Sebastiano Tomada Piccolomini, ”Un buon fotoreporter porta sempre una macchina con sé”

''Ho imparato che puoi comprendere realmente una società ed una generazione quando sono sotto assedio''. E' questa la motivazione che ha spinto Sebastiano Tomado Piccolomini ad intraprendere il mestiere di fotoreporter in zone di guerra. Il fotografo in questa intervista ci rivela i segreti del mondo del fotogiornalismo...
Il fotografo, vincitore del secondo premio per la categoria General News foto singole al World Press Photo, racconta passioni e rischi connessi al mestiere di fotoreporter e rivela alcuni consigli ai giovani che desiderino intraprendere questa carriera
MILANO – “Ho imparato che puoi comprendere realmente una società ed una generazione quando sono sotto assedio”. E’ questa la motivazione che ha spinto Sebastiano Tomada Piccolomini ad intraprendere il mestiere di fotoreporter in zone di guerra. Il fotografo in questa intervista ci rivela i segreti del mondo del fotogiornalismo, fornendo anche alcuni consigli a tutti quei giovani che desiderino intraprendere questa carriera tanto affascinante quanto insidiosa. Piccolomini ci svela anche i retroscena del suo scatto “Wounded Baby, Aleppo”,  vincitore del secondo premio per la categoria General News foto singole al World Press Photo di quest’anno. 
 
Può dare alcuni consigli tecnici a quei fotografi che desiderano intraprendere la carriera di reporter?
L’unico consiglio che posso dare ad un giovane reporter è il seguente: dimentica la vita facile, devi avere sempre con te la tua macchina fotografica. Lavora su progetti personali: questi sono gli unici che ti insegnano come fotografare e ti permettono di comprendere come migliorarti. 
Se dovesse descrivere le caratteristiche di un buon reportage, quali dovrebbero essere?
Verità, onestà e rispetto per il soggetto. Senza queste caratteristiche un servizio non può essere definito reportage. 
 
Quali sono le difficoltà di questo lavoro?
Una delle maggiori difficoltà è quella di essere riconosciuti per il duro lavoro che si svolge, in uno scenario di grande competitività e di progressivo declino della stampa. In questo periodo si tratta anche di una questione di flessibilità e adattamento alle nuove richieste e tecnologie, senza dimenticare che il video sta lentamente e sempre più prendendo il sopravvento…

Quali sono i rischi connessi al lavoro di fotoreporter in zone di guerra? Perché ha deciso di fare reportage sui conflitti nonostante i pericoli connessi al mestiere?
I rischi non finiscono mai quando realizzi un reportage in zone di guerra. La definizione dei rischi è molto difficile perché in molto casi subordinata alle paure e ai timori soggettivi. Perché ho scelto le zone di guerra? Ho scelto questi luoghi perché volevo capire cosa muove gli uomini e le donne in guerra, quale spirito aleggia tra gli uomini lungo la linea del fronte. Ho imparato che puoi comprendere realmente una società ed una generazione quando sono sotto assedio. Sono queste le motivazioni che mi hanno spinto in paesi quali la Libia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria
Quale macchina fotografica e obiettivo preferisce utilizzare durante i suoi reportage?
Solitamente utilizzo Canon 1dMark IV e Canon 5d Mark 2 con lenti da 50 e 24 millimetri. Non utilizzo mai lo zoom. L’unico zoom che conosco sono le mie gambe. 
Quali sono le più importanti caratteristiche del suo stile fotografico?
Come dicevo, verità, onestà e rispetto per il soggetto.
Ci può parlare di “Wounded Baby, Aleppo”, lo scatto vincitore del secondo premio al World Press Photo nella categoria General News foto singole ? In quali circostanze è stata scattata? Fa parte di un più ampio progetto di reportage?
La fotografia è stata scattata il 3 ottobre 2012 e fa parte di un più ampio reportage che stavo realizzando per diversi magazine e per la mia agenzia Sipa USA. Non penso che il bambino ritratto in questa foto avesse capito che cosa era appena successo a lui e al padre, unici superstiti di un vastissimo attacco di artiglieria che si è scagliato contro la sua abitazione. Sua madre e altri due membri della famiglia persero la vita. In uno degli ultimi ospedali della città ancora in piedi, il bambino cominciò ad osservare le sue mani e a chiedersi “Che cos’è questo liquido rosso sulle mie mani? Che cosa mi sta succedendo?” Io lasciai la stanza ed irruppero i medici. Accovacciato in un angolo vi era il padre, che mi guardò con gli occhi pieni di lacrime. Non appena ci scambiammo quello sguardo, alzò la sua mano destra al cielo come per invocare l’aiuto divino. Le nostre orecchie erano dal suono degli urli del bambino che gridava e chiamava il padre. Non mi sono mai sentito così anestetizzato come quel giorno. Mi sentii semplicemente vuoto, e quella sensazione si protrasse per tutto il giorno. Non riesco ancora a reagire a quanto visto. Sto tentando ancora di elaborare il tutto. 
3 giugno 2013
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