Freud insegna che per vivere felici non bisogna inseguire la felicità

18 Gennaio 2026

Perché inseguire la felicità può renderci infelici? Freud spiega perché non è uno stato stabile, ma un evento fragile da riconoscere quando accade.

Freud insegna che per vivere felici non bisogna inseguire la felicità

La ricerca della felicità è l’ambizione spontanea di tutti gli esseri umani. Gli uomini vogliono evitare il dolore, cercano il piacere, aspirano a una condizione di benessere che dia senso alla loro esistenza. Per Sigmund Freud è questo lo scopo che ciascun individuo riconosce, più o meno consapevolmente, come il fine primario della propria vita.

Ne Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur, 1929), Freud osserva però che proprio questa aspirazione originaria entra immediatamente in conflitto con la struttura stessa del mondo. L’uomo è organizzato per desiderare la felicità, ma non è organizzato per possederla.

Il principio di piacere, che governa fin dall’inizio il funzionamento dell’apparato psichico, promette una soddisfazione continua che la realtà non è in grado di offrire. Il mondo esterno, il corpo e le relazioni con gli altri diventano così, inevitabilmente, fonti costanti di frustrazione e di sofferenza.

Da qui nasce uno dei paradossi più profondi della condizione umana. L’uomo è programmato per cercare la felicità, ma vive in un universo che non è stato progettato per renderlo felice. La felicità, nel senso pieno del termine, può esistere solo come esperienza episodica, come improvvisa soddisfazione di un desiderio a lungo accumulato. Quando tenta di trasformarla in uno stato permanente, essa perde intensità e si trasforma in semplice benessere, in abitudine, in assuefazione.

È in questo quadro che Sigmund Freud arriva a una conclusione disarmante: inseguire la felicità come uno scopo assoluto significa fraintendere la natura stessa della vita. La felicità non è una condizione da conquistare, ma un evento che accade. Non è una meta, ma un momento. E proprio perché è fragile, intermittente e imprevedibile, resta l’esperienza più preziosa che l’uomo possa conoscere.

La ricerca della felicità il principio di ogni essere umano

Nel secondo capitolo del Disagio della civiltà Sigmund Freud affronta in modo diretto la questione dello scopo della vita. Non parte da una teoria astratta, ma da un’osservazione elementare sull’esperienza umana. Gli uomini vogliono essere felici. Vogliono sottrarsi al dolore e cercano situazioni che offrano piacere e appagamento.

Gli uomini aspirano alla felicità, vogliono essere e restare felici.

Questa aspirazione non nasce da un’educazione culturale né da una costruzione morale. È iscritta nella struttura stessa della psiche. L’apparato psichico, fin dall’inizio della vita, è regolato da quello che Freud chiama principio di piacere, una legge interna che orienta l’individuo verso tutto ciò che produce benessere e lo allontana da ciò che provoca sofferenza.

È semplicemente il programma del principio di piacere a stabilire lo scopo della vita.

La felicità, dunque, non è un’illusione ingenua, ma il risultato di una necessità profonda dell’essere umano.

Il conflitto tra il principio di piacere e la realtà

Se il desiderio di felicità è inscritto nella struttura psichica, il mondo in cui l’uomo vive non è però costruito per soddisfarlo. È qui che Freud individua il nucleo tragico della condizione umana. Il principio di piacere entra immediatamente in conflitto con la realtà esterna, con i suoi limiti, le sue leggi, le sue costrizioni.

Questo programma si pone tuttavia in conflitto con il mondo intero, con il macrocosmo quanto con il microcosmo.

La realtà non è modellata sui bisogni dell’uomo. Il tempo, la malattia, la perdita, la morte, la precarietà delle relazioni, l’imprevedibilità degli eventi rendono impossibile una realizzazione piena e continua del programma del piacere.

È in questo passaggio che Sigmund Freud formula una delle sue affermazioni più radicali:

Verrebbe da dire che l’aspirazione dell’uomo a essere felice non è contemplata dal progetto della Creazione.

L’uomo è programmato per desiderare la felicità, ma vive in un universo che non è stato progettato per garantirgliela.

Da questo conflitto strutturale nasce la fragilità intrinseca di ogni esperienza felice. Freud chiarisce che la felicità, nel senso più autentico del termine, non può essere una condizione stabile. Essa nasce dall’improvviso soddisfacimento di bisogni a lungo accumulati ed è destinata, per sua natura, a essere transitoria.

Ciò che in senso stretto definiamo felicità trae origine dall’improvviso soddisfacimento di bisogni lungamente accumulati e per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico.

Quando una condizione di benessere si prolunga nel tempo, perde intensità. Diventa abitudine, equilibrio emotivo, assuefazione. La struttura stessa della sensibilità umana impedisce una gioia continua.

Siamo strutturati in modo da poter godere intensamente solo del contrasto, molto poco invece di uno stato di cose continuo.

