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Byung-Chul Han svela perché siamo angosciati e come ritrovare la via del futuro

Byung-Chul Han svela perché siamo angosciati e come ritrovare la via del futuro

Ti senti angosciato? Byung-Chul Han svela perché siamo “ammalati di sopravvivenza”e indica come ritrovare il coraggio del futuro.

Byung-Chul Han svela perché siamo angosciati e come ritrovare la via del futuro

Siamo entrati nella società del presente, quella senza futuro possibile, privo di prospettiva. Il filosofo e sociologo Byung-Chul Han, nel suo libro Contro la società dell’angoscia (edito in Italia da Einaudi, 2023), offre una rappresentazione veritiera del malessere che sembra aver colpito la nostra era: un’epoca dove l’angoscia regna sovrana e la speranza sembra essere diventata il vero nemico da combattere. La conseguenza più evidente è che una società senza domani finisce inevitabilmente per stare male. L’ansia e l’inquietudine non sono più eccezioni, ma i brutti compagni di viaggio con cui fare i conti ogni giorno.

Seguendo il pensiero di Han, non sono solo il lavoro o le bollette a generare questa maledetta angoscia, ma qualcosa di più profondo che riguarda il modo in cui affrontiamo la vita. Siamo apparentemente liberi di fare tutto e raggiungere qualunque risultato, eppure abbiamo rinunciato al contatto reale, accettando rapporti mediati dalle tecnologie digitali e dai social network. Tutto questo genera un’atrofia dell’esistenza:

Al cospetto del volume sempre crescente di problemi da risolvere e di crisi da gestire, la vita si atrofizza. Vivere si trasforma in sopravvivere. L’affannata società della sopravvivenza è simile a un ammalato che con tutti i mezzi cerca di schivare una morte che si fa sempre più vicina.

L’angoscia è come una prigione che ci fa soffocare

Per comprendere la diagnosi di Byung-Chul Han, dobbiamo tornare all’origine stessa della parola. “Angoscia” non è un termine astratto, ma deriva dal latino angustia, che significa “strettezza”, e dal verbo angere, ovvero “stringere, soffocare”. Quando ci sentiamo angosciati, il nostro corpo non fa altro che tradurre letteralmente l’etimologia: sentiamo un’oppressione alla gola, un peso sul petto. Il mondo intorno a noi si chiude.

Mentre l’esistenzialismo del dopoguerra vedeva l’angoscia come lo smarrimento dell’uomo “gettato” in una realtà estranea, Han sostiene che oggi la nostra “strettezza” ha una natura diversa. Non siamo più smarriti nel vuoto, ma soffocati dal pieno. Siamo schiacciati da un eccesso di stimoli, di informazioni e di prestazioni.

Il termine “angoscia” significa originariamente: “strettezza”. Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo.

Questa strettoia è la nostra quotidianità digitale e lavorativa. L’angoscia moderna è il risultato di una società che ha eliminato ogni distanza: tutto è vicino, tutto è urgente, tutto deve essere trasparente. In questa mancanza di “respiro” e di mistero, l’uomo finisce per sentirsi imprigionato:

Dove domina l’angoscia, nessuna libertà è possibile. Angoscia e libertà si escludono a vicenda. L’angoscia può trasformare l’intera società in una prigione, metterla letteralmente in quarantena. Da essa provengono solo segnali di avvertimento e di pericolo.

L’angoscia come arma di controllo

Ma c’è un risvolto ancora più inquietante che emerge dal libro Contro la società dell’angoscia di Han. Questa sensazione di soffocamento non è solo un malessere individuale, ma un potente strumento di dominio. Un uomo che non riesce a respirare, che vive in una perenne “strettoia” mentale, è un uomo che smette di sognare e inizia solo a ubbidire.

L’angoscia è uno strumento di dominio molto diffuso. Rende ubbidienti e ricattabili. In un clima dominato dall’angoscia le persone non si fidano piú di esprimere liberamente la loro opinione, e questo avviene proprio per il timore di essere repressi.

L’angoscia ci rende ricattabili perché ci spinge a cercare protezione a ogni costo, spesso a scapito della nostra stessa libertà e della capacità di pensare. È qui che il malessere personale diventa pericolo politico. Dove domina la “strettezza”, la democrazia, che per sua natura ha bisogno di ampiezza, dialogo e aria, rischia di crollare.

