Sulla terra di Forough Farrokhzad è un a poesia che reclama libertà e la possibilità di poter vivere tutte le imperfezioni delle creature terrene, purtroppo condannate dal potere religioso che governa l’Iran. È il canto di una donna che reclama la possibilità di una vita terrena vissuta pienamente, fatta di sensi, desideri e fragilità, in aperta opposizione a un sistema che vorrebbe l’esistenza femminile sottomessa, invisibile e proiettata solo verso una purezza ultraterrena imposta.
La poetessa non cerca rifugio nell’astrazione. Al contrario, rivendica con orgoglio la sua natura di “stelo di pianta”, una creatura che ha bisogno di sole, vento e acqua per esistere. In un Paese dove il corpo della donna è diventato il principale campo di battaglia politico, i suoi versi suonano oggi come un manifesto di disobbedienza civile.
Sebbene a molti di noi non dica nulla, il nome di Forough Farrokhzad è in Iran uno dei più celebri di sempre. Simbolo della lotta per l’emancipazione femminile e per la libertà del suo popolo, Forough Farrokhzad è stata la poetessa che, più di tutte, ha cantato la forza vitale delle donne, la loro bellezza e il loro bisogno di libertà.
Sulla terra (Ruy-e Khak) appartiene alla raccolta Un’altra nascita (Tavallodi Digar), pubblicata nel 1964. Un libro che si può definire come il testamento spirituale di una generazione che ha deciso di nascere una seconda volta, lontano dai dogmi. Per Forough, la terra non era un luogo di passaggio o di espiazione, ma l’unico palcoscenico dove la libertà può essere davvero esercitata.
Sessant’anni dopo, il suo rifiuto di essere una ‘silente sorella degli angeli’, dà voce a chi, nelle strade di Teheran, rivendica il diritto sacrosanto di vivere, semplicemente, sulla terra.”
Sulla terra di Forough Farrokhzad
Io non ho mai desiderato
essere una stella del firmamento
celeste, o come spirito eletto
silente sorella degli angeli.
Mai distaccata dalla terra,
mai amica del cielo.Qui, sulla terra,
sono uno stelo di pianta
che vive nutrita dal vento,
dal sole e dall’acqua.Carica di desiderio e dolore
rimango qui, sulla terra,
accolgo l’elogio delle stelle
e la carezza dei venti.Guardo dalla mia piccola finestra:
non fatta d’eterno, nient’altro
che l’eco di un canto sono.E solamente l’eco di un canto
cerco nel gemito d’amore
più puro ancora
del silenzio del dolore.
Un nido non cerco
nella stilla di rugiada
posata sul giglio del mio corpo.Sulle pareti della mia casa,
della mia vita, i passanti
lasciano tracce di ricordi,
con nere penne d’amore:
un cuore trafitto da una freccia,
una candela consumata,
pallidi segni taciturni
su confuse e folli missive.
Per ogni bocca che mi ha baciata
è nata una stella, nella notte
che scendeva sul fiume dei ricordi.
Perché mai desiderare le stelle?Questo è il mio canto,
più deliziata, più felice
non fui mai come ora
prima d’ora, mai come ora.
Il Manifesto al diritto di essere umani
Il messaggio centrale di Sulla terra è un radicale atto di presenza, la rivendicazione esplicita a poter vivere la propria umanità godendo della semplicità che la vita terrena offre tutti i giorni. Rinunciare al proprio diritto di esistere e di vivere la propria umanità è la peggiore repressione che può subire qualsiasi umano.
In un contesto culturale e religioso che spesso esalta il sacrificio, l’aldilà e la mortificazione del corpo, Forough Farrokhzad ribalta la gerarchia dei valori. La sua non è una ribellione fatta di slogan, ma un appello a poter vivere la propria esistenza terrena. Di poter esistere in questa mondo godendo delle piccole cose che la vita sa offrire, per primo l’amore.
Il suo rifiuto del cielo, di poter ambire a diventare “una stella del firmamento” non è ateismo, ma amore sacro per l’esistenza, per la vita terrena, quel dono che molte volte viene tacciato di essere una colpa.
Il dolore e il piacere non sono colpe, ma il nutrimento stesso della vita (come l’acqua per la pianta). L’accettazione della propria mortalità è l’essenza al diritto di poter abitare questo mondo, in modo libero e felice. Per l’autrice gli umani non sono stelle fisse, ma canti che vibrano e poi svaniscono, e in questa fragilità risiede la vera bellezza.
