Per Jane: con tutto l’amore che avevo, che non era abbastanza è una poesia di Charles Bukowski dedicata alla sua musa più amata, Jane Cooney Baker, il suo primo vero amore, morta nel 1962 a causa dell’alcol.
È una delle poesie più spoglie e laceranti dello scrittore statunitense. Il lutto prende forma senza filtri, attraverso il gesto fisico di raccogliere ciò che resta e attraverso una consapevolezza immediata: l’amore, anche quando è totale, non modifica il corso della fine. La poesia si muove in questo spazio ristretto e assoluto, dove il dolore diventa esperienza diretta.
Con Jane, Bukowski visse una relazione durata circa dieci anni, intensa e destabilizzante, che lasciò nello scrittore un segno profondo. Dopo la sua morte, Jane continuò a vivere nella sua scrittura. Bukowski le dedicò poesie e racconti, trasformando il lutto in una presenza costante sulla pagina. Anche dopo matrimoni e numerose relazioni, Jane rimase una figura centrale, forse l’unica donna realmente amata, resa viva e permanente attraverso le parole.
Questa poesia fa emergere un Bukowski diverso, più esposto, più sentimentale, attraversato da una rabbia autentica. Il testo fa parte della raccolta The Days Run Away Like Wild Horses Over The Hills (I giorni fuggono come cavalli selvaggi sulle colline), pubblicata nel 1969, uno dei momenti più intensi della sua produzione poetica.
Per Jane: con tutto l’amore che avevo, che non era abbastanza di Charles Bukowski
Raccolgo la gonna,
raccolgo le perline scintillanti nere,
questa cosa che una volta si muoveva
attorno alla carne,
e do del bugiardo a Dio,
dico che qualsiasi cosa che si muoveva così
o che sapeva il mio nome
non dovrebbe mai morire
nel senso comune di morire,
e raccolgo il suo bel vestito,
tutta la sua bellezza andata,
e parlo a tutti gli dei,
dei ebraici, dei cristiani,
frammenti di cose che lampeggiano,
idoli, pillole, pane,
metri, rischi,
resa consapevole,
ratti nel sugo di due quasi impazziti
senza possibilità,
la conoscenza del colibrì, le possibilità del colibrì,
mi appoggio a questo,
mi appoggio a tutto questo
e riconosco
il suo vestito sul mio braccio
ma
loro non
me la ridaranno indietro.
For Jane: With All the Love I Had, Which Was Not Enough, Charles Bukowski
I pick up the skirt,
I pick up the sparkling beads
in black,
this thing that moved once
around flesh,
and I call God a liar,
I say anything that moved
like that
or knew
my name
could never die
in the common verity of dying,
and I pick
up her lovely
dress,
all her loveliness gone,
and I speak to all the gods,
Jewish gods, Christ-gods,
chips of blinking things,
idols, pills, bread,
fathoms, risks,
knowledgeable surrender,
rats in the gravy of two gone quite mad
without a chance,
hummingbird knowledge, hummingbird chance,
I lean upon this,
I lean on all of this
and I know
her dress upon my arm
but
they will not
give her back to me.
La poesia di Charles Bukowski che non ti aspetti
In Per Jane: con tutto l’amore che avevo, che non era abbastanza, Charles Bukowski scrive dal punto esatto in cui la perdita diventa presenza. La poesia nasce nell’istante successivo alla morte, quando l’assenza occupa lo spazio fisico e mentale di chi resta. Jane vive nella materia rimasta, negli oggetti, nel gesto necessario di raccoglierli.
Il tema centrale di ciò che possiamo considerare una delle poesie più belle di Bukowski riguarda il limite dell’amore. L’amore appare come forza totale, capace di dare senso alla vita, e allo stesso tempo come esperienza che convive con la fine biologica. La poesia registra questa frattura con lucidità: intensità affettiva e morte procedono insieme, senza compensarsi.
Accanto a questo tema si sviluppa la crisi dei sistemi di senso. Fede, religione, conoscenza e immagini simboliche entrano nel testo come possibili appigli. Bukowski li accosta, li attraversa, li mette in movimento, seguendo il percorso interiore di chi cerca un punto d’equilibrio mentre il dolore domina ogni pensiero.
Il contesto biografico amplifica questa lettura. Jane Cooney Baker rappresenta il primo grande amore di Bukowski e, dopo la sua morte, la scrittura diventa per lui il luogo in cui continuare a incontrarla.
La poesia si apre con un’azione semplice: raccogliere una gonna, delle perline nere. Il dolore entra attraverso il corpo. Il vestito diventa la forma visibile di una vita che si muoveva “attorno alla carne”. Il lutto prende consistenza nelle mani, prima ancora che nel pensiero.
Questo inizio colloca il lettore in una dimensione immediata. L’assenza si manifesta come presenza muta, come oggetto che conserva la forma di chi lo ha abitato.
Nel momento in cui il poeta accusa Dio, emerge una ribellione istintiva. L’amore diventa criterio di realtà. Ciò che sapeva il suo nome e viveva in quel modo appare sproporzionato rispetto all’idea ordinaria della fine. La morte assume il volto di una frattura tra la vita vissuta e il suo esito.
La lunga sequenza di dei, idoli, pillole, pane, rischi, ratti e conoscenze costruisce un campo affollato di immagini. Ogni elemento rappresenta un tentativo di orientamento. Religione, materia, istinto e sapere condividono lo stesso spazio perché il dolore li attraversa senza distinzione. L’elenco segue il movimento della mente durante il lutto, una ricerca continua di senso che si sposta senza fermarsi.
Quando il poeta parla di appoggiarsi a tutto questo, descrive una strategia di sopravvivenza. Gli appigli si moltiplicano perché il peso della perdita richiede sostegni continui. Anche l’immagine del colibrì, con la sua leggerezza e le sue possibilità, offre un sostegno fragile e temporaneo. La scrittura stessa svolge questa funzione, diventando un equilibrio provvisorio.
La poesia si chiude con il ritorno all’oggetto iniziale. Il vestito sul braccio assume un valore definitivo: rappresenta ciò che resta quando la persona amata appartiene a un’altra dimensione. L’oggetto mantiene la forma, mentre la presenza umana si colloca altrove.
La consapevolezza finale si afferma con chiarezza e sobrietà. Il testo termina in questo punto di realtà, dove il dolore trova una forma esatta e il linguaggio si arresta.
Quando l’amore resta e la perdita diventa poesia
Per Jane: con tutto l’amore che avevo, che non era abbastanza resta una delle poesie più autentiche di Charles Bukowski perché porta il lettore nel punto in cui il dolore diventa linguaggio. La scrittura qui svolge una funzione essenziale: dare forma a ciò che travolge, rendere abitabile un’esperienza che supera ogni spiegazione razionale.
Charles Bukowski consegna alla poesia un lutto che continua a vivere nel presente. Jane resta nei gesti, negli oggetti, nella memoria corporea di chi ama. La poesia non offre soluzioni, ma una verità condivisibile: l’amore intensifica la vita e, allo stesso tempo, rende la perdita definitiva. Proprio per questo il testo continua a parlare a chi legge oggi. Racconta un’esperienza comune, spesso taciuta, con una lingua diretta e senza mediazioni.
In questa poesia Bukowski raggiunge uno dei punti più alti della sua scrittura: trasforma il dolore in presenza, senza abbellirlo e senza scioglierlo. Jane continua a esistere lì, nel gesto ripetuto della parola, in un equilibrio fragile che solo la poesia riesce a sostenere.
