Marco Tullio Cicerone arriva a riflettere sui rapporti umani quando capisce che le relazioni non si rompono per mancanza di sentimento, ma quando viene meno la credibilità delle persone. Amicizia e amore resistono finché le parole mantengono il loro peso, finché ciò che si promette trova riscontro nei gesti, finché la relazione può contare su una coerenza che non ha bisogno di essere ribadita ogni volta.
Nel Libro primo del De officiis, Cicerone non parla di fiducia come di un’emozione, ma come di una responsabilità. Dove manca, i legami diventano instabili, governati dal sospetto o dall’interesse; continuano forse a esistere, ma perdono la loro giustezza. La relazione non si spezza subito, ma smette di essere abitabile.
Per questo la sua riflessione sposta il centro dal sentimento all’etica personale. Non chiede intensità, ma affidabilità. Non chiede promesse, ma costanza. È una lezione che attraversa i secoli perché riguarda ciò che davvero tiene insieme le persone.
Ed è così che Cicerone può chiudere il suo ragionamento con una formula tanto semplice quanto radicale:
Fundamentum autem est iustitiae fides.
Il fondamento della giustizia è la fiducia.
Cicerone svela l’etica dei legami umani
La massima di Cicerone si trova nel frammento 7 del Libro primo del De officiis, nel quale il filosofo romano costruisce un ragionamento che procede con grande coerenza interna. Parte dall’idea che la vita umana non sia mai individuale, ma si svolga dentro una societas, una forma di convivenza che rende possibile l’esistenza stessa. Gli uomini vivono in una sorta di comunità di vita, e questa comunità non si regge spontaneamente, ha bisogno di regole, di limiti, di un’etica condivisa. È qui che Cicerone introduce la giustizia come virtù centrale, non perché imponga il bene, ma perché impedisce il danno. Il primo dovere della giustizia non è fare, ma non nuocere.
Da questo principio deriva il rispetto di ciò che appartiene all’altro. Nulla è privato per natura. Ciò che chiamiamo “nostro” lo è per accordi, leggi, consuetudini. Proprio per questo, appropriarsi di ciò che non ci spetta significa violare il patto che tiene insieme la società umana. La relazione si spezza quando uno dei due rompe questo equilibrio, pretendendo più di quanto gli spetti o utilizzando l’altro come mezzo.
Cicerone amplia poi il discorso ricordando che l’uomo non nasce solo per se stesso. Ogni individuo è parte di una rete di rapporti in cui il bene dell’altro non è un’aggiunta, ma una condizione. Gli uomini esistono gli uni per gli altri, per potersi essere utili reciprocamente. La convivenza, quindi, non è fondata sulla competizione, ma sulla cooperazione, sullo scambio di gesti, opere, attenzioni che legano le persone tra loro.
A questo punto il ragionamento arriva al suo nucleo più profondo. Vale la pena ricordare che, per Cicerone, la fides non è un sentimento interiore ma un vincolo che nasce dalla parola. La fiducia esiste solo quando fiat quod dictum est: quando ciò che viene detto viene anche fatto. Dire “ti sono amico” o “ti amo” non descrive uno stato d’animo, ma crea un’obbligazione.
Se il gesto non segue la parola, non si cambia semplicemente idea: si rompe un patto e si viola la giustizia del legame.Giustizia e benevolenza, da sole, non bastano se manca ciò che le rende stabili nel tempo: la fiducia.
Cicerone la definisce come costanza e verità nelle parole e negli accordi. La fiducia non riguarda ciò che si prova, ma ciò che si mantiene. Non è un’emozione, ma una forma di responsabilità. È per questo che può affermare che la fiducia è il fondamento della giustizia. Senza di essa, ogni rapporto resta esposto al sospetto e alla precarietà.
Il frammento si chiude con una precisazione decisiva. Questa distinzione è tra le più moderne del pensiero di Cicerone. Non è ingiusto solo chi ferisce apertamente, ma anche chi si sottrae quando potrebbe intervenire. Nei rapporti di oggi questo si traduce spesso nel disimpegno silenzioso, nell’assenza improvvisa, nel ritiro emotivo.
Ciò che viene chiamato “prendersi i propri spazi” può diventare, in realtà, una forma di ingiustizia per omissione: un abbandono che dissolve la societas del legame. L’ingiustizia non nasce solo dall’azione violenta o intenzionale, ma anche dall’omissione.
Chi non difende l’altro quando potrebbe, chi si sottrae al dovere di opporsi al torto, rompe lo stesso patto umano di chi ferisce apertamente. Nei rapporti tra le persone, il silenzio e l’indifferenza possono essere altrettanto distruttivi del danno diretto.
