Albert Camus aveva individuato con anticipo impressionante una delle dinamiche più pericolose delle società moderne. La violenza non si impone solo attraverso l’odio, ma si diffonde soprattutto quando nasce dall’ignoranza. Non dall’ignoranza intesa come mancanza di istruzione, ma come assenza di consapevolezza, incapacità di pensare le conseguenze delle proprie azioni, rinuncia a interrogarsi sul bene e sul male.
Nella nostra epoca la violenza non appare sempre come un’esplosione improvvisa. Più spesso si presenta in forma continua, quotidiana, ripetuta. È nel linguaggio che si inasprisce, nei gesti che si irrigidiscono, nella cronaca che si accumula fino a perdere forza. A forza di essere vista, raccontata, commentata, la violenza smette di scandalizzare e rischia di diventare uno sfondo abituale dell’esperienza collettiva, talvolta persino una forma di intrattenimento.
Nel romanzo La peste (1947), Camus analizza questo processo con estrema lucidità. Il male, mostra lo scrittore, non avanza solo grazie alla cattiveria dichiarata, ma grazie a una zona grigia fatta di automatismi, superficialità morale e buona volontà non pensata. È in questo spazio che la violenza trova terreno fertile, perché non viene più riconosciuta come tale.
Camus lo dice senza attenuazioni, individuando il cuore del problema:
Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare tanti danni quanto la cattiveria, se non è illuminata.
Qui la riflessione si fa decisiva. La violenza non cresce soltanto dove manca l’etica, ma anche dove manca il pensiero. E quando il pensiero si spegne, il male non ha più bisogno di imporsi, diventa normale.
Il contesto di La peste di Albert Camus
Il romanzo La peste, pubblicato nel 1947, nasce da un’esperienza storica precisa. Albert Camus aveva attraversato gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, partecipando alla Resistenza francese. La peste che colpisce la città di Orano non è solo una malattia: è una metafora del male che si diffonde, del totalitarismo, della violenza che entra nella vita quotidiana e la trasforma senza annunciarsi come eccezione.
Camus ambienta il racconto in una città normale, fatta di abitudini, lavoro, affetti. È una scelta decisiva. Il male, suggerisce lo scrittore, non irrompe in un mondo già preparato, ma in una società che continua a vivere, a organizzarsi, a rimandare. Proprio per questo la peste non viene riconosciuta subito per ciò che è. All’inizio viene negata, minimizzata, spiegata. Poi viene accettata.
È in questo passaggio che La peste diventa un romanzo profondamente attuale. Camus non si interroga su come nasca il male in senso astratto, ma su come le persone imparino a conviverci. La vera minaccia non è solo la violenza esplicita, ma l’assuefazione, l’automatismo, la rinuncia a pensare. È qui che l’ignoranza, intesa come mancanza di coscienza critica, diventa il terreno su cui il male prolifera.
Quando la violenza smette di essere un’eccezione
Il problema non è solo che la violenza sia presente nella nostra società. Il vero danno è il modo in cui viene assorbita. Ripetuta, raccontata, commentata senza sosta, la violenza perde progressivamente la sua capacità di disturbare. Non perché sia meno grave, ma perché diventa familiare. Entra nella routine informativa, nel linguaggio pubblico, nella percezione quotidiana del mondo.
Questo meccanismo era già chiarissimo a Albert Camus, che in La peste descrive la prima reazione degli uomini di fronte al male:
Il flagello non è fatto a misura d’uomo; ci si dice quindi che il flagello è irreale, un brutto sogno che passerà.
Il male, all’inizio, viene negato. Viene minimizzato, spiegato, allontanato. Finché è compatibile con la vita quotidiana, viene tollerato. Ma Camus aggiunge subito una precisazione decisiva:
Ma non sempre passa, e di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini che passano.
È in questo passaggio che la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione. Non perché scompaia, ma perché ci si abitua a conviverci. La soglia dello scandalo si alza, la reazione si attenua, la coscienza si adatta.
A questo punto entra in gioco l’ignoranza nel senso più profondo indicato da Albert Camus. Non la mancanza di informazioni, ma la rinuncia a pensare, l’automatismo morale, l’accettazione passiva di ciò che viene ripetutamente mostrato per catturare attenzione. È così che la violenza non viene più riconosciuta come tale, ma interpretata, giustificata, talvolta perfino consumata come spettacolo.
Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa del male, ma la sua integrazione silenziosa nel flusso della normalità. Quando la violenza diventa sfondo, smette di interrogare. E quando smette di interrogare, trova terreno fertile per continuare a riprodursi.
La violenza diventa spettacolo
Quando la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione, compie un ulteriore passaggio: si trasforma in spettacolo. Non perché venga celebrata apertamente, ma perché viene consumata. Le immagini si moltiplicano, i racconti si accavallano, i dettagli vengono ripetuti fino a perdere peso. La violenza entra nel circuito dell’attenzione, dove ciò che conta non è più la gravità dei fatti, ma la loro capacità di trattenere lo sguardo.
