Catullo svela come guarire da quel male terribile che è la gelosia

10 Gennaio 2026

La gelosia non è amore, ma un supplizio che distrugge l'anima e il corpo. Catullo insegna come guarire dal male oscuro e ritrovare libertà e dignità.

Catullo svela come guarire da quel male terribile che è la gelosia

La gelosia è un tema che non finisce mai di esistere, diventando in molte occasioni il male peggiore che gli umani provano nel loro esistere. Non è solo un’emozione, ma una forza d’urto che scardina la logica e riduce l’individuo a un cumulo di macerie.

Duemila anni fa, all’interno del suo Liber (I secolo a.C), la celebre raccolta di carmi che è al contempo un diario intimo del suo autore, il poeta veronese Gaio Valerio Catullo ha tracciato una vera e propria diagnosi di questo terribile male oscuro. Egli descrive la gelosia non come un semplice sentimento, ma come una patologia dell’anima e del corpo che consuma, letteralmente, chi la prova.

Il dramma di Catullo, cristallizzato nelle sue poesie, è il dramma degli umani di tutte le epoche, un male che meriterebbe di essere estirpato. Purtoppo, l’amore quando devia nel possesso, smette di essere cura e diventa veleno.

Il problema che emerge dai carmi scritti da Catullo, è che molte volte la gelosia non distrugge solo chi la vive, ma diventa la condanna per chi in modo incolpevole l’ha scatenata, trasformando il legame in una caccia spietata.

Colpisce che, malgrado il tempo che passa e l’evoluzione delle nostre società, non si riesca a prendere coscienza che l’amore e le relazioni, che dovrebbero essere improntate sul rispetto reciproco, finiscano invece per diventare qualcosa di patologico.

Lesbia, il volto dietro il male oscuro di Catullo

Per capire la potenza di queste emozioni bisogna dare un nome alla donna che le ha scatenate. Dietro lo pseudonimo di Lesbia si nascondeva quasi certamente Clodia. Non era una ragazza qualunque ma una delle figure più libere e discusse della Roma del tempo. Aristocratica e colta, sorella di un potente demagogo e moglie di un console, Clodia viveva al centro di un mondo dove il sesso e la politica si mescolavano continuamente.

Per lei l’amore era probabilmente un gioco di società, un passatempo intellettuale o fisico da vivere senza troppi pesi. Catullo arrivava dalla provincia e finì travolto da questa donna magnetica e totalmente inafferrabile.

Qui sta il punto di rottura perché mentre per Clodia la relazione era solo una delle tante avventure della sua vita mondana, Catullo la viveva come un foedus, un patto sacro e un impegno di fedeltà assoluta che ai suoi occhi era inviolabile.

Il male della gelosia nasce esattamente in questo scarto. Catullo pretendeva l’esclusività da una donna che non apparteneva a nessuno se non a se stessa. La sua ossessione non era solo il sospetto del tradimento fisico ma la consapevolezza bruciante di non poter mai controllare l’anima di una persona così consapevole della propria libertà. Ogni sorriso che lei rivolgeva a un altro uomo non era solo un torto ma il segno che lei era altrove e irraggiungibile.

Lesbia divenne il suo tormento proprio perché rappresentava tutto ciò che lui non poteva dominare. È questo squilibrio profondo tra chi mette in gioco tutto se stesso e chi vive il rapporto come un piacere pasgero che trasforma la passione in quel desiderio di distruzione che Catullo racconta nei suoi versi.

Odi et amo quando l’amore diventa tormento interiore

Catullo nel suo Liber presenta diversi canti poetici che esprimono la sofferenza che può provocare un amore che oggi definiremmo tossico. Si parte con la sofferenza interiore che provoca la gelosia, espressa in modo illuminante nel celebre Carme 85. In soli due versi, Catullo cattura il paradosso della gelosia: quella coesistenza di spinte opposte che lacerano l’individuo dall’interno.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Forse chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

È qui che inizia il tormento vero. Catullo non cerca scuse o giustificazioni razionali. L’utilizzo da parte del poeta di “Nescio” è l’ammissione nuda di chi si sente impotente davanti al caos. In questo vuoto della ragione, il geloso non è uno che non capisce, ma uno che, pur vedendo bene quanto sia tossico il legame, non riesce a smettere di subirlo.