Così, senza mai parlare esplicitamente di amicizia o di amore, Cicerone finisce per descrivere la loro condizione essenziale. I legami non si mantengono grazie all’intensità dei sentimenti, ma grazie alla credibilità reciproca, alla capacità di restare fedeli alla parola data. È questa continuità silenziosa che rende giusta una relazione e la rende capace di durare.
Perché le relazioni si rompono e come si possono salvare
Nel De officiis Marco Tullio Cicerone individua un problema che attraversa ogni relazione umana, ieri come oggi: la facilità con cui si oltrepassa il limite dell’altro. I rapporti si incrinano quando il danno diventa accettabile, quando ferire non sembra più grave, quando l’interesse personale prende il posto del rispetto.
È per questo che la giustizia, nel suo pensiero, non nasce dall’ideale del bene, ma da una soglia minima e imprescindibile:
Iustitiae primum munus est, ut ne cui quis noceat.
Il primo compito della giustizia è non nuocere a nessuno.
Prima di costruire un legame, occorre non distruggerlo. A incrinare ulteriormente i rapporti è la confusione tra ciò che è comune e ciò che è privato. Cicerone ricorda che nulla appartiene all’uomo per natura. Ciò che chiamiamo “nostro” lo è per accordi, leggi, consuetudini.
Quando qualcuno si appropria di ciò che non gli spetta, beni, parole, fiducia, persone, viola il diritto stesso della convivenza. È in questo scarto che la relazione smette di essere reciproca e diventa asimmetrica, sbilanciata, ingiusta.
A questo punto emerge un’altra frattura, ancora più profonda: l’illusione di bastare a se stessi. Cicerone la smaschera ricordando che:
non nobis solum nati sumus.
Non siamo nati solo per noi.
Ogni relazione entra in crisi quando uno dei due agisce come se l’altro fosse un’aggiunta opzionale, e non una parte costitutiva della propria vita. È qui che nascono l’indifferenza, il disimpegno, il silenzio.
Ed è proprio il silenzio a rappresentare una delle forme più gravi di ingiustizia. Non è colpevole solo chi ferisce, ma anche chi non difende quando potrebbe. Chi assiste al torto e non si oppone, chi si ritrae per comodità o paura, rompe lo stesso patto umano di chi agisce con violenza. Nei rapporti, l’omissione pesa quanto l’azione.
È attraversando questo scenario, il danno, l’appropriazione, l’isolamento, l’indifferenza, che Cicerone arriva alla cura. Non una soluzione emotiva, ma etica. Giustizia e benevolenza, da sole, non bastano se manca ciò che le rende stabili nel tempo. Occorre qualcosa che dia continuità ai rapporti, che renda credibili le parole, che trasformi le promesse in legami duraturi.
Per questo il suo ragionamento può chiudersi in una formula essenziale, che non concede attenuanti: “Il fondamento della giustizia è la fiducia.”
La cura dei rapporti, per Cicerone, non passa dall’intensità dei sentimenti, ma dalla coerenza delle persone. Non dal dire di più, ma dal mantenere. È questa affidabilità silenziosa che restituisce giustizia ai legami e li rende capaci di durare.
Perché la fiducia resta il fondamento dei rapporti umani
Oggi, più che ai tempi di Cicerone, i rapporti umani sembrano vivere di intensità improvvise e di promesse rapide, ma faticano a reggere la prova del tempo. Si chiede molto ai legami, presenza, autenticità, dedizione, ma si investe poco nella loro base più fragile e decisiva: la credibilità personale. È qui che la lezione del De officiis torna a interrogarci con forza.
Dire che il fondamento della giustizia è la fiducia significa riconoscere che ogni relazione, prima ancora di essere affettiva, è etica. Amicizia e amore, e in generale tutti i rapporti umani, non si salvano con parole più belle o con emozioni più intense, ma con la continuità dei comportamenti, con la coerenza silenziosa di chi resta affidabile anche quando non è conveniente.
Per Cicerone, la fiducia è ciò che rende una relazione un luogo sicuro. Se le parole non reggono il peso delle promesse, il legame diventa uno spazio instabile, in cui si cammina con cautela. Non si può vivere a lungo in una relazione in cui occorre controllare ogni passo.
Marco Tullio Cicerone ci ricorda che tenere insieme le persone non è un fatto spontaneo, ma una responsabilità quotidiana. Non dipende da ciò che proviamo, ma da ciò che siamo disposti a mantenere. In un tempo segnato dalla precarietà dei legami, la sua lezione resta sorprendentemente attuale: i rapporti umani durano solo quando qualcuno sceglie, ogni giorno, di essere degno di fiducia.
È questa scelta, discreta, esigente, non spettacolare, che continua a fare la differenza.