In questo processo, il dolore non genera più una risposta morale proporzionata. Viene osservato, commentato, discusso, spesso giudicato. Ma raramente produce una presa di posizione duratura. L’esposizione continua non rafforza la coscienza: la indebolisce. La violenza non ferisce più perché è diventata familiare, prevedibile, parte del flusso.
Camus coglie con precisione questo effetto collaterale devastante dell’assuefazione, quando scrive:
Ci si stanca della compassione prima ancora di aver conosciuto la giustizia.
La frase non parla di mancanza di empatia, ma del suo consumo. La compassione si esaurisce perché viene sollecitata senza tregua, senza che trovi uno sbocco nella giustizia, nella responsabilità, nel cambiamento. Il dolore altrui diventa un’esperienza ripetuta, e proprio per questo perde la capacità di mobilitare.
È qui che la spettacolarizzazione produce il suo esito più grave. Non rende le persone più crudeli, ma più stanche. La violenza non provoca più una frattura interiore, ma una reazione automatica, spesso breve, destinata a spegnersi rapidamente. L’indignazione dura quanto l’attenzione. Poi viene sostituita da un nuovo evento, da un nuovo racconto, da un nuovo shock.
In questo scenario, la violenza non ha più bisogno di imporsi con forza. Trova già un pubblico preparato a guardare, a commentare, a passare oltre. E quando la compassione si consuma prima della giustizia, il male non incontra più resistenza: circola liberamente, legittimato dalla normalità.
Come reagire all’assuefazione del male
Di fronte a un male che si diffonde per assuefazione e si rafforza attraverso la spettacolarizzazione, Albert Camus non propone soluzioni eroiche. Non invoca grandi gesti, né redenzioni collettive. Indica una cura sobria, quasi spoglia, proprio perché è l’unica che può funzionare nel tempo.
Scrive lo scrittore francese:
L’unico mezzo di lottare contro la peste è l’onestà.
E subito precisa cosa intende:
Che cos’è l’onestà? Fare il proprio mestiere.
La cura non sta nell’eccezione, ma nella responsabilità quotidiana. Restare vigili significa non cedere all’automatismo, non smettere di pensare, non abituarsi al male anche quando è ovunque. Significa continuare a chiamarlo con il suo nome, rifiutare di trasformarlo in intrattenimento, sottrarsi alla tentazione di giustificarlo in nome dell’efficienza, della paura o dell’abitudine.
Per Camus, il male prospera quando il pensiero si spegne. La cura, allora, è tenere acceso il pensiero: nei gesti, nel linguaggio, nelle scelte minime. Non delegare la coscienza. Non confondere la buona volontà con il bene. Non accettare che ciò che si ripete diventi normale.
In una società che consuma violenza e si stanca della compassione, la vera resistenza è non assuefarsi. È una posizione fragile, esposta, spesso solitaria. Ma è l’unica che impedisce al male di diventare invisibile.
Camus non promette salvezza. Chiede attenzione, reazione, rimanere lucidi, vigili. E ricorda che, quando la violenza smette di scandalizzare, restare onesti è già un atto radicale.
Quando l’indignazione diventa scelta
La lezione di Albert Camus oggi chiama in causa un livello molto concreto della responsabilità. In una società in cui la violenza viene amplificata per conquistare attenzione, l’indignazione non può restare una reazione emotiva. Ha bisogno di tradursi in comportamenti riconoscibili, quotidiani, misurabili.
Reagire significa prima di tutto interrompere il circuito della visibilità. Spegnere, non condividere, non sostenere contenuti che usano il dolore come leva narrativa. Video, immagini, trasmissioni che insistono sulla violenza per trattenere il pubblico non informano: alimentano assuefazione. Ogni visualizzazione è una forma di legittimazione. Ogni click rafforza un modello.
Ma la responsabilità non è solo individuale. Le aziende, gli sponsor, i brand hanno oggi un potere culturale enorme. Scegliere dove investire, quali contenuti sostenere, da quali contesti prendere distanza significa orientare il linguaggio pubblico. Non finanziare la speculazione sul male, sulla paura, sull’aggressività è una presa di posizione etica che incide molto più di qualsiasi dichiarazione.
Qui l’indignazione diventa attiva, manifestando la scelta di non sostenere, di togliere attenzione, di premiare le narrazioni di vera condanna invece dello sfruttamento dello shock.
La violenza prospera quando trova pubblico, spazio, ritorno. Ridurre questo spazio non è censura, ma cura del contesto. È il modo più diretto per impedire che il male venga normalizzato attraverso l’abitudine e lo spettacolo.
Nel presente, la vigilanza di cui parlava Albert Camus passa anche da qui: scegliere cosa guardare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. È in queste scelte, apparentemente piccole, che l’indignazione smette di essere consumo emotivo e diventa responsabilità civile.