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Seneca spiega come ritrovare autostima e motivazione quando ci si sente persi

Seneca spiega come ritrovare autostima e motivazione quando ci si sente persi

Scopri la lezione di Seneca per ritrovare autostima, motivazione e direzione nei momenti in cui ci si sente smarriti e privi di motivazione.

Seneca spiega come ritrovare autostima e motivazione quando ci si sente persi

Più di duemila anni fa, Lucio Anneo Seneca, nelle Lettere a Lucilio, aveva già individuato con sorprendente lucidità una delle fragilità più diffuse dell’essere umano: la sensazione di sentirsi smarriti anche quando, in apparenza, non manca nulla.

È quel malessere sottile e difficile da nominare che talvolta accompagna le giornate, quella percezione opaca per cui, pur continuando ad andare avanti, tutto sembra perdere direzione. Le conseguenze possono manifestarsi in una progressiva perdita di autostima e motivazione, fino a trasformarsi, nei casi più estremi, in forme profonde di inquietudine interiore.

Oggi si parla di “malattie del benessere” o “malattie della civiltà”, un paradosso tipico dell’era moderna. Rappresentano spesso il prezzo che paghiamo per uno stile di vita segnato dall’abbondanza, dalla tecnologia e dalla sedentarietà.

Viviamo infatti in un tempo profondamente contraddittorio. Abbiamo più possibilità di scelta, più strumenti, più occasioni di affermazione personale che in qualsiasi altra epoca, eppure cresce una sensazione diffusa di disorientamento. Sempre più persone confessano di sentirsi stanche, demotivate, come se avessero perso la direzione.

Non è solo una questione di risultati. È qualcosa di più profondo: è l’autostima che vacilla quando non sappiamo più dove stiamo andando.

Lo aveva intuito lo stesso Seneca in una delle formulazioni più potenti della filosofia antica:

Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est.
Necesse est multum in vita nostra casus possit, quia vivimus casu.

Nessun vento è propizio per chi non sa verso qual porto deve dirigersi.
Poiché viviamo a caso, necessariamente grande è il potere del caso sulla nostra vita.

In queste parole non c’è soltanto un invito alla prudenza. Seneca consegna una vera diagnosi esistenziale che, ancora oggi, parla direttamente alla nostra inquietudine quotidiana.

Di cosa parla la Lettera 71 a Lucilio

Per comprendere davvero la forza delle parole di Seneca, è necessario collocarle nel loro contesto originario. Il celebre passo sul “vento non propizio” compare infatti nella Lettera 71 delle Epistulae Morales ad Lucilium, uno dei testi più densi e maturi del pensiero stoico.

Seneca scrive a Lucilio partendo da un’osservazione molto concreta. Dare consigli a distanza è difficile, perché la vita cambia rapidamente e le circostanze mutano di continuo. Proprio da questa instabilità nasce la sua riflessione più profonda. Se gli eventi esterni sono mobili e imprevedibili, l’unico modo per non smarrirsi è fissare lo sguardo sul fine ultimo della vita, invece di perdersi nei singoli problemi quotidiani.

È a questo punto che il filosofo introduce il cuore della sua tesi. Esiste un solo vero criterio capace di orientare l’esistenza. Seneca lo chiama sommo bene, e lo identifica senza esitazioni con l’onestà morale, cioè con la virtù.

Tutto il resto, successo, salute, ricchezza, perfino la sconfitta, perde così il suo valore assoluto. Può avere un peso relativo, ma non determina la felicità dell’uomo. Solo la virtù, infatti, rende davvero stabile la vita.

È dentro questa cornice che acquista senso anche la celebre metafora della navigazione: senza sapere verso quale porto dirigersi, nessun vento potrà mai essere favorevole.

Catone, l’uomo che non fu mai sconfitto

Per rendere concreta questa posizione, Seneca introduce nella Lettera una figura esemplare della tradizione stoica: Catone l’Uticense.

La scelta non è casuale. Catone, agli occhi del mondo, sperimentò il fallimento totale. Perse la pretura, fu travolto dalla guerra civile e assistette al tramonto della libertà repubblicana. Eppure, osserva Seneca, non perse mai la cosa più importante: la sua integrità.

Il filosofo ricorda due episodi emblematici. Il giorno in cui non fu eletto pretore, Catone andò tranquillamente a giocare a palla. E la notte prima di morire si dedicò alla lettura, con la stessa serenità di sempre.

Qui emerge con chiarezza la tesi stoica. La virtù coincide con il sommo bene e, proprio per questo, non può essere diminuita dagli eventi esterni. Il valore di un uomo non si misura da ciò che gli accade, ma dalla sua capacità di restare diritto sotto ogni peso.

