Lamento per il sud di Salvatore Quasimodo, il canto amaro di chi ha lasciato la sua terra

20 Gennaio 2026

Scopri il significato di Lamento per il Sud di Quasimodo, la poesia sull’emigrazione, la nostalgia e il dolore di chi ha lasciato la propria terra.

Lamento per il sud di Salvatore Quasimodo, il canto amaro di chi ha lasciato la sua terra

Lamento per il Sud di Salvatore Quasimodo è una poesia che dà voce alla nostalgia e allo stesso tempo alla feroce amarezza che colpisce tutti coloro che sono costretti a lasciare le bellissime terre del sud Italia e a trasferirsi al Nord o all’estero per poter lavorare e realizzarsi.

Quasimodo ha conosciuto questa esperienza e quando scrive questa lirica vive a Milano, ma porta sempre con sé quel rimpianto, tipico di chi vive l’emigrazione, di non vivere più nella propria terra, che nel suo caso è la Sicilia.

La poesia trasferisce una miscelazione di emozioni contrastanti e contraddittore. Da un lato, la nostalgia, il rimpianto, la sofferenza interiore che scatena la mancanza, quella perenne sensazione di essere fuori contesto di chi vive in un luogo che non riconosce nell’intimo come proprio. Dall’altro l’amarezza, la delusione, la rabbia di una terra che non riesce a liberarsi dai suoi mali e dai suoi difetti.

Lamento per il Sud  è la poesia che apre La vita non è sogno, la settima raccolta di poesie di Salvatore Quasimodo, pubblicata per la prima volta nel 1949.

Leggiamo questa amara poesia di Salvatore Quasimodo per coglierne le emozioni e scoprirne il significato.

Lamento per il Sud di Salvatore Quasimodo

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

Il dramma dell’identità perduta

La forza di Lamento per il Sud risiede nella sua straordinaria capacità di trasformare un’esperienza biografica in un sentimento universale. Non è solo la confessione di un uomo lontano da casa, ma il manifesto poetico di un’intera generazione (e di quelle a venire) che vive la frattura dello sradicamento.

Il messaggio centrale della lirica di Salvatore Quasimodo è racchiuso in quell'”assurdo contrappunto” che Quasimodo cita nel finale.

Il Sud non è un paradiso perduto da idealizzare, ma una terra contraddittoria che genera allo stesso tempo un amore viscerale e una rabbia furibonda. Il poeta dice che non si può sfuggire alle proprie radici, anche quando queste sono intrise di dolore, sangue e sconfitta.

Il Sud che Quasimodo descrive è “stanco”. Una parola che si ripete come un battito stanco, appunto, e che denuncia una condizione di abbandono che va oltre il paesaggio, diventando una condizione dell’anima.

Il contesto di Lamento per il Sud

Per comprendere appieno queste parole, bisogna calarsi nell’Italia del dopoguerra. Quasimodo scrive in un momento di profonda trasformazione. Il Nord corre verso la ricostruzione industriale, mentre il Sud appare ancora cristallizzato in una sofferenza arcaica, segnata dalla miseria e dalla malaria.

Il poeta, ormai milanese d’adozione, sente che il suo “cuore è ormai su queste praterie”, ma è una conquista amara.

Il contesto è quello di un uomo che ha trovato il successo e l’amore, rappresentato dalla “donna del Nord”, Maria Cumani, che diventerà sua moglie, ma che avverte il senso di colpa del sopravvissuto.

La motivazione profonda del testo è la necessità di dare voce a chi è rimasto, a quei “fanciulli” che tornano sui monti, e di denunciare le cicatrici lasciate dalle “bestemmie di tutte le razze” che nei secoli hanno calpestato la Sicilia.

La poesia diventa così un ponte impossibile tra la nuova vita cittadina e un passato mitico che reclama il suo tributo di lacrime.

L’esilio e la nuova patria del Nord

La poesia si apre con immagini fredde e lontane dalla luce mediterranea:

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…

Il Nord è descritto attraverso la neve, le nebbie, le praterie, le acque annuvolate. È un paesaggio che il poeta ha imparato ad abitare, ma che non gli appartiene nel profondo.

