Nietzsche svela il giusto approccio per combattere l’ansia e la paura

4 Gennaio 2026

In occasione della ripartenza di gennaio Friedrich Nietzsche offre una riflessione molto attuale per prevenire e curare l'inquietudine e il mal di vivere.

Nietzsche svela il giusto approccio per combattere l'ansia e la paura

Ansia e paura accompagnano spesso l’esperienza umana come ombre silenziose. Vengono percepite come fragilità interiori o come reazioni emotive difficili da controllare. Nel pensiero di Friedrich Nietzsche, questi stati non rappresentano un difetto dell’individuo, ma un segnale più profondo. Essi indicano una distanza tra la vita che si conduce e i valori che realmente ci appartengono

Nel capitolo Della virtù che dona, tratto dal capolavoro Così parlò Zarathustra (1883), il filosofo affronta questo “mal di vivere” proponendo una metamorfosi radicale. È necessario trasformare l’ansia in una potenza creativa attraverso la riscoperta della propria sovranità.

La guida per questo percorso di liberazione è racchiusa in una frase simbolo che ribalta ogni prospettiva di dipendenza:

Il vostro spirito e la vostra virtù servano il senso della terra, fratelli miei: e siano di nuovo fissati da voi i valori di tutte le cose! Perciò dovete essere combattivi! Perciò dovete essere creatori!

Nietzsche e il mal di vivere: bisogna riscoprire la propria sovranità

La ripartenza di gennaio appare spesso carica d’inquietudine per il futuro e di ansie su come affrontare l’anno che verrà. Nel pensiero di Friedrich Nietzsche, queste paure rappresentano i segnali di una crisi profonda che affligge l’uomo moderno. Spesso percepite come fragilità psicologiche, queste emozioni indicano in realtà una distanza tra la vita che si conduce e i valori autentici che dovrebbero guidarla.

La scelta di utilizzare Così parlò Zarathustra, è ideale per affrontare il “mal di vivere” tipico della nostra epoca, proponendo una metamorfosi radicale. La trasformazione dell’ansia deve evolversi e canalizzarsi in una potenza creativa attraverso la riscoperta della propria sovranità, ovvero la riscoperta del proprio essere interiore ed esteriore.

La narrazione del capitolo “Della virtù che dona” si apre con il congedo di Zarathustra dalla città chiamata “La Mucca Pezzata”. Questo luogo simboleggia il conformismo sociale, dove l’individuo vive nel timore costante di perdere l’approvazione del gruppo. Al momento del commiato, i discepoli gli offrono un bastone su cui un serpente si inanella intorno al sole.

Da questo simbolo di conoscenza terrena e vitalità, Nietzsche trae lo spunto per spiegare l’origine dell’ansia. L’uomo soffre perché non ha ancora imparato a bastare a se stesso e cerca risposte fuori dalla propria natura.

La virtù che dona come pienezza interiore

Zarathustra interroga i suoi seguaci sul valore dell’oro, giungendo a una conclusione che scardina la morale comune. L’oro non è prezioso perché raro o utile agli scambi, ma perché “fa dono di sé” attraverso il suo splendore incondizionato. Nel testo “Della virtù che dona”, Nietzsche definisce questa forza come l’unico vero antidoto al timore:

Né comune né utile è la più alta virtù, essa luccica sobriamente nel suo splendore: una virtù che dona è la più alta delle virtù.

L’ansia del domani svanisce nel momento in cui l’individuo smette di proiettarsi verso l’esterno per cercare conferme o protezione. Guardare a se stessi, in quest’ottica, significa riconoscere che la propria anima è un tesoro di energie e potenzialità che attendono di essere liberate. La virtù non è un sacrificio imposto, né un debito verso la società, ma una sovrabbondanza interiore che, una volta raggiunta la sua massima pressione, deve necessariamente irradiarsi verso l’esterno.

Esplicitare il senso del “guardare a se stessi” significa comprendere che non si può donare ciò che non si possiede. Se l’individuo è vuoto, il suo sguardo verso il futuro sarà sempre carico di angoscia e pretesa.

Se invece egli impara a coltivare la propria ricchezza spirituale, il suo agire diventa simile a quello del sole: splende non per dovere verso i pianeti, ma perché la sua natura è ardere. In questa pienezza, il bisogno di approvazione sociale scompare, e con esso l’inquietudine di non essere “all’altezza” delle aspettative altrui.