È attraverso la figura di Catone che il messaggio della Lettera 71 acquista una forza sorprendentemente moderna. Perché suggerisce una verità scomoda ma liberante: si può perdere tutto e, tuttavia, non essere davvero sconfitti.

Quando ci sentiamo persi anche se va tutto bene

È una delle contraddizioni più silenziose del nostro tempo. In apparenza non manca nulla: strumenti, opportunità, possibilità di scelta. Eppure cresce una sensazione sottile di smarrimento che mina la fiducia in se stessi e spegne lentamente gli stimoli.

Accade spesso senza un evento preciso. Le giornate si riempiono di impegni, notifiche, obiettivi da inseguire. Si corre molto, si produce molto, si risponde a tutto. Ma, sotto questa superficie di movimento continuo, affiora una domanda più profonda e inquieta: dove sto andando davvero?

È in questo scarto tra iperattività esterna e vuoto di direzione interna che l’autostima comincia a incrinarsi. Non perché manchino le occasioni, ma perché manca un centro stabile a cui ancorarle.

Seneca aveva colto con impressionante anticipo proprio questo stato d’animo. Nella Lettera 71 scrive:

Nessun vento è propizio per chi non sa verso qual porto deve dirigersi.

Il filosofo non sta parlando di navigazione, ma della condizione interiore dell’essere umano. Quando non abbiamo chiaro il nostro “porto”, anche le circostanze favorevoli perdono efficacia. Non è la tempesta a farci sentire persi: è l’assenza di una bussola.

Per questo Seneca aggiunge una seconda osservazione, ancora più radicale:

Poiché viviamo a caso, necessariamente grande è il potere del caso sulla nostra vita.

Il punto è tutto qui. Quando lasciamo che siano gli eventi, i giudizi altrui o le aspettative esterne a guidarci, la nostra stabilità emotiva diventa fragile. L’autostima vacilla non perché la vita sia necessariamente ostile, ma perché abbiamo smesso di governarne la direzione.

Perché l’autostima vacilla davvero

Individuato il sintomo, Lucio Anneo Seneca scende a un livello ancora più profondo. Il vero errore, spiega, non è semplicemente sentirsi smarriti, ma guardare la vita nel modo sbagliato.

Lo afferma con parole che sembrano scritte per la nostra epoca frammentata e iperstimolata:

Tutti riflettiamo sui casi particolari della vita, nessuno riflette sulla vita nel suo assieme.

Qui Seneca anticipa una dinamica psicologica modernissima. Quando concentriamo tutta l’attenzione sui singoli episodi — un errore, un rifiuto, un obiettivo mancato — finiamo per perdere la percezione del nostro valore complessivo.

È così che l’autostima si logora. Non per un grande fallimento, ma per una somma di micro-fratture quotidiane che, una dopo l’altra, erodono la fiducia in noi stessi.

Il filosofo latino tiene a sottolineare che:

Chi vuol lanciare una saetta deve conoscere il bersaglio e solo allora dirigere e guidare colla mano l’arma: nelle nostre deliberazioni sbagliamo strada, perché non sappiamo dove tendere.

Seneca, con la sua consueta franchezza, aggiunge poi una considerazione che può suonare dura, ma che ha una funzione profondamente educativa:

parimenti crediamo che siano difficili e intollerabili le cose di fronte alle quali noi tutti ci sentiamo privi di energia, dimenticando che per molti è motivo di gravissima sofferenza mancare del vino o destarsi all’alba. Non son già queste cose difficili per natura, ma siamo noi molli e fiacchi.

Il senso non è accusatorio, ma formativo. Il filosofo invita a spostare lo sguardo. Molte delle difficoltà che oggi ci appaiono insormontabili diventano tali perché non abbiamo allenato a sufficienza la nostra forza interiore.

In altre parole, il problema non è sempre fuori. Spesso è nella fragilità con cui affrontiamo ciò che accade.

Intorno alle cose grandi occorre giudicare con animo grande: altrimenti attribuiremo loro i nostri difetti.

Ed è proprio da questa consapevolezza, scomoda ma liberante, che può cominciare un vero percorso di ricostruzione dell’autostima.

La cura di Seneca: come ritrovare autostima e motivazione

Dopo aver smontato le illusioni più comuni, Seneca propone una via d’uscita sorprendentemente concreta. La soluzione non consiste nel controllare tutto ciò che accade, impresa impossibile, ma nello spostare il baricentro all’interno.