La bellezza di poter vivere la vita terrena
La poesia di Forough Farrokhzad inizia il suo canto con una negazione che è, in realtà, un’affermazione di libertà. Dichiara di non aver mai desiderato essere una stella del firmamento, né una silente sorella degli angeli. Con questo gesto, rompe violentemente con secoli di tradizione persiana che cercava la perfezione solo in ciò che è celeste e immutabile. Lei sceglie deliberatamente di non essere “amica del cielo”, preferendo la polvere, il vento e la pioggia.
Questa scelta non è una rinuncia, ma una rivendicazione di identità. Definendosi uno stelo di pianta che vive nutrita dal vento, dal sole e dall’acqua, la poetessa stabilisce che la sua sacralità risiede nella sua biologia, nella sua fragilità e nel suo legame indissolubile con i cicli naturali.
Non vuole la fredda eternità degli spiriti eletti. Vuole il calore della terra. Guardando dalla sua piccola finestra, Forough accetta con una serenità quasi eroica di essere nient’altro che l’eco di un canto, un’entità effimera che trova la sua massima purezza non nel silenzio della preghiera, ma nel gemito dell’amore.
Il discorso si sposta poi sull’accettazione del vissuto. La sua casa e la sua vita non sono luoghi protetti o segreti, ma pareti su cui i passanti lasciano tracce di ricordi con nere penne d’amore.
È un’immagine potentissima della vulnerabilità. Forough Farrokhzad non teme il giudizio del mondo, accoglie anzi le ferite e i segni lasciati dagli altri come parte integrante del suo essere. Non cerca un nido riparato o una purezza asettica, ma celebra il giglio del suo corpo su cui si posa la rugiada delle esperienze reali, anche quelle dolorose.
Il culmine di questa analisi risiede nella trasformazione della notte. In un ribaltamento mistico, Forough afferma che per ogni bocca che l’ha baciata è nata una stella. La luce, dunque, non cade dall’alto per illuminare l’oscurità dell’uomo, ma scaturisce dall’incontro carnale e spirituale tra gli esseri umani.
È l’amore vissuto sulla terra che illumina il “fiume dei ricordi”. Chiedendosi infine perché mai desiderare le stelle, la poetessa chiude ogni porta al dogma trascendente: la felicità non è un premio futuro, ma una condizione presente, un’estasi che la vede più deliziata, più felice di quanto non sia mai stata prima.
In quel “mai come ora” finale, Forough consegna al popolo iraniano, e a tutti noi, il diritto sacrosanto di appartenere solo a se stessi e alla terra che calpestiamo.
Il coraggio di restare “Sulla Terra”
La voce di Forough Farrokhzad, a distanza di sessant’anni, non ha perso un grammo della sua carica sovversiva. In un’epoca in cui la repressione cerca ancora di soffocare il corpo e lo spirito sotto il peso di dogmi oscuri, la sua poesia si trasforma da testo letterario in un atto di resistenza vivente.
Il suo invito a non cercare “un nido nella rugiada” ma ad accettare le “tracce di ricordi” lasciate dalla vita, è un monito per tutti coloro che oggi lottano per la propria libertà. Ci insegna che la vera emancipazione non nasce dal desiderio di essere perfetti o divini, ma dal coraggio di essere profondamente umani.
Rivendicare il diritto all’imperfezione, al desiderio e persino al dolore, significa sottrarre il proprio destino a chi vorrebbe controllarlo attraverso la paura e la colpa.
Per le donne che nelle strade di Teheran sfidano il buio, per i giovani che scelgono la verità del proprio cuore contro l’imposizione del silenzio, Forough è la prova che un’idea non può essere carcerata. Lei è la “piccola finestra” che resta aperta anche quando tutte le porte vengono sbarrate.
Ci ricorda che non siamo nati per essere “silenti sorelle degli angeli”, prigioniere di una purezza immobile, ma per essere l’eco di un canto capace di scuotere le fondamenta di ogni oppressione.
Essere “Sulla terra”, oggi, significa camminare a testa alta rivendicando la propria esistenza. Perché, come ci ha sussurrato Forough Farrokhzad, non serve guardare il cielo per trovare le stelle: la luce più vera è quella che accendiamo noi, ogni volta che scegliamo di vivere senza chiedere il permesso di essere liberi.
“Più felice non fui mai come ora”: questo non è solo un verso, è il traguardo di ogni lotta, il momento esatto in cui la paura si dissolve e l’essere umano torna padrone del proprio respiro.
