La ragazza uccello di Mariangela Gualtieri è una poesia che vive per immagini. È una scena teatrale in cui una piccola, esile danzatrice, seminuda e con due ali nere sulla schiena, lancia la sua lettera al mondo. Lo fa per rivendicare la propria essenza di essere fragile, imperfetto, che rivendica solo l’essenza assoluta del vivere: il vero amore.
Una poesia che ricorda che si ha il diritto di chiedere aiuto. Si ha il diritto di non essere d’oro. E di essere amati, disperatamente e dolcemente, proprio per la consapevolezza dell’umanissima imperfezione.
La ragazza uccello è contenuta nella seconda parte Canto di ferro del libro Paesaggio con fratello rotto di Mariangela Gualrieri, pubblicato per la prima volta nel 2007. L’opera nasce è una trilogia di spettacoli messi in scena dal Teatro Valdoca nel 2005 con la regia di Cesare Ronconi: Fango che diventa luce, Canto di ferro, A chi esita.
Ma leggiamo questa struggente poesia di Mariangela Gualtieri, per viverne la bellezza e coglierne il significato.
La Ragazza uccello di Mariangela Gualtieri
Amore mio, è difficile da questo fondo, da questo finale, dire come mi manchi,
come immenso tu sei nel mancare, adesso che mi sono persa fra masse dure,
fra cinghie di buio pesto, senza divinità, senza la tua mano che tutto sorregge.Tu mi credi piú forte, mi pensi in oro e argento, ma guarda l’orma che lascio,
come di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca. Non vedi come mi spengo
se non mi ami? Mi secco come una pianta. Amami ancora un poco, con cura,
con tempo, con attesa. Amami come amano i forti spiriti, senza pretesa,
con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.E scusa questo domandare ciò che si deve dare, questo avere bisogno, scusalo.
Non è degno del patto che lega la rondine al suo volo, la rosa
al suo profumo, il vino al suo colore, il tuo cuore al mio.
L’amore va oltre le imperfezioni e cura le fragilità
La ragazza uccello è una poesia di Mariangela Gualtieri che dona un messaggio di grande visione e potente. Non si è chiamati a essere invincibili per meritare amore. Spesso prevale la convinzione che, per essere amati, si debba mostrare solo il proprio lato “oro e argento”, la forza luccicante. Ma la poesia svela che il legame più profondo nasce quando si ha il coraggio di mostrare le proprie crepe.
L’amore vero non è ammirazione per una statua perfetta. È una forma di cura vitale per una creatura viva e imperfetta. È l’unica forza capace di trasformare il “buio pesto” in una festa, accogliendo la stanchezza come parte sacra dell’umanità.
L’amore dall’idealizzazione alla realtà
La poesia di Mariangela Gualtieri rivela un movimento discendente, una discesa agli inferi della propria vulnerabilità per risalire attraverso la richiesta d’amore.
Si parte dal crollo dell’idealizzazione.
Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento
Questo verso evidenzia la frattura dolorosa tra lo sguardo esterno, che proietta sull’amato un’aura di perfezione statuaria e indistruttibile, e la realtà interiore. La voce poetica rifiuta di essere un idolo di metallo prezioso e costringe l’interlocutore a guardare in basso, verso l'”orma”.
Qui Mariangela Gualtieri utilizza un “bestiario della fragilità”: cagna, passero stanco, bruco, mosca. Non sono animali nobili o potenti. Sono creature che strisciano, che faticano, che hanno una vita breve o dipendente. È una rivendicazione della propria natura biologica, caduca e terrestre. E la parte più selvatica, intima, istintiva dell’essere.
Il nucleo centrale della poesia trasforma l’amore da sentimento romantico a necessità biologica. Con l’immagine “Mi secco come una pianta”, l’autrice stabilisce che la relazione non è un accessorio, ma linfa vitale.
L’essere umano, come il mondo vegetale, senza “cura” e “tempo” non sopravvive. L’amore viene descritto come un atto di fotosintesi emotiva. Essere guardati e amati è ciò che permette di restare vivi.
La richiesta finale è paradossale e potentissima. Si invoca un amore “senza ragionamento”. La razionalità, infatti, soppeserebbe i meriti e i difetti, trovando forse la “Ragazza Uccello” manchevole. Per questo serve l’amore dei “forti spiriti”, ovvero un amore capace di “festa” e di “fuoco generoso”, che non chiede il perché, ma si dona per pura abbondanza.
La chiusa è straziante nel suo chiedere scusa.
Scusa questo domandare ciò che si deve dare.
C’è il senso di colpa di chi si sente mendicante, eppure c’è anche la consapevolezza di un “patto” naturale violato. Come è inevitabile che la rosa abbia il profumo e la rondine il volo, così dovrebbe essere inevitabile il legame tra i due cuori. Doverlo chiedere verbalmente è la ferita finale, ma anche l’ultimo atto di onestà di chi non ha più nulla da nascondere.
La ragazza uccello è una poesia che chiede di guardare l’amore senza la maschera della grandezza. Gualtieri ricorda che la forza non è nel diventare statue d’oro, ma nel permettersi di essere vivi, vulnerabili, imperfetti. La voce che parla dalla poesia non cerca un altare né un giudizio: cerca presenza, cura, reciprocità. Chiede di essere amata come una creatura reale, non idealizzata, come una pianta che ha bisogno di luce o come un passero che ha bisogno di riposo.
In questo senso, il testo diventa un manifesto dell’umanità fragile, un invito a riconoscere che l’amore non è premio per chi eccelle, ma linfa per chi esiste. La potenza della poesia sta nell’affermare che si può chiedere aiuto senza vergogna, che si può dire “mi spengo se non mi ami” senza sentirsi meno degni. È un atto di verità.
Mariangela Gualtieri, con la consueta voce teatrale e carnale, scolpisce l’immagine di un cuore che si offre senza difese. La ragazza uccello non chiede miracoli: solo un amore capace di attesa, di festa, di fuoco generoso. Un amore che non ragiona, ma riconosce.
Ed è qui che la poesia tocca il suo punto più universale: ricordare che, nella vita, non si è chiamati a essere perfetti, ma autentici. E che l’amore, quando è vero, non cerca statue d’oro. Cerca ali ferite che ancora vogliono volare.
