La fotografia digitale, tra democratizzazione del linguaggio e manipolazione della realtà

Il digitale implica una democratizzazione e una maggiore apertura del linguaggio, ma se utilizzato senza consapevolezza rischia di mettere in discussione il valore documentaristico della fotografia e di scavalcare la progettualità dell’artista. Questa la doppia chiave di lettura...

Sempre più acceso il dibattito sul tema “fotografia e digitale”. Da Galimberti a Migliori, ecco cosa ne pensano alcuni illustri esponenti della fotografia italiana d’autore

 

MILANO – Il digitale implica una democratizzazione e una maggiore apertura del linguaggio, ma se utilizzato senza consapevolezza rischia di mettere in discussione il valore documentaristico della fotografia e di scavalcare la progettualità dell’artista. Questa la doppia chiave di lettura che emerge da diversi libri, convegni e dal parere di addetti ai lavori e artisti sul tema “fotografia e digitale”. Una questione sempre più d’attualità, dopo la recente vittoria da parte del fotografo Paul Hansen del World Press Photo 2012. Il fotografo è stato criticato per l’uso eccessivo delle tecniche di fotoritocco e postproduzione all’interno della foto, una su tutte la luce che sembra “piovere” sui volti dei presenti da due direzioni diverse.

IL PIONIERE – La fotografia digitale, divenuta fenomeno di massa solo da qualche anno, affonda le sue radici nei laboratori Kodak nel 1975, quando Steven Sasson aveva ideato un marchingegno metallico e ingombrante dall’aspetto rétro, capace di immagazzinare le informazioni alla risoluzione di 0,1 megapixel e di stoccare il risultato su un’audiocassetta. Oggi, grazie a quella sua invenzione di quasi quarant’anni fa, Steven Sasson è ritenuto il primo inventore della fotocamera digitale.

LA FOTOGRAFIA COME DOCUMENTO – Diverse pubblicazioni si sono occupate di analizzare i meccanismi che stanno rivoluzionando la classica concezione che si ha della fotografia come documento della realtà. Terzo titolo della serie “Lezioni di fotografia”, “La (foto)camera di Pandora” è l’ultimo libro di Joan Fontcuberta, fotografo, studioso e attento osservatore della contemporanea ‘società delle immagini’. Nel volume, Fontcuberta propone un’analisi accurata, divertita, profonda e innovativa della fotografia contemporanea, analizzandone  usi ed abusi, contrapponendo alle consuetudini ormai salde le tante novità. Altro importante libro sulla questione è “Dopo la fotografia” di Fred Ritchin, nel quale lo studioso americano  sottolinea come con il digitale il lavoro di editing dell’immagine abbia assunto una rilevanza maggiore. Il fil rouge che unisce i due libri è lo stesso: il digitale rischia di mettere in discussione il valore che veniva un tempo attribuito alla fotografia, quello di documento e prova decisiva della verità dei fatti.

LA SUPERIORITA’ DELL’ANALOGICOMaurizio Galimberti, il fotografo celebre per le sue opere realizzate con la polaroid, spiega la sua diffidenza nei confronti del digitale applicato alla fotografia. “Il digitale rappresenta  una grande rivoluzione tecnologica. Chi ama la fotografia analogica tradizionale, come me e gli artisti nati negli anni ’60, non ama il digitale, in quanto non raggiunge la stessa qualità della fotografia analogica, ancora superiore. Se si guarda delle stampe fatte su carta baritata con stampa tradizionale confrontata con stampa digitale, anche se su carta fine art digitale, si può notare un abisso a livello di qualità. Da purista della fotografia che fa final art come me, la fotografia analogica è superiore. Il digitale è comodo per la velocità, ma per qualità non lo cambierei con l’analogico”.

AVVERTIMENTO AI GIOVANI – Dall’alto della sua esperienza, Maurizio Galimberti lancia un monito ai giovani. “Con il digitale, i giovani pensano di poter fare qualsiasi cosa. E’ un linguaggio che facilita la fotografia senza cervello, mentre quando maneggi un negativo in camera oscura, hai più tempo di far andare con la mente ed essere più selettivo. La tecnologia scavalca e rende vittime, pochi riescono ad avere una forte progettualità che non si faccia schiacciare dalla potenza del mezzo.  Per usare digitale, occorre avere una progettualità fortissima, unita alla propria intenzionalità”.

FOTOGRAFIA DI MASSA – Il fotografo Massimo Siragusa all’interno della questione fotografia-digitale individua due livelli: il primo riguarda la massificazione dell’utilizzo della fotografia, il secondo l’utilizzo consapevole da parte dei fotografi. “La massificazione ha dei risvolti interessanti. La fotografia è un linguaggio universale, e grazie alle nuove tecnologie diventa accessibile a tutti. Una dei lati negativi riguarda la scomparsa di alcune figure professionali, come quella del reporter di news che andava sul posto a raccontare un avvenimento, il cui ruolo documentaristico oggi è sostituito dai telefonini che raccontano in diretta ciò che avviene. Oggi nessun fotografo, se non si trova contemporaneamente sul posto, non arriverà mai a raccontare per primo cosa avviene. I giornali han meno bisogno di rivolgersi ad un professionista per raccontare un avvenimento di cronaca, al quale si rivolgono solo se vogliono approfondire meglio un fatto di cronaca.

L’UTILIZZO CONSAPEVOLE DEL FOTOGRAFO – Massimo Siragusa, fotografo che all’attività di fotoreportage ha affiancato quella di fotografo pubblicitario firmando numerose campagne per aziende celebri, illustra quali possono essere le implicazioni del digitale per il lavoro di un fotografo. “C’è innanzi tutto un vantaggio in termini ambientali, con un minor utilizzo di prodotti chimici e di plastica e carta, e pratici, grazie alla facilità con cui si può  archiviare, gestire, spedire. Con il digitale la fisicità dell’immagine perde qualcosa, ma si guadagna in termine di lettura del particolare”. Il pericolo, però, è quello di un utilizzo privo di consapevolezza da parte dell’artista. “Purtroppo oggi molta fotografia di reportage viene postprodotta. In questo modo il digitale non rappresenta più un servizio a disposizione del fotografo, ma il contrario, annullandone lo stile. Col digitale oggi si possono fare cose che prima non erano possibili, il problema è la mancanza di consapevolezza o l’esagerare nell’utilizzo”.

IL FOTOGRAFO EMERGE SEMPRE – Favorevole all’utilizzo del digitale in campo fotografico è il maestro Nino Migliori, un decano della fotografia italiana d’autore, sempre aperto alle sperimentazioni. “Non mi stancherò mai di ripetere che fintanto che la luce interverrà nella formazione di una immagine, questa sarà sempre fotografia, indipendentemente che sia fissata su una pellicola o tradotta in codice binario”. Secondo Migliori, il fotografo che utilizza il digitale non rischia di vedersi “snaturato”, in quanto la sua personalità emerge dalla scelta delle porzioni di spazio e tempo. “L’autore e la sua arte sono sempre presenti anche quando opta per stampare in modo più o meno contrastato,  decide di mascherare o cancellare e così via. Che lo faccia in camera oscura in modo apparentemente più artigianale o davanti allo schermo di un computer col mouse non cambia nulla. Restare ancorati alla fotografia analogica è solo puro romanticismo, linguisticamente non c’è differenza con il digitale”.

 

1 marzo 2013

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