La felicità non può durare senza smettere di possedere ciò che riesce donare agli umani. Per sentirsi felici gli umani hanno bisogno di qualcosa che sia desiderabile, nel momento il cui la si conquista, perde la forza di stimolare gioia e quindi si torna nell’infelicità.

Cosa genera la sofferenza negli umani

Alla fragilità della felicità si aggiunge la presenza costante della sofferenza, che per Freud non è un accidente della vita, ma una sua componente strutturale. Nel secondo capitolo del Disagio della civiltà egli osserva che l’essere umano è esposto al dolore da più direzioni e non può sottrarsi a questa condizione.

Freud sempre nel secondo capitolo de Il disagio della civiltà individua tre grandi ambiti da cui la sofferenza trae origine:

La sofferenza ci minaccia da tre lati: dal nostro corpo che, destinato a decadere e dissolversi, non può prescindere dal dolore e dall’angoscia; dal mondo esterno, che può infierire contro di noi con forze potenti, inesorabili e distruttive; e infine dai rapporti con altre persone.

È proprio quest’ultima fonte a risultare, nella maggior parte dei casi, la più dolorosa di tutte.

Avvertiamo forse come più dolorosa di ogni altra la sofferenza che ci viene dai rapporti con altre persone.

Nei legami affettivi l’uomo trova le sue gioie più intense, ma anche le sue ferite più profonde. È nelle relazioni che sperimenta le forme più alte di felicità, ma è sempre lì che incontra le delusioni più radicali, l’abbandono, la perdita, la fine dell’amore.

Freud osserva che l’essere umano tende istintivamente a collocare l’amore al centro della propria esistenza, aspettandosi da esso ogni forma di compimento:

La tendenza della vita che colloca l’amore al centro di tutto e che si aspetta ogni soddisfazione dall’amare e dall’essere amati è ben familiare a tutti noi.

Ma proprio per questo l’amore espone l’uomo alla sua più grande vulnerabilità.

Mai siamo più esposti alla sofferenza come quando amiamo, mai siamo più desolatamente infelici come quando abbiamo perso l’oggetto amato o il suo amore.

L’amore diventa così, allo stesso tempo, la massima promessa di felicità e la massima esposizione al dolore. È l’esperienza che più di ogni altra offre all’uomo l’illusione di una pienezza possibile, ma che più di ogni altra lo consegna alla fragilità.

Amare significa affidare a un altro essere umano il proprio equilibrio emotivo, la propria sicurezza, la propria pace interiore. Ed è proprio per questo che, nella logica freudiana, la sofferenza non è soltanto un effetto collaterale della vita, ma il prezzo inevitabile della sua intensità.

Accanto all’amore, Freud colloca la bellezza e l’arte tra i tentativi più raffinati con cui l’uomo cerca di difendersi dalla sofferenza. L’esperienza estetica offre una forma particolare di piacere, una sorta di lieve ebbrezza che sembra sottrarre temporaneamente l’individuo al peso dell’esistenza.

Chi è sensibile all’influsso dell’arte non lo stimerà mai abbastanza come fonte di piacere e consolazione nella vita.

Ma anche questa via resta fragile. L’arte non elimina il dolore, lo sospende soltanto. Offre un’evasione momentanea, non una protezione duratura contro la miseria reale dell’esistenza.

La blanda narcosi in cui ci colloca l’arte può tutt’al più produrre una momentanea evasione dagli affanni dell’esistenza.

La bellezza consola, ma non salva. Come l’amore, appartiene a quelle esperienze che promettono felicità, ma rivelano al tempo stesso la vulnerabilità strutturale della condizione umana.

Le strategie dell’uomo per difendersi dalla sofferenza

Se la sofferenza è una condizione strutturale dell’esistenza, l’uomo non può che cercare, lungo tutta la vita, delle vie per sottrarsi al suo peso. Nel secondo capitolo de Il disagio della civiltà Freud passa in rassegna i diversi tentativi con cui gli esseri umani cercano di proteggersi dal dolore e di conquistare almeno una forma ridotta di felicità.

Di fronte alla pressione costante delle possibilità di soffrire, l’uomo tende innanzitutto a ridimensionare le proprie pretese. Invece di inseguire una felicità piena, impara ad accontentarsi di una condizione minima: la semplice assenza di dolore.

Gli esseri umani sono soliti contenere la loro aspirazione alla felicità e dichiararsi felici per il solo fatto di essere scampati all’infelicità.

La vita diventa così un equilibrio precario tra il desiderio di piacere e la necessità di evitare la sofferenza.

Altri cercano di difendersi allontanandosi dagli altri. La solitudine deliberata, il ritiro dalla vita sociale, l’isolamento emotivo rappresentano per Freud una delle difese più immediate contro il dolore che può derivare dai rapporti umani.

La solitudine deliberata, l’allontanarsi dagli altri sono le difese più immediate contro la sofferenza che può derivare dai rapporti umani.

Ma questa via conduce soltanto a una felicità ridotta, che Freud definisce come la felicità della tranquillità: una pace priva di slanci, una quiete che si ottiene al prezzo della rinuncia.

