Il Natale non è una semplice data sul calendario. Ma è a tutti gli effetti una terra che va riconquistata con la forza della volontà. In queste ore di frenesia cieca, l’aria non è carica solo di luci, ma di una trepidazione densa e faticosa che morde i polsi. Ogni individuo vive la propria Odissea personale, diventando come Ulisse alle prese con un viaggio ricco di insidie e di prove da superare.
In questo periodo dell’anno si finisce per vestire i panni di un navigatore solitario che, logorato da un anno di battaglie, sfida le tempeste del quotidiano per approdare finalmente a Itaca, il porto sacro del 25 dicembre.
Tra biglietti ancora da fare, corsa per gli acquisti, regali da scegliere, lavoro da ultimare, valigie da preparare, quello che dovrebbe essere il tanto atteso momento in cui poter trovare pace e armonia, diventa invece uno stress che richiede tanta calma, forza di volontà, coraggio e, perché no, la giusta scaltrezza, proprio come Ulisse, per riuscire nel duro compito di poter finalmente tornare a casa e vivere il tanto atteso giorno di festa.
Le Sirene: l’illusione della risposta perfetta
Proprio come accade nel Libro XII dell’Odissea di Omero, dopo aver lasciato l’isola di Circe, il navigatore affronta la prova più subdola. Le Sirene moderne non risiedono solo nel mondo digitale; esse sono l’incarnazione di quel brusio sociale e commerciale che promette la “soluzione definitiva” per un Natale impeccabile. Il loro canto giunge attraverso ogni vetrina, ogni consiglio non richiesto e ogni notifica, promettendo che l’acquisto di quell’oggetto o l’adesione a quel canone estetico spazzerà via ogni inadeguatezza.
«Vieni, celebre Ulisse… Noi tutto sappiamo quanto avviene sulla terra nutrice.»
Le Sirene ammaliano l’eroe facendogli credere che la felicità del 25 dicembre dipenda dalla conoscenza della tendenza del momento o dal possesso del dono più raro. È una lusinga intellettuale ed emotiva che mira a distogliere l’Umano dalla sua vera rotta: quella del cuore e della semplicità. Chi cede senza protezione finisce per naufragare nella frustrazione di aver inseguito un’idea di Natale che non gli appartiene, ritrovandosi con le mani cariche di oggetti ma l’anima svuotata.
Occorre essere sordi
Omero insegna che non occorre essere sordi, ma essere saldi. L’eroe adotta una strategia che è un capolavoro di scaltrezza:
La cera per i compagni
Egli ottura le orecchie dei suoi compagni. Per l’eroe moderno, questo significa proteggere i propri cari (e il proprio bilancio) dal bombardamento esterno, filtrando il rumore e ignorando le aspettative sociali tossiche che impongono di spendere oltre le proprie possibilità.
L’ancoraggio all’albero
Ulisse si fa legare strettamente all’albero della nave.
Voi con legami stretti legatemi, perché io resti fermo… e se vi pregherò, voi con più funi stringetemi.
L’albero maestro rappresenta i valori fondamentali: il calore umano, la presenza, la pace interiore. La scaltrezza consiste nel guardare le vetrine e ascoltare le proposte del mondo, ma restando “legati” alla propria realtà.
Se la trepidazione per gli acquisti spinge a deviare verso scogliere pericolose, i legami dei valori devono stringersi ancora di più. Solo chi è incatenato alla propria verità può ascoltare il canto del Natale senza perdere la ragione.
Polifemo è la prigione dei trasporti
L’ostacolo più brutale che l’eroe moderno incontra non è la stanchezza, ma l’impossibilità di muoversi. Nel Libro IX dell’opera, Polifemo è la forza cieca che chiude la porta della grotta e ti impedisce di uscire. Oggi, questo gigante ha il volto della paralisi dei trasporti: è il muro di lamiere di un ingorgo autostradale, è il tabellone di una stazione che segna un ritardo infinito, è la fila immobile ai varchi di un aeroporto.
