Esiste un punto di rottura preciso nella storia dell’uomo moderno, un momento in cui l’umanità ha deciso di scambiare la propria interiorità con l’efficienza. In Quaderni di Serafino Gubbio operatore, pubblicato definitivamente nel 1925 (dopo una prima versione del 1915 intitolata Si gira…), Luigi Pirandello non scrive solo un romanzo, ma descrive la genesi della nostra attuale alienazione digitale attraverso il diario di un uomo ridotto a “una mano che gira una manovella”.
Siamo nel cuore della modernità che avanza, in un’epoca che celebra il ferro e la velocità. Eppure, tra le pagine dei suoi quaderni, l’operatore Serafino Gubbio registra il lato oscuro di questo progresso.
Nel secondo capitolo del libro, l’incontro tra Serafino e un signore “malizioso” diventa il pretesto per una riflessione che oggi, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, appare come una diagnosi definitiva. Alla domanda se la macchina non possa un giorno girare da sé, sopprimendo l’intervento umano, Pirandello risponde attraverso il suo protagonista con una verità brutale:
L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Questa frase di Luigi Pirandello non è una condanna del progresso, ma la descrizione di una scelta: l’uomo rinuncia al sentire perché rallenta, e in cambio ottiene efficienza.
La “fabbrica dei sogni” e l’uomo-appendice
Per comprendere la portata di questa profezia di Pirandello, occorre calarsi nel mondo in cui Serafino è immerso. Pirandello ci porta dentro la Kosmograph, una casa di produzione cinematografica che rappresenta il prototipo della fabbrica moderna. Qui la vita viene catturata, smembrata e trasformata in rulli di celluloide.
Il cinema, che promette sogni, funziona in realtà come una catena di montaggio dell’esperienza.
In questo scenario, Serafino non è un artista, né un attore; è l’operatore. Il suo compito è servire la “macchinetta” affinché essa possa “mangiare” la realtà. Egli incarna la nascita dell’impassibilità tecnologica.
Io non opero nulla. Giro una manovella.
Pirandello affida a questa semplicità disarmante la definizione più netta dell’alienazione moderna.
Mentre il mondo intorno a lui è travolto da passioni, drammi e amori (la trama del romanzo vede gli attori perdersi in intrighi fatali), Serafino resta immobile.
Il suo unico dovere è girare la manovella con ritmo costante. Se si lasciasse coinvolgere, se la sua mano tremasse per la pietà o per la paura, la pellicola sarebbe rovinata. L’emozione diventa errore tecnico. L’umanità, un difetto di funzionamento.
Serafino è dunque il primo “uomo-appendice”, ovvero un individuo che non usa la tecnologia, ma ne è usato. È il servitore muto di una divinità di ferro che richiede, come unico sacrificio, la rinuncia alla propria umanità.
Dalla manovella all’algoritmo: l’essenza della profezia
È in questo preciso istante che la “manovella” di Serafino smette di essere un reperto del cinema muto e si rivela come l’essenza stessa della profezia. Il passaggio è netto. Se nel 1925 la macchina aveva ancora bisogno della mediazione di una mano umana per girare, l’Intelligenza Artificiale rappresenta il traguardo finale di questo processo. È la macchina che ha finalmente imparato a girare da sola.
Non è una rottura storica, ma una continuità logica. L’IA non è un’invenzione slegata dal passato, ma il compimento della “saggezza industre” descritta da Pirandello. Essa porta l’impassibilità di Serafino a un livello assoluto: un pensiero che elabora dati senza mai sentire, una creazione che produce senza abitare l’esperienza.
Quello che per Serafino era un sacrificio consapevole, restare muti e fermi mentre la macchina lavora, per noi è diventato l’automatismo invisibile degli algoritmi. La manovella non ha più bisogno di noi; ora è lei a dare il ritmo ai nostri pensieri e alle nostre azioni.
In pezzetti e bocconcini, tutti d’uno stampo, stupidi e precisi.
Questa autonomia della macchina produce esattamente ciò che Pirandello descriveva con disprezzo, ovvero la riduzione della vita in “pezzetti e bocconcini, tutti d’uno stampo, stupidi e precisi”. Oggi, queste “scatolette” hanno un nome moderno: Feed.
I feed sono flussi di algoritmi che scompongono la nostra esperienza in micro-frammenti, costringendoci a girare un’invisibile manovella digitale con il nostro pollice. L’IA “inghiotte” la nostra anima collettiva, i nostri dati, i nostri gusti, le nostre interazioni, per restituircela in frammenti standardizzati.
In questa “furia turbinosa”, dove tutto guizza e nulla resta, l’uomo moderno perde il contatto con il pulsar delle proprie arterie, diventando, come Serafino, “un silenzio di cosa” in un mondo che non smette mai di ronzare.
…fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà.
Pirandello e il rischio di una modernità senza centro
La contemporaneità del pensiero di Luigi Pirandello non risiede nella sua capacità di anticipare una singola tecnologia, ma nell’aver compreso con lucidità il meccanismo profondo della modernità. Pirandello non teme la macchina in quanto tale. Teme l’uomo che, per non affrontare il peso della propria interiorità, sceglie di delegare il vivere a un sistema che funziona al posto suo.
Il vero pericolo della tecnologia, allora come oggi, non è l’innovazione, ma la rinuncia al governo umano. Quando l’efficienza diventa l’unico criterio di valore, quando la velocità sostituisce il senso, quando la standardizzazione prende il posto della complessità, la tecnologia smette di essere strumento e diventa ambiente. E in un ambiente che non conosce esitazione, dubbio, lentezza, l’umano rischia di apparire sempre più come un difetto.
Pirandello aveva colto questo punto con straordinaria precisione: la macchina diventa padrona non perché è potente, ma perché l’uomo sceglie di non abitare più il proprio sentire. È una resa silenziosa, progressiva, spesso mascherata da progresso. Non c’è violenza, non c’è imposizione. C’è comodità. C’è sollievo. C’è la tentazione di non dover più sentire il battito del cuore, il peso delle arterie, la fatica della coscienza.
Nel nostro presente ipertecnologico, questa intuizione resta centrale. L’intelligenza artificiale, come ogni grande tecnologia, non è di per sé disumanizzante. Lo diventa quando viene utilizzata per sostituire ciò che dovrebbe restare umano: il pensiero critico, l’ambiguità emotiva, il conflitto interiore, la responsabilità della scelta.
Senza un centro umano, anche l’innovazione più avanzata rischia di produrre solo efficienza senza senso, ordine senza significato, movimento senza direzione.
La lezione di Pirandello, oggi, non è un invito a fermare il progresso, ma a riportare l’uomo al centro del processo. Governare la tecnologia significa riconoscere che non tutto ciò che è possibile è desiderabile, e che non tutto ciò che funziona rende più umani. Significa accettare la lentezza dove serve, il silenzio dove manca, la profondità dove la superficie domina.
Il ronzìo non cesserà. Ma Luigi Pirandello ci ricorda che, anche in mezzo al rumore continuo della modernità, resta una scelta fondamentale: continuare a girare la manovella, oppure tornare ad abitare la vita.
