La tempesta di Pietro Metastasio è una poesia che offre un raffinato espediente narrativo per esplorare i moti dell’animo umano e la sottile psicologia dell’innamoramento. Il testo è un esempio purissimo di Arcadia. La natura non è mai davvero “brutta” o spaventosa, ma è un fondale teatrale che serve a mettere in risalto i moti dell’animo umano. La tempesta “unisce” ciò che la convenienza sociale teneva separato.
Il poeta tende ad evidenziare la vulnerabilità prodotta dalla paura che può scatenare un evento meteo eccezionale, la forza della natura abbatte le maschere dell’orgoglio. Solo quando il cielo incute paura e la sicurezza vacilla, l’essere umano abbandona qualsiasi resistenza e si abbandona. Il timore della morte si trasforma così in una celebrazione della vita e dell’unione. Il paradosso finale è sublime: la vera “calma” non si trova nel cielo sereno, ma nel calore di un abbraccio nato durante l’uragano.
La tempesta è stata scritta intorno al 1735 ed è contenuta nel libro Poesie e Cantate di Pietro Metastasio, pubblicato nel 1795. La poesia appartiene al gruppo delle Dodici Cantate che Metastasio pubblicò per la prima volta in un’edizione prestigiosa a Nizza (ma con falso luogo di stampa Napoli) nel 1747, dedicata al marchese di Castelar.
Leggiamo il testo di questa cantata di Pietro Metastasio per viverne la bellezza poetica e scoprirne il significato.
La tempesta di Pietro Metastasio
No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi che il ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva che a momenti
tutto s’oscura il ciel, che il vento in giro
la polve innalza e le cadute foglie.Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah non tel dissi, O Nice?
ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto; io sarò teco.Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.Siedi, sicura sei. Nel sen di questa
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia, e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
Il paradosso del cuore: la tempesta come via verso l’armonia
La Tempesta di Pietro Mestastasio dona un messaggio che è di una bellezza folgorante e paradossale: la vera serenità non nasce dall’assenza di conflitti, ma dal coraggio di trovarsi nel mezzo del disordine.
Metastasio suggerisce che le “tempeste” della vita, siano esse eventi naturali o crisi interiori, possiedono un potere rivelatore unico. Esse hanno la capacità di spazzare via le finzioni, le maschere di orgoglio e le barriere sociali (il “rigore” di Nice) che costruiamo per proteggerci. Nel momento in cui il cielo rovina, la vulnerabilità diventa la nostra forza più grande.
Solo perdendo la nostra sicurezza esteriore troviamo la sincerità di un abbraccio. Il poeta ci lancia una sfida psicologica: non dobbiamo temere l’uragano se esso è il prezzo da pagare per la chiarezza del cuore. Come recita il finale, il giorno più buio della natura può diventare il “più chiaro giorno” dell’anima.
Il teatro dell’anima: lo “speco” come spazio della verità
La poesia non è una semplice descrizione pastorale, ma una scena teatrale in miniatura perfettamente costruita, dove ogni elemento naturale serve a muovere i fili del dramma interiore dei due protagonisti.
La strategia del rispetto
L’inganno cortese Inizialmente, Fileno si muove con estrema delicatezza. La sua promessa (“io non ritorno a parlarti d’amor”) è un atto di rispetto verso la libertà di Nice, ma è anche l’inizio di una sottile e geniale danza psicologica. Fingendo di rinunciare al corteggiamento, Fileno disarma le difese di Nice.
La tempesta esterna agisce qui come un terzo personaggio invisibile e potente: è lei a forzare la mano, a scardinare l’orgoglio della pastorella e a spingerla fatalmente verso lo “speco” (la grotta).
La simbologia del rifugio
Il sacro degli allori La grotta, protetta da una folta selva di allori (pianta sacra e, secondo il mito, immune ai fulmini), diventa un luogo magico, un tempio fuori dal tempo. Qui Metastasio opera il miracolo della trasformazione: il timore fisico della tempesta si trasmuta in abbandono emotivo.
La mano di Nice che stringe quella di Fileno non è più un semplice gesto di paura, ma il crollo di una difesa durata anni. È il momento in cui il corpo confessa ciò che la bocca aveva sempre negato: il bisogno dell’altro.
L’eloquenza del silenzio
Il trionfo della sincerità Metastasio si conferma un maestro assoluto nel descrivere l’indicibile. Mentre fuori il mondo “rovina”, dentro la grotta esplode la verità del silenzio. Il rossore, lo sguardo abbassato e il sorriso di Nice sono più eloquenti di mille arie d’opera o dichiarazioni verbali.
Il poeta ci insegna che l’amore autentico non ha bisogno di grandi proclami, ma di momenti di condivisione del limite e del pericolo. La tempesta, che all’inizio appariva come una minaccia distruttiva, si rivela infine come il più prezioso degli alleati: è l’uragano che, paradossalmente, regala ai due amanti una “chiara” e intramontabile unione eterna.
Pietro Metastasio: Il “Poeta Cesareo” da riscoprire
Parlare di Pietro Metastasio (1698-1782) significa evocare un gigante che per quasi un secolo è stato il fulcro della cultura europea. Oggi il suo nome può apparire distante, relegato ai libri di scuola, ma Metastasio merita di essere riscoperto come una vera “popstar” dell’Illuminismo.
I suoi testi erano così perfetti e “musicali” da essere musicati da centinaia di compositori (da Vivaldi a Mozart, da Hasse a Pergolesi). Le sue arie venivano cantate ovunque, dai grandi teatri imperiali alle strade.
Metastasio non scriveva solo versi; egli costruiva architetture emotive. È stato il più grande maestro nel tradurre i moti complessi dell’animo umano (il dubbio, l’onore, la gelosia, l’amore) in una lingua cristallina, elegante e universale.
In un mondo che stava cambiando velocemente, Metastasio ha rappresentato l’ideale dell’Arcadia: la ricerca di una bellezza che potesse nobilitare l’uomo, trovando l’armonia tra il rigore della ragione e l’impeto del sentimento.
Riscoprirlo oggi non è un esercizio di archeologia letteraria, ma un atto di giustizia verso un autore che ha insegnato all’Europa intera come dar voce ai propri sentimenti con dignità e grazia.
