“Sul lavoro” poesia di Khalil Gibran che svela perché lavorare è dignità e felicità

7 Gennaio 2026

Scopri il significato di "Sul lavoro" di Khalil Gibran: una poesia che svela perché lavorare è dignità, appartenenza e felicità, oggi più che mai.

"Sul lavoro" poesia di Khalil Gibran che svela perché lavorare è dignità e felicità

Sul lavoro di Khalil Gibran è una poesia in prosa che offre una riflessione profonda sull’essenza del lavorare. Il poeta consegna una verità che oggi suona quasi come un atto di ribellione: l’attività lavorativa non è una punizione, ma il modo attraverso cui l’essere umano resta unito al resto del mondo.

In un tempo in cui molti vivono l’infelicità di un impiego che svuota e aliena, dove le ore scorrono grigie e prive di senso, le parole di Gibran diventano un richiamo a ritrovare la dignità perduta del lavoro. Lavorare senza passione, scrive il poeta, è come “fare un pane amaro”: un gesto che non nutre chi lo riceve e finisce per avvelenare chi lo compie.

Ma questo testo va letto anche come una denuncia sociale potente, a sostegno di chi oggi un lavoro non lo ha o è costretto ad accettare condizioni umilianti pur di sopravvivere. È un insegnamento necessario oggi più che mai, perché lavorare spesso significa soltanto sopravvivere e, per molti, non è nemmeno possibile farlo.

Resta fondamentale ricordare perché il lavoro conta per la persona. Non avere un’occupazione non è solo un problema materiale, ma una ferita interiore. Significa vedersi negato il diritto di trasformare il proprio amore, il proprio impegno, in qualcosa di importante per l’esistenza.

Sul Lavoro fa parte della raccolta di poesie in prosa Il Profeta (The Prophet) di Khalil Gibran, pubblicata a New York, dall’editore Knopf per la prima volta nel 1923. Tradotto in oltre cento lingue e mai uscito di catalogo, Il Profeta continua a parlare all’essere umano al di là delle epoche, delle religioni e delle appartenenze culturali.

Rileggere oggi questa poesia di Khalil Gibran significa coglierne il significato universale e riscoprire, attraverso il lavoro, una delle forme più alte della dignità umana.

Sul lavoro di Khalil Gibran

Allora un contadino disse: Parlaci del Lavoro.
Ed egli rispose, dicendo:
Voi lavorate per mantenere il passo con la terra e con lo spirito della terra.
Poiché stare in ozio è diventare estraneo alle stagioni, e allontanarsi dal corteo della vita che avanza maestosa e con fiera sottomissione verso l’infinito.

Quando voi lavorate siete un flauto che attraverso la sua anima trasforma in musica il mormorio della vita.
Chi vorrebbe essere una canna muta, quando tutte le altre cantano all’unisono?

Vi è stato sempre detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate compite una parte del sogno più avanzato della terra, che fu assegnata a voi quando quel sogno nacque.
E che sostenendo voi stessi col lavoro amate in verità la vita,
E che amare la vita nel lavoro è vivere intimamente con il più intimo segreto della vita.

Ma se nella vostra sofferenza dite che nascere è un tormento e sostentare la carne una maledizione scritta in fronte, io vi rispondo che nulla tranne il sudore della fronte laverà ciò che vi è scritto.

Vi hanno anche detto che la vita è tenebre, e nella vostra stanchezza fate eco a ciò che dissero gli stanchi.
E io vi dico che la vita è davvero oscurità se è priva di slancio,
E che ogni slancio è cieco se non v’è conoscenza,
E ogni conoscenza è vana, se non v’è l’operare,
E ogni opera è vuota se è priva dell’amore. Quando operate con amore legate voi a voi stessi, e l’uno all’altro, e a Dio.

E che cos’è operare con amore?
È tessere la stoffa con i fili del cuore, come se anche chi amate dovesse indossarla.
È costruire una casa con affetto, come se anche chi amate dovesse abitarla.
È seminare con dolcezza e mietere il grano con gioia, come se anche chi amate dovesse mangiarne.
È impregnare ogni cosa che plasmate con un soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i morti benedetti vi stanno intorno e vi osservano.

Vi ho udito spesso dire, come parlando nel sonno,
«Chi scolpisce nel marmo, e vi ritrova la forma del suo animo, è più nobile di chi ara la terra;
E chi afferra l’arcobaleno e lo distende su una tela nelle sembianze di un uomo, è maggiore di chi fabbrica i sandali per i nostri piedi».
Ma io, non in sonno, ma nella più lucida veglia meridiana, vi dico che il vento non parla più soavemente alle querce giganti che al più minuscolo filo d’erba;
E che grande è soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal suo amore.

L’opera è amore che si fa visibile.
Se non potete lavorare con amore, ma solo con riluttanza, allora è meglio lasciare il lavoro e sedere alla porta del tempio e accettare elemosine da chi lavora con gioia.
Perché se fate il pane con indifferenza, farete un pane amaro che nutre solo a metà.
E se spremete l’uva con astio, il vostro astio distillerà un veleno nel vino.
E se anche cantate come angeli, e non amate il canto, chiuderete le orecchie dell’uomo alle voci del giorno e della notte.

Per Khalil Gibran il lavoro è dignità, appartenenza, amore e felicità

Il cuore della poesia Sul lavoro di Khalil Gibran è un rovesciamento netto dell’idea moderna e spesso tossica del lavorare. Il lavoro non è una punizione da sopportare, né una semplice funzione economica, ma il modo attraverso cui l’essere umano partecipa alla vita.
Lavorare significa restare in relazione con la terra, con gli altri, con il tempo che scorre. Significa non essere esclusi dal “corteo della vita”.