La mente vorrebbe scappare, ma l’ossessione lo tiene inchiodato al fondo. Quel “non so” non è ignoranza: è lo sconcerto di chi scopre la propria parte irrazionale e brutale. La gelosia agisce come una forza esterna, qualcosa che “succede” addosso (fieri sentio), trasformando l’innamorato in uno straniero a se stesso, uno spettatore che guarda il proprio naufragio senza poter muovere un dito.

Con il verbo “excrucior” Catullo va oltre il semplice dolore e svela il meccanismo perverso della gelosia, che si presenta come un supplizio dove si è contemporaneamente vittime e carnefici. La parola richiama la croce, l’immagine di un corpo sospeso e lacerato.

Ma nel supplizio di Catullo è il geloso stesso a piantarsi i chiodi nelle mani. Ogni sospetto inseguito, ogni controllo maniacale, ogni scenario immaginato per farsi del male è un colpo di martello autoinflitto.

È questo il cuore del “male oscuro”, ovvero restare aggrappati ad un amore che ha perso la stima, quella base di rispetto reciproco senza cui non c’è salvezza. Catullo ama ancora con la passione del corpo, ma odia con la lucidità della mente.

Essere “messi in croce” significa vivere in questo stiramento eterno, tra la voglia di restare e il bisogno di fuggire, in un’altalena che non dà tregua e che finisce per consumare l’identità di chi ama.

Quando la gelosia paralizza il corpo e i sensi

Il male terribile che genera la gelosia non rimane confinato nei pensieri o nell’intimo, ma finisce per travolgere il corpo in modo spietato. Nel Carme 51, Catullo descrive gli effetti fisici di questo stato con una precisione che rasenta la brutalità.

Il poeta subisce un vero e proprio collasso nervoso nel momento esatto in cui vede Lesbia sorridere e scherzare con un altro uomo.

Il cuore del carme svela una sequenza clinica di ciò che accade quando l’ossessione prende il sopravvento:

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur lumina nocte.

la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi occhi scende la notte.

In questi versi la gelosia si rivela per quello che è, un vero e proprio corto circuito che colpisce tutti i sensi. Catullo scrive che “lingua sed torpet”, la lingua si fa pigra, si congela, perché il geloso non ha più parole, ma solo urla soffocate. Subito dopo, descrive quella “tenuis flamma”, un fuoco sottile che non riscalda ma brucia dall’interno, una scarica di adrenalina e rabbia che scorre sotto la pelle senza trovare una via d’uscita.

È una paralisi totale. Quando il poeta dice che le orecchie “sonitu suopte tintinant”, rintronano di un suono proprio, svela l’isolamento acustico di chi non sente più la realtà esterna, ma solo il battito martellante del proprio sangue.

Infine, la vista cede: “gemina teguntur lumina nocte”. Entrambi gli occhi vengono avvolti da una doppia notte. È il buio di chi, accecato dal sospetto, non riesce più a guardare l’amata senza proiettarvi sopra i propri incubi.

Catullo svela così che il geloso perde ogni contatto con il mondo. La gelosia smette di essere un’idea e diventa una prigione di carne dove la vittima resta immobile, incapace di parlare o vedere, spettatrice passiva del proprio naufragio sensoriale. In questo stato di impotenza, il corpo non è più un mezzo per vivere, ma lo strumento di una tortura autoinflitta.

La scelta della fermezza, per curare il male serve forza di volontà

Arrivati al punto di rottura, Catullo capisce che l’unica via d’uscita non è riconquistare Lesbia, ma riconquistare se stesso. Nel Carme 8 il tono cambia radicalmente. Il poeta smette di subire il sentimento e inizia a darsi degli ordini, parlando a se stesso come farebbe un amico severo che non accetta più di vederlo soffrire.

Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas.

Povero Catullo, basta con le illusioni:
se muore, credimi, ogni cosa è perduta.

La parola chiave qui è l’accettazione della realtà. Per guarire dalla gelosia bisogna smettere di essere un “miser”, un miserabile che insegue i fantasmi del passato. Catullo dice a se stesso che è inutile negare l’evidenza, se una cosa è finita, bisogna avere il coraggio di dichiararla cosa passata.