Come reagire all’angoscia per Byung-Chul Han

Reagire non è solo possibile ma necessario. La cura non può che risiedere in un movimento di apertura. Byung-Chul Han suggerisce che per guarire dobbiamo smettere di essere “risolutori di problemi” e imparare di nuovo a essere degli ascoltatori. La cura è contenuta in una parola antica che il filosofo recupera dal gergo dei cacciatori: il “Verhoffen”.

Nel gergo dei cacciatori “verhoffen” significa: “fermarsi, in silenzio, per tendere l’orecchio, per ascoltare attentamente, per fiutare l’aria”. Si dice, ad esempio: “il capriolo si protende [verhofft]”. Chi spera scruta anche l’ambiente circostante, il che significa che cerca di conquistare una direzione.

La speranza contro la disperazione: la cura del silenzio

Per Byung-Chul Han, la speranza non è un ottimismo ingenuo o superficiale. Al contrario, essa è la vera “controfigura” dell’angoscia perché nasce proprio lì dove la disperazione sembra aver chiuso ogni via d’uscita. Se l’angoscia ci rende muti e ci chiude in un eterno presente fatto di notifiche e scadenze, la speranza è l’unica forza capace di riaprire la narrazione della nostra vita.

Mentre la disperazione ci nega ogni parola, la speranza ci restituisce la voce:

La speranza è loquace. La speranza narra. L’angoscia di contro non può accedere al discorso, non sa farsi racconto.

Mentre chi dispera vede solo muri, chi spera compie un atto di resistenza fisica e mentale: si sporge oltre la “strettoia”. Questa tensione verso il futuro non è un’attesa passiva, ma una conquista che passa per il silenzio attivo. Han contrappone il movimento vitale della speranza alla paralisi dell’angoscia:

Solo nella speranza noi siamo in cammino. È lei a darci senso e orientamento. L’angoscia, di contro, rende impraticabile ogni percorso.

Fermarsi come il capriolo che “fiuta l’aria” (verhoffen) serve a non lasciarsi trascinare nel vortice della disperazione, che Han identifica con la perdita definitiva del senso. La cura, dunque, consiste nel trasformare il nostro sguardo. Bisogna smettere di fissare il “pieno” soffocante dei problemi quotidiani per tornare a scrutare il “vuoto” fertile del possibile. Solo in questo silenzio la vita smette di essere un’atrofia e torna a respirare.

Rimettere le ali alla vita

La soluzione definitiva al malessere contemporaneo risiede in questa metamorfosi: passare dalla sopravvivenza al vivere. Quando smettiamo di essere semplici amministratori di crisi, il futuro smette di farci paura e torna a essere un orizzonte di senso.

Come conclude magistralmente Byung-Chul Han:

Solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in più del sopravvivere. La speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita. Essa ci dona futuro.

Oltre la sopravvivenza, verso una vita che narra

Se l’angoscia è una “strettoia” che ci toglie il respiro, la soluzione non può essere tecnica, ma esistenziale. Non ne usciremo risolvendo più problemi, perché è proprio questa frenesia a renderci simili a un “ammalato che cerca di schivare la morte”.

Il vero pericolo è l’accettazione passiva di un presente eterno, dove l’unica attività concessa è la sopravvivenza. Ma una vita che si limita a non morire è una vita che ha già rinunciato a se stessa. Per Han, la vera rivoluzione è tornare a essere “loquaci”. Uscire dall’angoscia significa riappropriarsi del coraggio di immaginare un domani. Significa capire che la libertà non è poter fare tutto online, ma avere lo spazio mentale per non fare nulla, per sostare e, finalmente, per tornare a guardare lontano.

Solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in più del sopravvivere. La speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita. Essa ci dona futuro.

La speranza non è un’illusione, ma l’unico orizzonte di senso capace di rianimare un’esistenza atrofizzata. Solo quando smetteremo di agire come amministratori della nostra ansia e torneremo a essere i narratori del nostro futuro, la vita potrà finalmente rimettersi in cammino, ritrovando quell’ampiezza e quel respiro che l’angoscia ci aveva sottratto.