“Portami il girasole” di Eugenio Montale: la poesia potente che illumina il male di vivere

29 Agosto 2025

In “Portami il girasole” Montale trasforma il fiore in simbolo di luce e speranza: una poesia intensa che riflette la sua poetica e il male di vivere. Scoprila.

“Portami il girasole” di Eugenio Montale: la poesia potente che illumina il male di vivere

“Portami il girasole ch’io lo trapianti” è un breve componimento di Eugenio Montale tratto da “Ossi di seppia” (1925), raccolta che rese il poeta una delle voci più originali del ‘900 italiano.

In questa poesia, il girasole diventa simbolo di ricerca di luce, un altrove fatto di purezza che si contrappone con il “terreno bruciato dal salino” (V. 2), in questo caso non solo richiamo all’ambiente marino, ma metafora della vita arida e segnata dal male di vivere.

Montale, uomo introverso e malinconico, intreccia il suo io con un bisogno universale: fuggire dal peso dell’opacità terrena per raggiungere una dimensione più luminosa, dove le cose oscure si dissolvono e tutto tende alla “chiarità” (V. 5). È un testo che riflette perfettamente la poetica montaliana, fatta di scarti, negazioni e rivelazioni improvvise.

“Portami il girasole ch’io lo trapianti” di Eugenio Montale

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Con questa poesia Montale esprime il suo desiderio di trascendere la pesantezza del mondo terreno, simboleggiata dal “terreno bruciato dal salino”, per inseguire una dimensione di luce e purezza.

Il girasole, fiore che segue instancabile il movimento del sole, diventa l’emblema di questa aspirazione: una sete interiore di purezza che, tuttavia, non cancella mai del tutto l’aridità dell’esistenza.

Tuttavia, Montale non si illude. Attraverso la poesia apre solo un varco. È la traduzione lirica del suo male di vivere: un dolore che non si placa, ma che può trasformarsi in tensione verso una luce più grande.

Analisi dei passaggi principali

“Portami il girasole ch’io lo trapianti / nel mio terreno bruciato dal salino”

L’incipit mette subito in scena il contrasto: la terra bruciata e sterile del poeta, segnata dall’aridità esistenziale, e il fiore che porta luce e speranza. Il girasole, trapiantato in un terreno ostile, rappresenta la possibilità di portare bellezza anche nel deserto interiore.

“Tendono alla chiarità le cose oscure, / si esauriscono i corpi in un fluire / di tinte: queste in musiche.”

Montale traduce la sua visione filosofica della vita: tutto tende alla luce, ma lo fa attraverso un processo oscuro. È una concezione quasi mistica: svanire significa partecipare a un ordine superiore.

“Portami tu la pianta che conduce / dove sorgono bionde trasparenze”

Il girasole non è più un semplice fiore, è uno strumento per oltrepassare i limiti del reale: diventa guida per l’altrove luminoso, più ponte del buio terreno.

“Portami il girasole impazzito di luce.”

Il verso finale suggella il senso della poesia: il girasole non è solo orientato verso la luce, ma “impazzito di luce”. L’anelito alla chiarità diventa follia, ossessione, condanna e insieme salvezza. È la metafora del poeta stesso: condannato a cercare ciò che non può possedere fino in fondo.

Qualche nota su Montale

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 e visse in un’epoca segnata da due guerre mondiali e da profonde trasformazioni sociali. Cresciuto in una famiglia di commercianti di prodotti chimici, si formò da autodidatta, coltivando passioni letterarie e musicali. Non frequentò l’università, ma si dedicò con anima e corpo allo studio dei classici e alla lettura dei poeti europei.

La sua esperienza, segnata da un senso di estraneità e dalla difficoltà di trovare un ruolo nel mondo, lo portò a sviluppare una poetica capace di riflettere tutto il disagio esistenziale del ‘900. “Ossi di seppia”, la raccolta da cui è tratta “Portami il girasole ch’io lo trapianti”, è il libro che meglio esprime i suoi sentimenti attraverso il paesaggio ligure, che diventa specchio dell’interiorità del poeta e luogo di rivelazioni improvvise.

Il fiore che tende alla luce

Montale, con il suo temperamento schivo e malinconico, ci dice che anche nel terreno più sterile può attecchire un desiderio di luce. “Portami il girasole ch’io lo trapianti” è una poesia che non consola, ma che indica una direzione: la luce come follia necessaria, come speranza che sopravvive al male di vivere.

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