La ninna-nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che attraversa il tempo e continua a interrogare la coscienza di chi legge. Trilussa compie una scelta che spiazza. Usa la forma più dolce che esista, quella della ninna nanna, e la mette accanto alla realtà più dura. Una voce culla un bambino, lo invita a dormire, a non vedere. Fuori, però, il mondo è attraversato da violenza, interessi, decisioni prese lontano da chi le subisce.
È in questo contrasto che la poesia prende forza. Non alza il tono, non cerca effetti. Lascia emergere una verità che si insinua lentamente: mentre qualcuno parla di ideali, di valori, di necessità, c’è sempre qualcun altro che paga il prezzo più alto.
E così, senza bisogno di riferimenti espliciti, la poesia resta vicina anche al presente. Perché ogni volta che il mondo si trova davanti a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation, tornano gli stessi interrogativi. Chi decide. Chi guadagna. Chi perde. Chi resta.
La poesia non offre risposte consolatorie. Fa qualcosa di più scomodo, costringendo a guardare la guerra per ciò che è, senza filtri. E a riconoscere quanto, sotto linguaggi diversi e scenari diversi, certe dinamiche continuino a ripetersi.
Scritta nel 1914, all’inizio della Prima guerra mondiale, nasce dentro un momento storico preciso, ma riesce a superarlo. Non resta legata a un conflitto, a un’epoca, a una circostanza. Diventa uno sguardo lucido e disarmante su ciò che la guerra è davvero, al di là delle parole con cui viene raccontata.
Leggiamo la poesia di Trilussa per scoprirne il purtroppo sempre attuale significato.
La ninna-nanna de la guerra di Trilussa
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civiliNinna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
La guerra vista nella sua essenza senza nessuna illusione
La Ninna nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che sposta lo sguardo. Non racconta la guerra come viene presentata, ma come si manifesta davvero quando la si osserva da vicino, dal punto di vista di chi la subisce.
Dentro i versi prende forma una consapevolezza che attraversa il tempo. La guerra non è mai soltanto ciò che viene dichiarato. Non è solo difesa, identità, appartenenza. È anche un sistema fatto di interessi, equilibri, convenienze. Un sistema in cui il valore della vita umana rischia di diventare secondario.
Trilussa mette in discussione le giustificazioni più ricorrenti. Mostra come le idee, la fede, la razza, la patria, possano essere usate per coprire decisioni che hanno radici molto più concrete. E allo stesso tempo fa emergere un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il rapporto tra guerra ed economia, tra conflitto e profitto.
C’è poi un aspetto ancora più amaro, che riguarda ciò che accade dopo. Chi ha contribuito allo scontro torna a parlarsi, a ricostruire relazioni, a pronunciare parole di pace. E intanto resta chi ha pagato il prezzo più alto, spesso senza nemmeno essere ascoltato.
In questo senso la poesia non si limita a essere una denuncia. Diventa una chiave per leggere ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata come necessaria. Ci invita a guardare sotto le parole, a riconoscere ciò che resta uguale anche quando tutto sembra cambiare.
Una poesia dentro il tempo della guerra
Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, scrive questi versi siamo nel 1914. L’Europa sta entrando in un conflitto che cambierà profondamente la storia e la percezione stessa della guerra. Anche in Italia il dibattito è acceso, diviso tra chi sostiene l’intervento e chi prova a opporsi.
La poesia entra a far parte della raccolta Lupi e agnelli, pubblicata nel 1919, ma composta negli anni della guerra. Il titolo richiama una dinamica semplice e universale: quella tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca Ninna nanna de la guera.
In un clima culturale in cui alcuni intellettuali esaltano il conflitto come forza capace di rinnovare il mondo, come nel caso di Filippo Tommaso Marinetti o di Gabriele D’Annunzio, Trilussa sceglie una posizione diversa. Non si affida alla retorica, ma a uno sguardo che resta vicino alla realtà delle persone.
È uno sguardo che intercetta una sensazione diffusa, ovvero quella di trovarsi dentro qualcosa di più grande, che avanza e travolge, lasciando poco spazio alla comprensione e ancora meno alla possibilità di scelta.
Una ninna nanna contro la guerra e la barbarie
La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo. La voce è quella di una ninna nanna, familiare, quotidiana. Un bambino da far dormire, un ritmo che rassicura. Ma già nei primi versi qualcosa si incrina. I nomi evocati, deformati e quasi caricaturali, rimandano ai potenti del tempo.
Figure lontane, trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca come se fossero parte di un mondo irreale. È un modo sottile per ridimensionarli, per togliere loro quell’aura di grandezza con cui vengono raccontati.
Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione. Non si limita più a cullare, ma introduce una prima verità: meglio dormire, perché restare svegli significa vedere. Vedere le “infamie”, i “guai”, ciò che accade davvero nel mondo. È un passaggio decisivo. La ninna nanna non protegge soltanto il bambino, ma lo allontana dalla consapevolezza. Come se la realtà fosse troppo dura per essere guardata senza filtri.
Quando la poesia entra nel cuore della guerra, il linguaggio resta semplice, ma il contenuto si fa sempre più netto. Trilussa parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea, per qualcosa che non si vede. La fede, la razza, diventano parole che giustificano, che coprono. Dietro, però, resta l’immagine più crudele: quella di chi guida e osserva, mentre altri combattono e muoiono.
È qui che emerge una delle intuizioni più forti della poesia. La guerra non è soltanto uno scontro tra popoli, ma un meccanismo in cui il potere si protegge e si legittima. Il “Sovrano macellaro” non è una figura lontana e astratta. È il simbolo di un’autorità che decide e, allo stesso tempo, trova sempre un modo per giustificarsi.
Quando compaiono i versi sul “giro de quatrini”, la poesia cambia ancora profondità. Tutto ciò che era stato raccontato fino a quel momento trova una spiegazione ulteriore. Non basta parlare di ideali. C’è anche un sistema economico che si muove, che alimenta la guerra, che la rende conveniente per qualcuno. È una verità che non viene gridata, ma lasciata emergere con naturalezza, quasi fosse evidente.
Nel finale, il tono si fa ancora più amaro. Dopo il “macello”, tutto torna come prima. I potenti si ritrovano, si parlano, ristabiliscono rapporti. La guerra, che per molti è stata perdita totale, per altri diventa un episodio chiuso, superato. E in mezzo resta il popolo, definito con un’ironia che brucia: risparmiato dal cannone, ma non dall’inganno.
La ninna nanna torna allora al suo punto di partenza, ma non è più la stessa. Non è solo un canto per far dormire. È un modo per mostrare quanto la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile. Trilussa non invita davvero a chiudere gli occhi. Al contrario, suggerisce che forse è proprio questo il problema: continuare a dormire mentre tutto accade.
E in questo movimento, così semplice e così preciso, la poesia riesce a fare qualcosa di raro. Non descrive soltanto la guerra. Ne svela il funzionamento umano, quello che resta uguale anche quando cambiano i tempi, i nomi, le armi. Per questo, leggerla oggi non dà la sensazione di guardare al passato, ma di riconoscere qualcosa che continua a ripetersi.
Una ninna nanna che continua a svegliarci
Rileggere oggi La ninna nanna de la guerra significa fare i conti con qualcosa che non riguarda solo la storia, ma il presente continuo dell’essere umano.
Perché ciò che Trilussa mette a nudo non è soltanto la guerra come evento, ma la logica che la rende possibile. Una logica che si ripete, che cambia linguaggio ma non sostanza. Ogni volta troviamo parole nuove per raccontarla – sicurezza, equilibrio, difesa, ordine – ma il meccanismo resta lo stesso: la vita di qualcuno diventa il prezzo necessario per gli interessi di qualcun altro.
E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È il fatto che tutto questo riesca a essere normalizzato. Che si possa convivere con l’idea della guerra, commentarla, analizzarla, persino giustificarla, senza sentirne davvero il peso umano. È qui che la poesia di Trilussa diventa più scomoda: perché rompe questa distanza, perché costringe a vedere.
La ninna nanna, allora, non è solo un’immagine poetica. È una metafora potentissima. È il modo in cui una società si racconta le cose per renderle sopportabili. È il tentativo di addolcire ciò che non dovrebbe esserlo, di proteggersi dalla realtà invece di affrontarla.
Ma sotto quella voce che culla, resta tutto. Restano i corpi, le vite spezzate, le case perdute, le esistenze interrotte. Restano le conseguenze che non entrano nei discorsi ufficiali, ma che segnano generazioni intere.
Per questo Trilussa continua a parlarci. Non perché anticipi il presente, ma perché ne rivela una struttura profonda, quasi immutabile. Ci ricorda che la guerra non è un’anomalia, ma una possibilità sempre pronta a riemergere quando il potere si separa dalla responsabilità, quando l’altro smette di essere una persona e diventa un numero, una distanza, una strategia.
E allora quella ninna nanna cambia significato. Non è più un canto per far dormire un bambino. È una domanda che resta aperta, rivolta a chi legge: quanto siamo disposti a restare svegli davanti a ciò che accade davvero.
