Amelia Rosselli, figlia dell’intellettuale antifascista Carlo Rosselli, che venne assassinato in Francia nel 1937, rimase segnata per tutta la vita dalla sua perdita e dal trauma della violenza messa in atto dalla Storia. La poesia “Sereno il suolo mi rendeva”, che prende il titolo dal primo verso, nasce dal bisogno di dare forma a un dolore che è insieme intimo e politico, corporeo e mentale.
Leggiamola insieme:
“Sereno il suolo mi rendeva” di Amelia Rosselli
sereno il suolo mi rendeva
ogni cupidigia, serena la luna mi porgeva
le sue ansie tributarie. Ma se sereno il sole mi porgeva
la sua candela flaccida, allora sereno mi si porgevano
le ali del
nero vasomotorio dubbio del leone che tanto ingrandì che non più la
sua cellula poté fermarlo.
In questi versi, Amelia Rosselli non descrive, ma incarna un’esperienza interiore. La parola “sereno”, ripetuta come un mantra nei primi quattro versi, sembra voler rassicurare lei e il lettore, ma subito si incrina, tradendo l’irrequietezza nascosta.
L’apparente calma del suolo, della luna e del sole viene bruscamente contraddetta dall’irruzione del “nero vasomotorio dubbio” (V. 6), immagine che allude a un turbamento profondo, fisico e psichico, come un flusso vitale che si ribella.
Rosselli comunica la propria impossibilità a trovare equilibrio: ogni volta che cerca un appoggio nel mondo esterno, la sua interiorità esplode in immagini minacciose e sproporzionate.
Analisi dei passaggi chiave
“Sereno il suolo mi rendeva / ogni cupidigia”
Il terreno, simbolo di stabilità, sembra placare i desideri e gli eccessi -— da qui la serenità. È un’immagine di radicamento che però resta fragile e si ripropone per diversi versi fino a farsi spazzare via.
“Serena la luna mi porgeva / le sue ansie tributarie”
La luna, tradizionalmente simbolo di ciclicità e femminilità, qui appare come portatrice di ansie. Rosselli ribalta i significati convenzionali: ciò che dovrebbe rassicurare — la luna, simbolo di maternità e sicurezza — diventa fonte di inquietudine.
“La sua candela flaccida”
Il sole non è più fonte di energia vitale: brilla senza raggi, poco e niente, come una candela spenta, debole — “flaccida”.
“Nero vasomotorio dubbio del leone”
Espressione, tipicamente rosselliana che unisce linguaggio medico (“vasomotorio”) e simbolico (“leone”): un’immagine corporea e animalesca insieme, che rende l’idea di una crisi circolatoria, un collasso nervoso, un’ansia incontrollabile. Il leone, simbolo di forza, diventa qui mostruoso, ingigantito oltre misura.
Qualche parola su Amelia Rosselli
Amelia Rosselli nacque a Parigi nel 1930 e crebbe in un ambiente cosmopolita, segnato dall’esilio politico della famiglia. Dopo l’assassinio del padre da parte dei sicari fascisti, visse tra Inghilterra, Stati Uniti e infine Italia, sviluppando un rapporto plurilingue con la poesia. Scrisse in italiano, francese e inglese, mescolando i registri con una musicalità unica.
Il trauma familiare e la sua condizione psichica la portarono a soffrire a lungo di disturbi depressivi e allucinatori, che segnarono in modo evidente anche la sua opera.
Nelle sue raccolte più importanti, come “Variazioni belliche” (1964) — da cui è tratta questa poesia — o “Serie ospedaliera” (1969), la parola si fa frammento, eco di un pensiero che non riesce a stabilizzarsi.
Il contrasto rosselliano
In questa poesia, non c’è linearità, non c’è racconto, ma metafore visive e antitesi. C’è la lingua che inciampa in quel sereno-non-sereno, che si ripete e inventa associazioni, che mescola registri tecnici e simbolici. È la lingua di chi cerca disperatamente un centro e non lo trova.
“Sereno il suolo mi rendeva” si offre così come specchio di una condizione universale, contrasto fra la serenità evocata e collasso del “dubbio vasomotorio”: un continuo oscillare fra desiderio di pace e irruzione dell’angoscia.
Rosselli ci ricorda che è proprio quando tutto sembra sereno che si percepisce dentro di sé l’inquietudine di un “leone”.