, ma ambienti di orientamento, in cui il tempo non è governato dall’urgenza e l’identità non è ridotta a prestazione. Entrarvi significa esporsi a domande, percorsi, possibilità non immediatamente misurabili.

Accanto ai libri, anche le altre pratiche culturali svolgono una funzione analoga. L’arte, la musica, il cinema, i musei e le mostre offrono continuità simboliche in un mondo che tende a dissolverle. Consentono di entrare in contatto con forme, linguaggi e narrazioni che attraversano il tempo, riducendo il senso di isolamento e di precarietà che Bauman descrive come caratteristico della modernità liquida. Non fissano l’identità, ma la rendono meno instabile, meno esposta alla verifica continua.

Anche i fine settimana all’insegna della scoperta culturale, una città esplorata attraverso i suoi luoghi d’arte, una mostra visitata senza fretta, un concerto ascoltato con attenzione,  non rappresentano una pausa “utile” per tornare a lavorare meglio. Sono piuttosto momenti di riallineamento, in cui l’identità non deve dimostrare nulla, ma può ricomporsi. Consentono di attraversare il cambiamento senza dissolversi in esso, di restare mobili senza diventare fragili.

In questo senso, la cultura non elimina la stanchezza strutturale del presente, ma ne cambia la qualità. Non promette una vita senza fatica, ma rende la fatica abitabile, perché restituisce orientamento, profondità e durata. È uno dei pochi ambiti in cui l’energia non viene estratta, ma lentamente ricostruita, insieme a quell’idea di sé che oggi appare sempre più esposta all’instabilità.

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