In questo scenario appare la ‘donna del Nord’, non è solo una figura reale, ispirata alla moglie Maria Cumani,, ma rappresenta il volto umano della sua nuova terra, Milano, che per tutti coloro che arrivano da fuori è come una donna dalla pelle chiara e allo stesso tempo eterea.

È il simbolo di un amore che nasce nel freddo, una presenza che cerca di radicare il poeta in una realtà diversa, ma che nulla può contro il richiamo ancestrale della Sicilia.

Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Il cuore è “ormai” lì, per necessità, per destino. Non per scelta.

Subito dopo arrivano i ricordi della Sicilia, evocati come un mondo perduto:

Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie…

È un Sud arcaico, contadino, pastorale. Un paesaggio dell’infanzia che vive ormai solo nella memoria, non abbandonandola mai. Un segno indelebile che vive nell’anima e che è impossibile da cancellare, da rimuovere.

La frase “ho dimenticato” è una difesa poetica. Il poeta tenta di convincersi di aver dimenticato, ma ogni verso dimostra che il Sud continua a vivere dentro di lui.

La patria come destino universale

Dopo il ricordo personale, Quasimodo allarga lo sguardo:

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

La nostalgia non è solo sua. È una condizione umana. Tutti, prima o poi, sperimentano la perdita di una patria, reale o interiore.

E la sentenza cade come una condanna:

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Non è una scelta. È una presa d’atto. Il ritorno non è più possibile. È tipico di chi si rende conto che la nuova vita non può più fare i conti con le contraddizioni che propone vivere al Sud.

È impossibile per chi vive lo stile di vita, la cultura del Nord, tornare a misurarsi con la mentalità meridionale, fatta di mediazioni continue, dell’accettazione costante di tutto ciò che accade, con il non prendere coscienza che il lasciare andare è una condizione necessaria.

Il Sud come terra martoriata

La seconda strofa è il cuore civile della poesia.

Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene…

Il Sud è stanco. Stanco di morire, stanco di essere sfruttato, stanco di essere dimenticato.

Le “paludi di malaria” ricordano una miseria endemica che per secoli ha segnato intere popolazioni. Le “catene” evocano la schiavitù storica e politica.

delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Il Sud è una terra saccheggiata da dominazioni e invasioni. Tutti hanno preso, nessuno ha restituito.

Eppure, in mezzo a questo dolore, resistono i suoi figli:

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste…

È un’immagine quasi epica, primitiva. I bambini tornano alla natura come per cercare una salvezza originaria.

Ma la memoria della violenza resta:

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Il sangue della storia non si è mai asciugato.

Il lamento finale: amore e furia

L’ultima strofa è tutta interiore.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra…

La sera d’inverno diventa lo spazio del dialogo intimo con la donna del Nord. Ma dentro questo amore vive una lacerazione.

il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

Il contrappunto è la contraddizione insanabile tra la nuova vita e la terra perduta. L’amore presente non cancella l’amore per la patria. La felicità non cancella la ferita.

Quando la terra non si può più abitare, ma non si può dimenticare

Lamento per il Sud è una poesia che parla di emigrazione, di identità e di appartenenza. È il racconto interiore di chi è costretto a partire per costruirsi una vita altrove e scopre, col tempo, che nessun successo può colmare davvero la distanza dalla propria origine.

Quasimodo mette in scena il dramma silenzioso di milioni di uomini e donne che hanno lasciato la propria terra per necessità. Il Sud diventa una patria che continua a vivere nella coscienza, anche quando non può più essere abitata. Non è solo un luogo geografico, ma una radice che resta dentro, una memoria che non smette di interrogare.

Il poeta mostra che l’emigrazione non è mai solo uno spostamento fisico. È una frattura interiore. È la consapevolezza di appartenere a due mondi senza sentirsi pienamente parte di nessuno dei due.

Il Sud che emerge da questi versi è una terra ferita, stanca, martoriata dalla storia, ma anche una terra che continua a generare legami profondi, sentimenti assoluti, nostalgie che attraversano il tempo.

Ed è proprio in questa contraddizione che vive il cuore della poesia di Salvatore Quasimodo: l’amore per una patria che non si può più vivere, ma che non si può nemmeno dimenticare.

© Riproduzione Riservata