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Quando Muhammad Ali ci ricorda che non siamo isole

Spesso viviamo sentendoci responsabili solo di noi stessi, individui che non incidono sulla vita o le scelte altrui. Con questa poesia Muhammad Ali, che il 17 gennaio avrebbe compiuto 81 anni, ci ricorda che ciascuno di noi può fare qualcosa per la società, che non siamo isole.

Il 17 gennaio 1942 nasceva a Louisville colui che sarebbe diventato un mito dello sport, un personaggio di culto per il mondo intero, e non solo per la sua brillante carriera nel mondo del pugilato, ma anche per l’impegno nel sociale: Muhammad Ali, nato Cassius Clay. Il più grande pugile di tutti i tempi, il più grande sportivo di tutti i tempi.

In occasione dell’anniversario della sua nascita, ricordiamo Muhammad Ali raccontandovi di una sua grande passione, la poesia, e dei versi che lui stesso amava comporre. Il celebre pugile è infatti autore di quella che è nota come la poesia più breve del mondo, un componimento che in sole due parole condensa lo stile di vita di Ali e il suo grande impegno per i temi sociali, ed emoziona, perché ci ricorda che nessuno di noi è un’entità separata dal suo prossimo, ma anzi è parte di un sistema, di una comunità.

Muhammad Ali e la passione per la poesia

Non tutti conoscono questa sfaccettatura della vita di Muhammad Ali: grande uomo sportivo, il pugile era anche appassionato di poesia, e spesso componeva lui stesso dei versi. Era una sorta di freestyler, che si lasciava ispirare dagli avvenimenti circostanti e dalle persone che stavano intorno a lui e recitava i versi concepiti sul momento. Spesso, Muhammad Ali utilizzava queste “poesie” per sorprendere e confondere gli avversari sul ring. Ma non mancavano gli appuntamenti istituzionali, momenti in cui il campione di pugilato amava trasmettere i suoi valori attraverso i suoi originali componimenti.

Me, we, due parole per una poesia carica di significato

Siamo abituati, quando pensiamo alla poesia, ad aspettarci versi, rime, strofe, figure retoriche. In verità, la poesia è talvolta più semplice di quanto pensiamo e, attraverso tale semplicità, è in grado di esprimere tutto ciò che fiumi di parole non riuscirebbero a fare con la stessa carica emotiva. Questo è il caso del brevissimo componimento di Muhammad Ali, “Me, we”, di cui vi raccontiamo l’incredibile storia.

Anni ’70. Muhammad Ali, già campione mondiale di pugilato, è invitato a tenere un discorso agli studenti dell’Università di Harvard. Già questo dettaglio dovrebbe farci capire quanto importante sia stata questa figura, non solo nel mondo dello sport. In quest’occasione, Ali parla del diritto allo studio, lo difende strenuamente, e ispira gli studenti invitandoli a mettere a frutto le loro doti, a far valere il loro essere al mondo. All’improvviso, qualcuno dal pubblico chiede a gran voce una poesia: “Muhammad, recita una tua poesia!”.

Le richieste si fanno sempre più accorate ed insistenti. Così, Muhammad Ali si ferma un istante, con lo sguardo perso nel vuoto, e mentre intorno risuona il silenzio degli astanti in attesa, pronuncia con incredibile enfasi due parole che sono entrate nella storia come la poesia più breve del mondo:

“Me, we”.

Possono due parole essere poesia? Noi italiani possiamo ben affermare di sì. L’ungarettiano “M’illumino d’immenso” ce l’ha insegnato tempo fa.

Non siamo isole

Cosa significa “Me, we” di Muhammad Ali? Che valore hanno queste due parole, queste due sillabe che differiscono l’una dall’altra per una sola consonante? Spesso viviamo pensandoci come un universo singolo, individui che pensano, progettano e agiscono da soli, e le cui azioni non hanno conseguenze che su noi stessi. Il pugile più amato del mondo ci guida, attraverso la sua poesia, a concepire ciascuno di noi stessi come un piccolo ingranaggio di un sistema, una goccia in un oceano, un singolo immesso in un gruppo, la comunità.

Se fossimo più consapevoli del nostro ruolo nella società, probabilmente vivremmo in un mondo migliore, meno egoista, meno presuntuoso, meno arrogante. Ricordiamole le parole di Muhammad Ali. Ricordiamole ogni mattina quando ci svegliamo e coi nostri gesti, in apparenza insignificanti, cambiamo poco a poco il volto del mondo. Io sono io, ma non sono solo io. Io sono anche l’altro, e insieme all’altro, siamo noi.

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