Gibran afferma che il valore del lavoro non dipende dal prestigio sociale del mestiere, ma dalla qualità dell’amore che vi si riversa. Ogni opera, grande o piccola, può diventare significativa se nasce da una partecipazione autentica. Senza amore, invece, anche il gesto più nobile si svuota e diventa sterile.

Proprio per questo, lavorare è un’attività che ogni essere umano dovrebbe poter svolgere.
Non come obbligo punitivo, ma come possibilità di espressione, di riconoscimento, di appartenenza. Negare il lavoro significa negare a una persona la possibilità di prendere parte alla vita comune, di sentirsi necessaria, di trasformare il proprio impegno in qualcosa che abbia valore per sé e per gli altri.

Il lavoro come partecipazione alla vita

Nel pensiero di Khalil Gibran, il lavoro rappresenta una delle forme più alte di partecipazione all’esistenza. Non viene inteso come semplice attività quotidiana, ma come il gesto attraverso cui l’essere umano si mantiene in relazione con la vita nel suo fluire. Lavorare significa camminare insieme al tempo, condividere il ritmo delle stagioni, sentirsi parte del movimento che attraversa il mondo. Per questo Gibran afferma che «voi lavorate per mantenere il passo con la terra e con lo spirito della terra».

Il lavoro diventa così un atto di presenza. Attraverso ciò che fa, la persona prende posto nella comunità umana e nel ciclo naturale dell’esistenza. È un modo di abitare il mondo, di riconoscersi come elemento attivo di un processo più grande. Quando Gibran scrive che stare in ozio significa diventare estranei alle stagioni, richiama l’importanza del sentirsi inclusi, visibili, necessari all’interno del cammino comune.

Un passaggio centrale del testo lega il lavoro all’amore per la vita. “Sostenendo voi stessi col lavoro amate in verità la vita”, scrive il poeta, chiarendo che il lavoro non è separato dall’esperienza del vivere, ma ne è una delle espressioni più autentiche. Amare la vita, in questa prospettiva, significa prendersene cura attraverso l’operare quotidiano, trasformando l’impegno personale in un gesto che ha valore anche per gli altri.

Gibran introduce poi una riflessione profonda sulla qualità del lavoro. Ogni azione porta con sé l’intenzione con cui viene compiuta. “L’opera è amore che si fa visibile” è la sintesi più alta di questo pensiero. Il lavoro diventa il luogo in cui l’interiorità prende forma concreta, in cui ciò che si è si riflette in ciò che si produce. Un lavoro vissuto con partecipazione genera effetti che vanno oltre il risultato materiale, perché incide sul tessuto umano della società.

Nel testo emerge anche una visione chiara dell’uguaglianza tra i mestieri. Gibran osserva che il valore non risiede nel prestigio dell’attività svolta, ma nella capacità di trasformare il proprio operare in un contributo autentico alla vita comune. Ogni lavoro, se attraversato dall’amore, possiede la stessa dignità. È in questa prospettiva che il poeta afferma che il vento parla con la stessa voce tanto alle querce quanto al filo d’erba.

Il discorso di Gibran conduce così a un punto essenziale. Il lavoro non serve soltanto a garantire la sopravvivenza materiale, ma permette alla persona di sentirsi parte, di lasciare un segno, di rendere visibile il proprio legame con il mondo. In questa visione, lavorare diventa una necessità umana profonda, perché consente all’individuo di riconoscersi nella propria azione e di trovare, attraverso di essa, dignità e senso.

Il lavoro tra dignità, esclusione e senso

Le parole di Khalil Gibran risuonano oggi con una forza che va oltre la dimensione poetica. Parlano a una società in cui il lavoro è diventato instabile, frammentato, spesso privo di orizzonte. Incertezza occupazionale, ritmi accelerati, attività lavorative che consumano senza restituire senso hanno trasformato il lavoro in una fonte di ansia più che di realizzazione. In questo contesto, il pensiero di Gibran appare sorprendentemente attuale.

Il poeta ricorda che il lavoro riguarda prima di tutto la persona, non la prestazione. Quando l’attività lavorativa viene ridotta a puro rendimento, si spezza il legame tra l’individuo e ciò che fa. Nasce così una stanchezza che non è solo fisica, ma esistenziale. Il lavoro perde la sua funzione di integrazione e diventa isolamento, competizione, solitudine.

Accanto a questo scenario, emerge con forza la condizione di chi un lavoro non lo ha. L’esclusione dal lavoro oggi significa esclusione dalla vita sociale, perdita di riconoscimento, difficoltà a costruire identità e futuro. Gibran aiuta a comprendere che il lavoro non è soltanto un mezzo economico, ma una forma di partecipazione senza la quale la dignità resta incompleta. Non poter lavorare equivale a essere privati della possibilità di rendere visibile il proprio valore.

La modernità ha introdotto nuove forme di lavoro digitale, flessibile, spesso invisibile. Anche in queste trasformazioni, il messaggio di Sul lavoro resta valido: ciò che conta è la qualità del rapporto tra la persona e ciò che produce. Senza senso, senza coinvolgimento, senza riconoscimento umano, ogni attività rischia di diventare “pane amaro”, incapace di nutrire davvero.

Rileggere oggi Sul lavoro, dalla raccolta Il Profeta, significa allora recuperare una bussola etica. Significa ricordare che una società si misura dalla capacità di offrire lavoro dignitoso, significativo, umano. Perché solo lì il lavoro torna a essere ciò che Gibran aveva intuito con lucidità: il luogo in cui l’amore prende forma, la vita si riconosce, la felicità diventa possibile.

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