È un cambio di prospettiva radicale. Finché affidiamo la nostra sicurezza a ciò che è esterno, risultati, riconoscimenti, approvazione degli altri, resteremo inevitabilmente esposti alle oscillazioni della fortuna. La stabilità, per Seneca, nasce solo quando torniamo a costruire un centro interiore.

Il primo passo è liberarsi dall’ansia della perfezione. Il progresso umano, ricorda il filosofo, non è una linea retta né un traguardo immediato. È prima di tutto una direzione scelta con consapevolezza:

adoperiamoci con energia e perseveriamo: più numerose son le vittorie da riportare che quelle riportate, ma gran parte del progresso consiste nel voler progredire.

È una frase di straordinaria modernità. Non serve essere già arrivati, né sentirsi sempre all’altezza. Conta la decisione quotidiana di rimettersi in cammino. L’autostima, in questa prospettiva, non nasce dalla perfezione, ma dalla coerenza con cui continuiamo ad avanzare.

Ma il passaggio decisivo è ancora più profondo. Seneca scrive:

anche tu sei pieno di entusiasmo e tendi con grande slancio al raggiungimento dei più sublimi ideali. Affrettiamoci: così appunto la vita sarà ben spesa; altrimenti non è che un perditempo e, per dire il vero, vergognoso, se la si trascorre in mezzo alle turpitudini.

Focalizzarsi nelle cose da fare senza perdere tempo inutilmente e senza lasciarsi distrarre dalle cose inutili e dispersive. Un suggerimento da vero esperto dell’animo umano quello che arriva dal pensatore latino. Il quale tiene a sottolineare che:

Procuriamo che tutto il tempo ci appartenga: ma ciò non avverrà, se prima noi non apparterremo a noi stessi.

Qui emerge il cuore della sua lezione. Non possiamo sentirci padroni della nostra vita se prima non impariamo a governare la nostra mente. La vera sicurezza non nasce dal controllo degli eventi, ma dalla capacità di non essere interiormente travolti da ciò che accade.

È questo il punto in cui la filosofia stoica smette di essere teoria e diventa pratica quotidiana: tornare a sé, rafforzare il giudizio, allenare la propria stabilità interiore.

La vera vittoria che ridà fiducia

La Lettera 71 si chiude con un’immagine di straordinaria potenza, che ribalta completamente l’idea comune di successo. Seneca non celebra conquiste militari né trionfi pubblici. Indica una vittoria molto più silenziosa e molto più decisiva.

Quando ci capiterà di disprezzare la prospera e l’avversa fortuna, quando ci capiterà di soffocare e di ridurre all’obbedienza tutte le passioni gridando «ho vinto»? Vuoi sapere chi io abbia vinto?… l’avarizia, l’ambizione, il timore della morte, quel timore della morte che ha vinto i vincitori di tutte le nazioni.

È qui che la riflessione diventa sorprendentemente attuale. Per il filosofo stoico, ritrovare forza e motivazione non significa dominare il mondo esterno, ma smettere di essere dominati dalle proprie paure.

Quando questo accade, cambia tutto. Le difficoltà non scompaiono, ma perdono il loro potere paralizzante. Gli ostacoli restano, ma non definiscono più il nostro valore.

Per Seneca l’onestà interiore, ciò che gli stoici chiamano virtù,  è il vero punto di equilibrio dell’esistenza, l’unico bene che nessuna circostanza può sottrarci.

Il filosofo lo afferma senza esitazioni:

«Summum bonum est quod honestum est» et, quod magis admireris,
«summum bonum est quod honestum est, cetera falsa et adulterina bona sunt».

«Il sommo bene è ciò che è onesto» e, cosa ancora più sorprendente,
«uno solo è il bene, ciò che è onesto; tutti gli altri beni sono falsi e ingannevoli».

È un rovesciamento potente della mentalità comune. Se il vero bene coincide con la virtù — cioè con l’integrità morale e la solidità dell’animo — allora successo, fallimenti, approvazioni e ostacoli perdono il loro potere assoluto sulla nostra autostima.

È qui che, secondo Seneca, comincia la vera libertà interiore: nel momento in cui smettiamo di cercare fuori ciò che può nascere solo dentro.

È una lezione che parla con forza anche al presente. In un’epoca che misura tutto in termini di performance e risultati visibili, Seneca ci ricorda che la stabilità più solida nasce altrove: nella capacità di restare saldi anche quando la vita cambia direzione.

Perché, in fondo, la vera autostima non nasce da ciò che conquistiamo fuori, ma da ciò che impariamo, finalmente, a non farci più togliere dentro.