Ma il ricordo brucia ancora. Subito dopo, infatti, il poeta si perde per un attimo nel ricordo della felicità trascorsa, quando Lesbia era ancora sua:

Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat

Una fiammata di gioia i tuoi giorni
quando correvi dove lei, l’anima tua voleva,

È un passaggio fondamentale per capire il meccanismo della gelosia. Catullo ricorda i momenti in cui lei lo portava ovunque e lui la seguiva, amandola come nessun’altra sarà mai amata. In quei versi si sente tutta la nostalgia per una luce che ora si è spenta. Ma è proprio qui che interviene la forza di volontà. Catullo interrompe il ricordo e torna alla realtà del presente:

Nunc iam illa non vult: tu quoque, impotens, noli,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,

Ora non vuole più: e tu, coraggio, non volere,
non inseguirla, come un miserabile, se fugge,

È il cuore della guarigione. Catullo riconosce di essere ancora “impotens”, ovvero debole, incapace di smettere di amare per comando. Eppure, proprio in questa debolezza, trova la forza di dirsi: “Se lei non vuole, non volere neanche tu”. È l’invito a non trasformarsi in un cacciatore di ombre, a non umiliarsi inseguendo chi ha già scelto di andarsene.

Per suggellare questa decisione, il poeta lancia la sua sfida finale a Lesbia. Non è un addio tenero, ma un congedo carico di amarezza e orgoglio ritrovato:

Vale, puella: iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
At tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, ne te… Quae tibi manet vita?

Addio, anima mia. Catullo non cede più,
non verrà a cercarti, non ti vorrà per forza:
ma tu soffrirai di non essere desiderata.
Guardati, dunque: cosa può darti la vita?

Catullo immagina il vuoto che lascerà nella vita di lei,

quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
at tu, Catulle, destinatus obdura.

Chi ti vorrà? a chi sembrerai bella?
chi amerai? da chi sarai amata?
E chi bacerai? a chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, resisti, non cedere.

Sono le ultime fiammate di un uomo che sta ancora sanguinando, ma che usa la rabbia come scudo per non cedere alla tentazione di tornare indietro. La scelta però è definitiva, un po’ di sana dignità serve sempre.

L’amore non può essere possesso, serve rispetto e dignità

Il male oscuro che Catullo descrive con tanta precisione è la spia di una distorsione che ancora oggi si fatica a estirpare. la persona desiderata non è un territorio da presidiare, un oggetto che convalida la propria identità. Quando il legame si sposta sul piano del possesso, la gelosia smette di essere un timore per diventare una forma di controllo che soffoca la libertà individuale.

In questo senso, il dramma del poeta è lo specchio di una realtà universale dove l’amore, se privato del rispetto, si trasforma in una patologia distruttiva.

Colpisce come, nonostante i secoli e la presunta modernità delle relazioni, si resti spesso analfabeti emotivi davanti alla fine di un rapporto. La cronaca contemporanea restituisce continuamente immagini di chi non accetta il distacco, trasformando il legame in una caccia spietata. Catullo indica una via d’uscita che è prima di tutto un atto di civiltà verso se stessi.

Certo, non si può banalizzare riguardo ad un problema così profondo e complesso. Ma, basterebbe saper riconoscere che saper andare oltre a ciò che è finito è un atto di estremo coraggio. Significa accettare che l’individuo esiste separatamente dalla coppia e che nessuna relazione può sopravvivere se non si fonda sulla comprensione, sul rispetto reciproco e sulla dignità personale.

Guardare oltre, dopo il naufragio, vuol dire smettere di essere carcerieri di un fantasma. La vera guarigione consiste nel restituire all’altro la propria libertà e, contemporaneamente, nel riappropriarsi della propria. Solo quando si comprende che l’amore è un atto di scelta e mai di dominio, si può finalmente superare il veleno dell’ossessione.

Tenere duro, come suggerisce Gaio Valerio Catullo, non significa chiudersi alla vita, ma avere la schiena dritta per camminare verso nuovi orizzonti, lasciandosi alle spalle le macerie di un possesso che non ha mai avuto nulla a che fare con l’amore.

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