La diagnosi del male: l’egoismo dei malati

Nietzsche svela la radice dell’inquietudine moderna distinguendo tra due tipi di egoismo. Esiste un egoismo “povero”, dominato dalla mancanza e dal bisogno ossessivo di accumulare certezze esterne:

Vi è un altro egoismo, troppo povero, affamato, che vuole sempre rubare, l’egoismo dei malati, l’egoismo malato.

Questo è l’egoismo che genera il mal di vivere. Chi è dominato da questa “fame” osserva il mondo con l’occhio del ladro, temendo costantemente che il futuro possa sottrargli ciò che possiede. L’ansia sociale nasce proprio da questo sguardo timoroso, che trasforma l’esistenza in una difesa estenuante contro l’ignoto.

La conoscenza come forza purificatrice e fedeltà alla terra

Nella trama del capitolo, la conoscenza assume un ruolo salvifico e centrale, agendo come il ponte necessario tra l’uomo comune e colui che ha superato le proprie paure. Zarathustra esorta a riportare la virtù verso il corpo e la vita concreta, strappandola alle astrazioni metafisiche che alimentano l’ansia dell’ignoto. La conoscenza è il fuoco che purifica l’uomo dalle sue paure ancestrali:

Conoscendo, il corpo si purifica; sperimentando grazie al sapere, esso si eleva; per colui che conosce, tutti gli istinti si santificano.

La conoscenza non è un peso intellettuale, ma uno strumento di elevazione sopra il “gigante caso” e l’insensatezza del divenire. Per Nietzsche, conoscere significa smascherare le menzogne che ci raccontiamo per paura: le false morali e le dipendenze emotive.

Quando l’individuo comprende le leggi della propria vita e del proprio corpo, l’inquietudine smette di essere un mostro invincibile. Il sapere rende l’anima “gaia” perché sostituisce la cieca speranza con la lucida consapevolezza, permettendo di guardare al futuro con lo sguardo di chi domina la propria realtà.

La cura: diventare creatore di senso

Alla logica della paura, Nietzsche oppone la necessità di diventare creatori di valori. La cura definitiva dell’ansia risiede nel trasformare l’egoismo in una forza sacra che punta alla conquista del proprio senso:

In verità, un tale amore che dona deve appropriarsi di tutti i valori; ma io chiamo salutare e sacro questo egoismo.

Questa “appropriazione” è l’atto con cui l’uomo smette di subire il mondo e inizia a interpretarlo. Diventare creatore di senso significa smettere di chiedere al destino “cosa mi accadrà?” per iniziare a dire “io voglio che questo accada”.

In questa prospettiva, ogni evento della vita non è più una minaccia esterna, ma materiale grezzo che l’anima avveduta modella attraverso il proprio amore e la propria volontà. Chi vive in questo stato di grazia creativa non può più essere vittima della paura, perché il suo centro è diventato un “sole dorato” che genera la propria luce.

Il coraggio dell’autonomia

Il capitolo “Della virtù che dona” si conclude con un monito radicale che spezza ogni legame di dipendenza psicologica. Nietzsche insegna che la vera vittoria sull’ansia non si ottiene restando all’ombra di un protettore, ma avendo il coraggio di affrontare la propria solitudine.

La dipendenza, anche quella verso un maestro illuminato, è pur sempre una forma di schiavitù che impedisce alla propria virtù di fiorire:

Ora io vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando tutti voi mi avrete rinnegato, io tornerò a voi.

L’autonomia rappresenta la conquista di una stabilità interiore che resiste al vacillare delle autorità esterne. Troppo spesso l’individuo rimane allievo per tutta la vita, delegando le proprie scelte a figure carismatiche per sfuggire al vuoto. Zarathustra spinge invece verso il grande mezzogiorno, ovvero il momento di massima luce in cui l’uomo smette di essere un’ombra altrui.

In questo invito si compie il superamento definitivo del mal di vivere. Chi possiede la forza di rinnegare le verità prefabbricate trova finalmente se stesso. Il coraggio dell’autonomia libera dal timore del domani, poiché garantisce la forza di restare fedeli alla terra e di creare, dal caos del divenire, il proprio nuovo mattino.

La cura dell’ansia si risolve in un atto di libertà: l’abbandono della condizione di seguaci per diventare sovrani della propria esistenza.

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