Altri ancora cercano di modificare direttamente il proprio stato emotivo attraverso mezzi chimici. Freud osserva con lucidità che le sostanze stupefacenti occupano un posto preciso nell’economia affettiva degli individui e dei popoli, perché permettono una conquista immediata del piacere e una temporanea indipendenza dal mondo esterno.

Con l’ausilio di uno scacciapensieri ci si può sottrarre in ogni momento alla pressione della realtà per rifugiarsi in un proprio mondo con condizioni sensitive migliori.

Ma anche questa è una soluzione illusoria, che non elimina la sofferenza e spesso finisce per aggravare la condizione dell’individuo.

Un’altra strada è quella della rinuncia pulsionale. L’uomo tenta di dominare le proprie passioni, di controllare i propri desideri, di ridurre l’intensità delle sue aspettative per esporsi meno alle delusioni del mondo.

Agendo sui moti pulsionali possiamo sperare di liberarci di parte del dolore.

Ma questa via comporta una perdita evidente. La riduzione delle possibilità di godimento. Il prezzo della sicurezza emotiva è l’attenuazione della vita stessa.

Infine, Freud prende in esame la via religiosa. Le religioni, osserva, propongono un percorso uniforme verso la felicità e la protezione dalla sofferenza, al prezzo però di una deformazione della realtà.

Alla stregua di un delirio collettivo dobbiamo caratterizzare anche le religioni dell’umanità.

La religione promette consolazione, ma chiede in cambio la rinuncia all’intelligenza critica e l’accettazione di un’immagine del mondo che non regge alla prova della ragione.

Non esiste la ricetta perfetta della felicità

Dopo aver attraversato tutte queste strade, Freud giunge a una conclusione che ha il tono della disillusione, ma anche quello della lucidità.

Non esiste una via universale verso la felicità. Non esiste una tecnica di vita valida per tutti. Ogni individuo deve trovare il proprio equilibrio tra il desiderio di piacere e la necessità di difendersi dal dolore.

Non esiste, in questo ambito, un consiglio universalmente valido; ogni individuo deve capire da sé in che modo pensa di poter essere felice.

La felicità non è una promessa della vita. Non è una condizione stabile che possa essere garantita. È un problema dell’economia affettiva individuale, una possibilità fragile che dipende dalla struttura psichica di ciascuno e dal suo rapporto con il mondo.

Freud non nega la felicità. Ne nega l’illusione. Mostra che l’uomo non può smettere di desiderarla, ma non può nemmeno trasformarla in uno stato permanente. La saggezza consiste allora nel rinunciare all’idea di una felicità assoluta e imparare a riconoscere e accogliere i momenti felici quando accadono.

In questo senso, il paradosso freudiano si chiarisce fino in fondo: per vivere in modo più sereno non bisogna inseguire la felicità come una meta definitiva, ma accettarne la natura fragile, intermittente e imprevedibile.

La felicità non va mai inseguita, bisogna accontentarsi di un sorso alla volta

Ne Il disagio della civiltà Sigmund Freud non costruisce una filosofia della rassegnazione. Costruisce, piuttosto, una teoria della lucidità. Mostra che l’uomo è strutturalmente orientato verso la felicità, ma vive in un mondo che non è strutturato per garantirgliela. Il desiderio di piacere è inscritto nella natura psichica dell’individuo, mentre la realtà è governata da leggi indifferenti ai suoi bisogni emotivi. Da questo scarto nasce la tensione permanente che attraversa ogni esistenza.

La felicità, nella prospettiva freudiana, non è una condizione stabile da raggiungere, ma un’esperienza intermittente che irrompe nella vita e poi si ritrae. Non è una meta, ma un evento. Non è un approdo, ma un passaggio. Quando si tenta di trasformarla in uno stato permanente, perde intensità e si trasforma in abitudine, in equilibrio, in semplice benessere privo di slancio.

Allo stesso modo, la sofferenza non è un incidente evitabile, ma una componente inevitabile dell’esistenza. Il corpo, il mondo e le relazioni con gli altri espongono l’uomo a una vulnerabilità costante. E proprio nei luoghi in cui egli cerca la felicità più alta, l’amore, i legami, il desiderio, incontra anche le ferite più profonde.

Sigmund Freud non propone una tecnica universale per essere felici. Rifiuta l’idea che esista una strada valida per tutti. Ogni individuo deve costruire il proprio equilibrio tra il desiderio di piacere e la necessità di difendersi dal dolore, tra l’apertura alla vita e la consapevolezza dei suoi limiti.

In questo senso, la sua lezione resta di un’attualità disarmante. La vita non è un progetto pensato per renderci felici, ma uno spazio in cui, a volte, la felicità accade. E forse la maturità consiste proprio in questo: smettere di inseguirla come una promessa assoluta e imparare a riconoscerla quando arriva, accettandone la fragilità come parte stessa della sua bellezza.

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