Se posso perdonare, allora devo (2020) di Patrizia Cavalli, poesia che insegna a volersi bene

26 Febbraio 2026

Scopri il significato di “Se posso perdonare, allora devo” di Patrizia Cavalli, la poesia che ci insegna perché perdonarsi aiuta a vivere meglio.

Se posso perdonare, allora devo (2020) di Patrizia Cavalli, poesia che insegna a volersi bene

Se posso perdonare, allora devo di Patrizia Cavalli è una poesia che, nella sua limpida essenzialità, scava dentro una delle contraddizioni più sottili dell’animo umano: la difficoltà di accettarsi davvero.

In pochi versi disarmanti, la poetessa non si limita a parlare di perdono, ma individua la radice più scomoda del nostro auto-giudizio. Non è solo fragilità, non è semplice insicurezza. È qualcosa di più profondo e, per certi versi, più spiazzante: è la superbia.

È proprio la pretesa, spesso inconsapevole, di dover essere all’altezza di un’idea di perfezione a impedirci di perdonarci, di riconoscerci imperfetti, semplicemente umani. Così finiamo per vivere sotto una pressione continua. Non tanto per essere migliori, ma per sembrare migliori, per sentirci finalmente accettati dallo sguardo degli altri.

La poesia di Patrizia Cavalli ci invita invece a un gesto più radicale e liberante. Bisogna smettere di inseguire l’immagine impeccabile di noi stessi e tornare ad abitare la nostra misura reale, con più semplicità, con più leggerezza, con quella tenerezza che nasce solo quando si depone, finalmente, il peso della perfezione. Solo così starà meglio con sé stessi e quindi anche con gli altri.

Se posso perdonare, allora devo è una poesia che fa parte della sezione Il mio felice niente della raccolta di poesie Vita meravigliosa di Patrizia Cavalli, pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 2020.

Leggiamo questa poesia di Patrizia Cavalli per scoprirne la sensibilità e il significato.

Se posso perdonare, allora devo di Patrizia Cavalli

Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.

Perché facciamo così fatica ad accettarci

Se posso perdonare, allora devo è una poesia di Patrizia Cavalli che ruota attorno a un nodo esistenziale di sorprendente attualità. Il rapporto difficile che ciascuno di noi intrattiene con la propria imperfezione. Patrizia Cavalli non costruisce una poesia consolatoria, ma mette a fuoco con una lucidità quasi spietata il meccanismo interiore che ci porta a essere severi con noi stessi molto più di quanto lo siamo con gli altri.

Il messaggio del testo è duplice e profondamente umano. Da una parte emerge la necessità del perdono come gesto di pacificazione interiore; dall’altra viene smascherata la radice nascosta del nostro auto-giudizio, quella forma sottile di superbia che ci spinge a pretendere da noi stessi una perfezione irraggiungibile.

Ne nasce il ritratto di una condizione emotiva largamente condivisa nel nostro tempo. Vivere costantemente sotto esame, anche quando il giudice siamo noi stessi. È proprio questa tensione continua tra desiderio di accettazione e paura di non essere abbastanza a rendere la poesia di Cavalli così vicina alla sensibilità contemporanea.

Come la superbia ci fa sentire sbagliati

L’andamento della poesia di Patrizia Cavalli è costruito come un vero e proprio movimento di auto-riconoscimento. Fin dai primi versi la voce poetica imposta un ragionamento che sembra semplice, ma che in realtà apre una frattura interiore molto profonda. L’idea di fondo è limpida. Se il perdono è un valore che riconosciamo agli altri, diventa inevitabile misurarsi con la propria incapacità di rivolgerlo verso sé stessi.

La poetessa lo esprime in modo chiaro ed esplicito:

smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.

In questi versi introduce il cuore del conflitto. Non si tratta solo di accettare i propri limiti, ma di liberarsi da quell’immagine ideale,  spesso interiorizzata, che ci costringe a vivere in una continua distanza da ciò che siamo davvero. È qui che la poesia smette di essere una riflessione privata e diventa una fotografia estremamente contemporanea.