Il dramma di questo incontro è che Polifemo ha un occhio solo: vede l’ostacolo, ma non vede te. Per il “gigante del traffico”, tu non sei una persona che sta correndo per riabbracciare i figli o i genitori; sei solo una targa in coda, un sedile occupato, un peso che ingombra la strada. La violenza di questo momento sta nel sentirti intrappolato e invisibile: il tuo desiderio di tornare a casa non conta nulla davanti alla cecità di un treno cancellato o di una strada bloccata.
Ulisse utilizza il potere tattico di farsi “Nessuno”
Davanti alla furia di un ritardo o di una coda chilometrica, la rabbia è una trappola: alimenta lo stress e ti svuota prima ancora di arrivare. Ulisse vince con la più geniale delle sottrazioni:
Ciclope, tu mi domandi il mio nome glorioso, ed io te lo dirò… Nessuno è il mio nome; Nessuno mi chiamano la madre e il padre e tutti gli altri compagni.
Cosa intendiamo per “Farsi Nessuno”? L’eroe moderno applica questa scaltrezza spogliandosi del proprio orgoglio. Mentre gli altri imprecano contro il volante o urlano al personale di terra, offrendo il proprio fegato in pasto al Ciclope dello stress, l’astuto Ulisse sceglie di non lottare contro l’inevitabile.
“Farsi Nessuno” significa accettare quel momento di attesa come una zona franca. Significa smettere di essere “il passeggero furioso” per diventare un osservatore calmo. Proprio come l’eroe omerico uscì dalla grotta legato sotto il ventre del montone, così il viaggiatore attraversa l’inferno degli spostamenti protetto dalla propria pazienza.
La scaltrezza è capire che non puoi abbattere il muro del traffico con le grida, ma si può solo attraversarlo restando integro, per conservare tutto il tuo sorriso per il momento in cui, finalmente, varcherai la porta di casa.
Finalmente l’approdo: inizia il Natale
Il viaggio culmina finalmente nell’approdo, ma la sfida non finisce sulla soglia di casa. Nel Libro XXII dell’Odissea, Ulisse non trova una reggia in festa, ma una casa invasa dai Proci: parassiti che consumano i suoi beni e insidiano la pace del focolare.
Nella nostra Odissea quotidiana, i Proci sono le insidie interiori: il cinismo accumulato in un anno di lavoro, la stanchezza residua e i pensieri negativi che vorrebbero rovinare l’armonia della festa. Sono quegli “intrusi” mentali che ci impediscono di essere davvero presenti a tavola.
L’atto finale di forza è la “pulizia” del focolare. Scacciare questi intrusi per riprendere possesso del proprio regno interiore. Solo allora può avvenire il Riconoscimento (Libro XXIII). Nonostante le cicatrici del viaggio, lo sguardo dei propri cari rivela la verità più dolce. Ulisse è finalmente tornato a casa.
Il bacio alla terra feconda
Quando l’Umano-Ulisse varca la soglia, rivive il miracolo descritto nel Libro XIII dell’Odissea di Omero, quando l’eroe tocca nuovamente il suolo sognato:
Lieto allora Ulisse divinamente costante di essere nella sua terra, baciò la terra feconda…
Il pranzo del 25 dicembre è quel bacio alla terra ferma. È l’istante in cui è permesso posare i remi e concedersi il diritto di essere fragili e in pace. La trepidazione svanisce non appena il rumore del mondo fuori si placa e il calore del focolare “riconosce” il viaggiatore.
L’augurio per ogni navigatore è di vivere quel momento di silenzio sacro che precede il banchetto. Guardate la vostra “Itaca”, negli occhi di un figlio o nel sorriso di un genitore, con la fierezza di chi ha compiuto un’impresa. Perché il Natale non appartiene a chi è rimasto a guardare dalla riva, ma a chi ha avuto il coraggio di navigare nel buio per ritrovare la luce di casa.
Buon approdo a tutti gli Ulisse di oggi.