Il passaggio più netto arriva con l’affermazione:

Qui non si tratta di consapevolezza.

La poetessa rifiuta l’interpretazione più facile, quella che attribuirebbe l’auto-giudizio a un eccesso di lucidità o a una forma di rigore morale. La parola decisiva è subito dopo: “ma è la superbia che mi tiene stretta”. Con questo rovesciamento, Cavalli compie uno dei gesti più intelligenti del testo. L’incapacità di perdonarsi non nasce da debolezza, ma da una pretesa nascosta di perfezione.

La “stolta morsa” di cui parla è un’immagine potentemente fisica. Non è un semplice disagio psicologico, ma è una pressione continua, quasi una costrizione, che “danna” la voce poetica. Il verbo non è casuale. Rimanda a una condizione di prigionia interiore, a un’autocondanna che nasce proprio dall’impossibilità di essere all’altezza dell’ideale che ci si è costruiti addosso.

Per questo la domanda che segue, “che cosa fare per essere perfetta”, suona insieme lucida e tragica. Non c’è spazio per la spontaneità o per l’imperfezione abitabile. Tutto è orientato verso un modello irraggiungibile. In questa tensione si riconosce facilmente una dinamica molto diffusa, universale, quella che spinge a vivere più per adeguarsi a uno sguardo esterno che per abitare serenamente la propria misura.

Il finale introduce un cambio di temperatura emotiva. Quando Patrizia Cavalli parla di “mutua tenerezza”, il tono si fa più lieve, quasi sospeso. Non è una soluzione proclamata con forza, ma un’intuizione delicata. Forse l’unica via d’uscita dalla morsa del perfezionismo è imparare a guardarsi, e a guardare il mondo, con più indulgenza.

In questa apertura più morbida sta la vera forza della poesia. Non offre una morale rigida, ma suggerisce un alleggerimento possibile: deporre l’ossessione di essere impeccabili e recuperare una forma di semplicità emotiva. È lì, in quello spazio meno severo e più umano, che diventa finalmente possibile non sentirsi più sbagliati.

La lezione più attuale della poesia di Patrizia Cavalli

La lezione più potente di Se posso perdonare, allora devo non riguarda semplicemente il perfezionismo o la pressione esterna. La ferita che Patrizia Cavalli porta alla luce è ancora più radicale. È l’infelicità silenziosa che nasce quando smettiamo di volerci bene.

Il vero problema, suggerisce la poetessa, non è l’errore, né l’imperfezione. È quel malessere diffuso che prende forma quando lo sguardo su di sé diventa costantemente giudicante, quando ci si percepisce sempre un passo fuori posto, sempre un po’ sbagliati.

Da lì nasce una catena emotiva precisa. Se non ci si accetta, si finisce inevitabilmente per stare male. E quando si sta male con sé stessi, diventa più difficile accogliere anche ciò che ci circonda. L’inquietudine interiore si allarga, contamina lo sguardo, irrigidisce il rapporto con il mondo.

Per questo i versi finali sono forse i più rivelatori dell’intera poesia:

forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.

Qui la voce di Cavalli non alza il tono, non predica, non impone. Suggerisce. E in quel “forse” c’è tutta la delicatezza di una via possibile. Alleggerire lo sguardo, smettere di pretendere da sé stessi una perfezione impossibile, imparare ad abitare la realtà con più semplicità.

È una proposta minima solo in apparenza. In realtà è un gesto profondamente trasformativo. Bisogna imparare a vivere con più leggerezza, accontentarsi nel senso più nobile del termine, concedersi, finalmente, quella tenerezza che non è debolezza, ma una forma più matura di lucidità su ciò che significa essere umani.

Perché, sembra dirci Patrizia Cavalli, il primo passo per stare davvero meglio non è diventare perfetti, ma smettere di sentirsi sbagliati.

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